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Il vecchio collega ora sa


di Membro VIP di Annunci69.it EvaGender
17.03.2026    |    2.413    |    12 9.9
"E per la prima volta pensai che forse era arrivato il momento di scegliere con più cura chi poteva toccare Eva..."
Stavo camminando al secondo piano del centro commerciale, quello con le boutique più eleganti. La gonna nera plissettata mi sfiorava le ginocchia a ogni passo, mentre le autoreggenti producevano quel leggero fruscio che ormai conoscevo bene. Il seno in silicone premeva contro la camicetta di seta bianca, creando una curva morbida che mi faceva sentire visibile, ma non eccessiva. Era uno di quei giorni in cui Eva voleva solo esistere, senza troppe sfide.
Poi lo vidi.
Roberto.
Era fermo davanti alla vetrina di un negozio di orologi, con le mani in tasca e quell’aria da uomo d’affari che ricordavo perfettamente. Lo stesso Roberto che, nella mia altra vita, aveva firmato tre progetti con NovaPixel Studio. Riunioni in ufficio, strette di mano ferme, discorsi su budget e campagne instant win. Edoardo e Roberto si erano visti almeno sei o sette volte.
Il cuore mi schizzò in gola.
Per un attimo pensai di girarmi, di fingere di guardare altrove, di sparire tra la folla. Ma era troppo tardi. Lui voltò la testa e i nostri sguardi si incrociarono.
Prima ci fu lo shock.
Lo vidi chiaramente: gli occhi si allargarono, la mascella si irrigidì per mezzo secondo. Poi venne l’incredulità. La testa inclinata di lato, come se stesse cercando di far quadrare due immagini che non potevano appartenere alla stessa persona.
E infine arrivò quella cosa che temevo di più: il riconoscimento mescolato al desiderio.
“…Edoardo?” disse piano, quasi sottovoce, come se stesse provando il nome sulla lingua per vedere se suonava ancora vero.
Io restai ferma. Il mio corpo reagì prima della mente: sentii il calore salire alle guance, il battito accelerare, e quel piccolo rigonfiamento sotto la gonna che, per la prima volta da tanto tempo, mi sembrò improvvisamente troppo visibile.
“Non più,” risposi con voce più bassa del solito, cercando di mantenere una calma che non possedevo. “Adesso sono Eva.”
Roberto fece un passo avanti. Poi un altro. Mi squadrò dall’alto in basso senza pudore. Non era uno sguardo volgare, non ancora. Era piuttosto lo sguardo di chi sta cercando di riconciliare due realtà che gli si stanno scontrando nel cervello.
“Cazzo…” mormorò, passandosi una mano sulla bocca. “Sei… sei davvero tu?”
Annuii. Non riuscii a fare altro.
Lui rise, una risata nervosa, corta, quasi strozzata.
“Madonna santa. Ti ho visto in giacca e cravatta per anni e adesso…” Fece un gesto vago verso il mio corpo. “Adesso sei… così.”
Il suo sguardo scese sul mio seno, poi sulle gambe, poi tornò su, soffermandosi un istante di troppo all’altezza del bacino. Vidi il momento esatto in cui realizzò che sotto la gonna c’era ancora qualcosa di maschile. Non disse nulla, ma le pupille si dilatarono leggermente.
“Sei… bella,” disse infine, e nella sua voce c’era un misto di stupore e qualcosa di più caldo, più pericoloso. “Cioè, sul serio. Non lo dico per dire.”
Sentii le guance bruciare. Non era un complimento pulito. Era il tipo di complimento che un uomo fa quando sta cercando di capire se può desiderarti senza sentirsi strano.
“Grazie,” risposi, cercando di mantenere il tono neutro.
Lui si avvicinò di un altro passo. Troppo vicino.
“Senti… ma come funziona? Cioè, tu sei… sempre così adesso? O è solo… un fine settimana?”
La domanda era goffa, carica di curiosità maschile malcelata. Dietro le parole educatissime si sentiva chiaramente la domanda vera: “Hai ancora il cazzo? E ti piace farti guardare?”
“È complicato,” tagliai corto.
Ma Roberto non mollava. Fece quel sorrisetto che gli avevo visto fare mille volte durante le riunioni quando stava per proporre un prezzo più basso.
“Be’, se mai volessi… parlarne… o farti vedere da qualcuno che ti conosceva prima…” Lasciò la frase in sospeso, ma il significato era chiarissimo. “Sai, per capire come gestirlo. Da uomo a… donna.”
Il disagio mi salì in gola come bile calda. Non era solo imbarazzo. Era umiliazione mescolata a una strana, contorta eccitazione. Quell’uomo che mi aveva stretto la mano da pari a pari per anni, adesso mi stava guardando come una creatura esotica da scoprire.
“Devo andare, Roberto,” dissi, facendo un passo indietro.
Lui alzò le mani, come per scusarsi, ma aveva ancora quel luccichio negli occhi.
“Va bene, va bene. Però… se cambi idea, hai il mio numero. Sul serio, Eva.” Pronunciò il mio nome nuovo con una lentezza deliberata, quasi assaporandolo. “Mi farebbe piacere rivederti. Con calma.”
Mi voltai senza salutare. Sentivo le gambe tremare mentre mi allontanavo. Il cuore batteva fortissimo. Sotto la gonna, il mio corpo aveva reagito a quel mix di vergogna e desiderio malcelato. Non era eccitazione pulita. Era qualcosa di più torbido.
