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Il professore dei miei sogni


di Membro VIP di Annunci69.it Biancafemme
21.02.2026    |    2.228    |    6 9.1
""Guardami, " ordinò, e la sua voce era di nuovo quel muro di autorità che mi faceva vibrare l'anima..."
Il silenzio nell'aula era quasi solido, interrotto solo dal ticchettio dell'orologio a muro e dal fruscio nervoso delle penne sui fogli. Io, però, non riuscivo a concentrarmi su nessuna formula. Mi sentivo come una corda di violino tesa, vibrante, ogni mio senso catalizzato dall'uomo seduto alla cattedra.
Il Professor Valenti aveva cinquant’anni, la barba brizzolata curata con un rigore che incuteva timore e spalle così larghe da riempire ogni spazio. Era l’epitome della virilità severa. Io lo fissavo, come facevo ogni giorno, cercando disperatamente di incrociare i suoi occhi d'acciaio, ma lui non mi degnava di uno sguardo. Mi sentivo invisibile nella mia femminilità, io che nell'anima mi sentivo una donna e che cercavo in lui quel porto sicuro e tempestoso allo stesso tempo.
I miei occhi scivolarono inevitabilmente più in basso, verso le sue gambe possenti fasciate nel pantalone scuro. Lì, quel rigonfiamento prepotente e quasi osceno per quanto era pronunciato, sembrava sfidare la stoffa. Era il mio chiodo fisso, l'oggetto dei miei sogni più proibiti.
L’azzardo
Era il giorno del compito in classe. Il calore nell'aula sembrava aumentare a ogni minuto. Decisi che non potevo più sopportare quell'indifferenza. Alzai la mano, il cuore che mi batteva nel petto come un uccellino in gabbia.
"Professore... non capisco questo punto," sussurrai con la voce più dolce che potevo modulare.
Lui si alzò. Il rumore della sedia spostata mi fece sussultare. Si avvicinò con passi pesanti e cadenzati. Quando arrivò al mio banco, l’odore del suo dopobarba — cuoio e tabacco — mi investì come un’onda. Si chinò sul mio foglio, appoggiando una mano nodosa sul bordo del tavolo. La sua vicinanza era elettrica.
Con un movimento che voleva sembrare goffo ma era studiato in ogni millimetro, feci scivolare la penna oltre il bordo del foglio. La punta di plastica passò, con una pressione deliberata e lenta, proprio sopra quel pacco enorme e gonfio che mi stava a pochi centimetri dal viso.
Il silenzio nell'aula si fece densissimo, rotto solo dal suono del mio respiro corto e affannato. Il Professor Valenti era un muro di muscoli e autorità davanti a me. La sua ombra mi schiacciava contro lo schienale della sedia, e il profumo di tabacco e legni pregiati che emanava mi stordiva più di un liquore forte.
Il Peso del Comando
"Alzati," disse lui. Non era un invito, era un ordine secco, vibrante di un'autorità che non ammetteva repliche.
Mi alzai con le gambe che tremavano, sentendomi piccola e fragile davanti alla sua imponenza. Lui non indietreggiò di un millimetro. Mi ritrovai con il petto quasi a contatto con la sua camicia inamidata. Sentivo il calore che irradiava dal suo corpo. Con una mossa fulminea, la sua mano grande e callosa mi afferrò il mento, costringendomi ad alzare lo sguardo verso i suoi occhi scuri e spietati.
"Volevi la mia attenzione, non è vero?" ringhiò a bassa voce, il viso a pochi centimetri dal mio. "Volevi sentire quanto è duro il marmo che hai osato sfidare."
Il Contatto Estremo
Senza lasciare la presa sul mio mento, con l'altra mano mi afferrò per la nuca, intrecciando le dita tra i miei capelli e tirando leggermente indietro la testa, esponendo la gola. Poi, con una lentezza torturante, mi spinse contro la cattedra. Sentii il legno freddo contro la schiena, mentre lui si incuneava tra le mie gambe, premendo quel rigonfiamento mostruoso proprio contro il mio centro.
Era enorme. Una massa solida, calda e pulsante che sembrava voler strappare il tessuto dei suoi pantaloni. Il contrasto tra la mia delicatezza femminile e quella forza bruta mi fece sfuggire un gemito soffocato.
"Ti piace sentirti così sottomessa, vero?" mormorò, e la sua voce era come un terremoto nel mio petto. "Ti piace sapere che posso fare di te quello che voglio, qui, ora."
L'Abbandono
Con un gesto deciso, liberò una mano e iniziò a sbottonarsi lentamente la cintura. Il rumore del metallo che scorreva nel silenzio dell'aula fu come un segnale di resa. La sua mano scese verso la zip, mentre i suoi occhi non smettevano di divorare i miei, godendo del terrore e della lussuria che leggeva sul mio volto.
"Visto che ti piace tanto toccare con la penna..." sussurrò, abbassando la cerniera con uno scatto secco che liberò quella virilità prepotente, "ora userai le tue mani. E ti assicuro che non smetterai finché non avrò deciso io che ne hai avuto abbastanza."
Mi prese la mano, guidandola verso di lui. Il contatto con la sua pelle calda e tesa mi fece venire le vertigini. Ero completamente in suo potere, una bambola nelle mani di un gigante che aveva deciso di prendersi ciò che gli spettava da mesi. Ogni mia difesa era crollata; c'era solo il desiderio estremo di essere sua, in ogni modo possibile, sotto lo sguardo severo dell'uomo che mi aveva finalmente rivendicata.
Il silenzio dell'aula fu definitivamente spezzato dal rumore sordo dei libri che lui spazzò via dalla cattedra con un unico braccio, facendoli finire a terra. Mi afferrò per i fianchi con una forza tale che i suoi pollici affondarono nella mia carne, sollevandomi di peso e facendomi sedere sul legno freddo.
Sottomissione Totale
"Non volevi studiare?" ruggì lui, la voce ridotta a un graffio gutturale. "Allora impara questa lezione."
Mi divaricò le gambe con la prepotenza di chi non chiede, ma prende. La sua presenza era schiacciante; la camicia tesa sui pettorali massicci sembrava sul punto di esplodere. Quando si spinse tra le mie cosce, sentii quella massa enorme e bollente premere contro la mia biancheria sottile. Mi sentivo così piccola, così fragile, e in quel momento, sotto il suo sguardo severo che mi spogliava di ogni difesa, mi sentivo donna al cento per cento, una preda pronta a essere divorata dal suo predatore.
Con una mano mi teneva bloccata la nuca, costringendomi a guardare la sua virilità che ormai non conosceva più ostacoli. Era monumentale, venata, pulsante di una vita propria che reclamava possesso.
"Guardalo," comandò, la sua mano libera che scivolava con violenza a scoprire la mia intimità. "Guarda cosa hai scatenato con i tuoi giochetti da gattina."
L'Estasi del Possesso
Non ci fu dolcezza, solo un bisogno primordiale. Quando entrò in me, fu come se un fulmine mi attraversasse la colonna vertebrale. Un gemito acuto, quasi un pianto di piacere, mi scappò dalle labbra mentre inarcavo la schiena, le dita che cercavano disperatamente appiglio sulle sue spalle larghe come montagne.
Lui iniziò a muoversi con colpi potenti, cadenzati, inflessibili. Ogni spinta mi toglieva il fiato, facendomi scontrare contro il suo petto duro e irsuto. Era un ritmo brutale, dominatore, che non mi lasciava spazio per respirare, solo per godere in modo estremo. Sentivo la sua barba brizzolata graffiarmi il collo mentre mi sussurrava parole sporche, ordini che mi facevano sentire la sua proprietà assoluta.
"Sei mia," ansimava lui, mentre la sua velocità aumentava, portandomi in un vortice di sensazioni dove il dolore del piacere e la gioia della sottomissione si fondevano. "Dimmi che sei la mia troietta, dimmi che non vuoi altro che questo."
E io glielo dicevo, tra un sussulto e l'altro, con la voce rotta dal piacere più puro e selvaggio. Mi sentivo una vittima consenziente, una creatura che aveva finalmente trovato il suo padrone. La cattedra vibrava sotto i nostri corpi, i riflessi del tramonto filtravano dalle finestre illuminando la nostra danza carnale.
L'apice arrivò come un'esplosione. Lui mi strinse a sé con una forza quasi dolorosa, seppellendo il viso tra i miei capelli mentre si svuotava dentro di me con sussulti violenti. Io caddi indietro, la mente annebbiata, il corpo scosso da tremiti inarrestabili, sentendomi finalmente completa, conquistata e totalmente, perdutamente sua.
Il silenzio tornò a regnare nell'aula, ma era un silenzio diverso, pesante e saturo dell'odore del nostro sesso e del calore dei nostri corpi. Il Professor Valenti si scostò con una calma glaciale, la stessa con cui di solito spiegava le sue lezioni, ma i suoi occhi ora portavano il segno indelebile del possesso che aveva appena consumato.
Il Sigillo del Padrone
Mi lasciò tremante sulla cattedra, le gambe ancora divaricate e il respiro che faticava a tornare regolare. Mi sentivo svuotata, aperta, marchiata dalla sua forza. In quel momento, con la gonna sgualcita e la pelle che bruciava dove lui mi aveva stretta, mi sentivo fragile e femmina come non mai, una creatura che esisteva solo per il piacere di quell'uomo immenso.
Lui si sistemò i pantaloni con gesti lenti e precisi, chiudendo la zip su quel pacco che mi aveva appena distrutta di piacere. Poi, senza dire una parola, afferrò il mio mento con le dita ancora calde, costringendomi a guardarlo.
"Guardami," ordinò, e la sua voce era di nuovo quel muro di autorità che mi faceva vibrare l'anima. "Adesso ti ricomponi. Esci di qui a testa bassa e non dire una parola a nessuno. Da oggi, ogni volta che alzerai la mano in classe, ogni volta che incrocerai il mio sguardo, saprai esattamente a chi appartieni."
La Nuova Gerarchia
Mi lasciò andare il viso con una spinta leggera, quasi sprezzante, che mi fece sentire ancora più sottomessa. Mi calò un brivido lungo la schiena: la consapevolezza che da quel momento in poi le lezioni sarebbero state solo un lungo, estenuante preludio a ciò che sarebbe accaduto a porte chiuse.
"Sì, professore," sussurrai, la voce ridotta a un filo, mentre cercavo con dita incerte di rimettermi in ordine.
Lui tornò alla sua borsa, la chiuse con uno scatto secco e si avviò verso la porta. Prima di aprirla e sparire nel corridoio semibuio, si voltò un'ultima volta, lanciandomi un'occhiata che mi fece mancare il respiro: era lo sguardo di un predatore che ha appena trovato la sua preda preferita e non ha nessuna intenzione di lasciarla scappare.
Ero la sua vittima, la sua bambola, la sua donna segreta. E mentre lo guardavo andare via, sapevo che avrei passato ogni istante della mia vita ad aspettare che quel click della serratura risuonasse di nuovo.
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