Uscii dal centro commerciale quasi correndo, i tacchi che battevano troppo forte sul pavimento lucido. Sentivo ancora la voce di Roberto nella testa: “Mi farebbe piacere rivederti. Con calma.”
Non era calma. Era fame.
Arrivai all’ascensore del parcheggio B2. Le porte si aprirono proprio mentre sentivo i suoi passi dietro di me.
“Eva, aspetta.”
Entrai. Lui entrò con me.
Le porte si chiusero. Eravamo soli.
Lui premette il pulsante -2, ma non disse nulla per i primi secondi. Solo respiri pesanti. Poi il suo sguardo scese di nuovo lì, sul rigonfiamento che la gonna non nascondeva più del tutto, soprattutto ora che il mio corpo aveva deciso di tradirmi.
“Non riesco a togliermelo dalla testa,” mormorò. “Quel… quel coso sotto la gonna. È ancora lì. È tuo. E mi sta facendo impazzire.”
Sentii il calore esplodermi sulle guance, sul collo, tra le gambe. Il pene si mosse, si indurì contro il perizoma, creando una protuberanza evidente. Volevo coprirmi con la borsa, ma non mi mossi.
“Roberto…” riuscii solo a dire.
Lui fece un passo. La sua mano tremava quando mi sfiorò la coscia, risalendo piano sotto la gonna. Quando arrivò al rigonfiamento lo strinse delicatamente sopra il tessuto, come se stesse verificando che fosse reale.
“Cazzo, è duro,” sussurrò, quasi con stupore infantile.
Io chiusi gli occhi. Non lo fermai.
L’ascensore fece ding. Le porte si aprirono sul piano deserto.
Lui mi prese per il polso. “La tua macchina è vicina?”
Annuii, senza voce.
E lo seguii.
Le porte dell’ascensore si aprirono sul piano -2. Luci al neon fredde, odore di cemento umido e benzina vecchia. Pochi posti auto occupati, silenzio rotto solo dal ronzio lontano di un neon difettoso.
Roberto non mi lasciò il polso. Camminammo veloci verso la mia macchina – la stessa che usavo da Edoardo, la stessa targa che lui conosceva. Quando arrivammo, si fermò. Mi guardò. Non disse niente. Solo un cenno con la testa verso il sedile posteriore.
Aprii la portiera senza riflettere. Entrammo. Le portiere si chiusero con un tonfo sordo che mi sembrò definitivo.
Dentro era stretto, buio, intimo in modo sbagliato. Lui si sedette accanto a me, le ginocchia che sfioravano le mie. Il suo respiro era già accelerato.
“Posso…?” chiese, ma la mano era già sotto la gonna.
Non risposi. Non dissi sì. Non dissi no.
Le dita trovarono il perizoma. Lo spostarono di lato con un gesto goffo, quasi impaziente. Il mio pene uscì, già mezzo duro per l’adrenalina e la vergogna. Lui lo guardò come se vedesse un oggetto alieno e familiare allo stesso tempo.
“Cazzo, è vero,” mormorò. “È ancora lì. È tuo.”
Lo prese in mano. La stretta era incerta, curiosa più che esperta. Lo accarezzò una, due volte, lentamente, come per convincersi. Io chiusi gli occhi. Sentivo il calore della sua palma, il pollice che sfregava il glande, e dentro di me un nodo che non sapevo sciogliere: era eccitazione? Era umiliazione? Era entrambe le cose che si annodavano insieme?
“Sei… incredibile,” disse con voce roca. “Non pensavo che mi avrebbe fatto questo effetto.”
Si slacciò i pantaloni con una mano sola, goffo, frettoloso. Il suo sesso uscì, eretto, più grosso di quanto mi aspettassi. Lo avvicinò al mio, li sfregò uno contro l’altro per qualche secondo – un gesto primitivo, quasi adolescenziale. Io sentivo il mio indurirsi completamente contro il suo, il contatto pelle contro pelle che mi faceva tremare.
Poi mi fece girare. Mi spinse contro lo schienale del sedile anteriore, ginocchia sul sedile posteriore, culo verso di lui. Alzò la gonna fino alla vita. Le autoreggenti si tesero sulle cosce. Sentii l’aria fredda sul fondoschiena, poi le sue mani che mi aprivano.
Non usò lubrificante. Solo saliva. Un sputo rapido, due dita che entrarono brusche, poi tre. Faceva male, ma non abbastanza da fermarlo – e non abbastanza da fermarmi.
“Rilassati,” disse, più a se stesso che a me.
Poi entrò.
Lento all’inizio, poi deciso. Ogni spinta mi schiacciava contro il sedile. Il mio pene, duro e inutilizzato, sbatteva contro il tessuto del sedile a ogni affondo, lasciando piccole macchie umide. Lui ansimava forte, le mani sui miei fianchi, le dita che affondavano nella carne.
“Non ci credo… sto scopando te… sto scopando Edoardo…” mormorò tra un respiro e l’altro.
Quelle parole mi trafissero. Non erano eccitanti. Erano crudeli nella loro sincerità. Mi stavano ricordando esattamente chi ero stato per lui – e chi non ero più.
Eppure il mio corpo rispondeva. Il pene pulsava, gocciolava, sfregava contro il sedile a ogni colpo. Non stavo venendo per il piacere. Stavo venendo per la vergogna, per la resa, per il fatto che stavo lasciando che accadesse.
Lui accelerò. Pochi colpi secchi, profondi. Poi si irrigidì, gemette forte, e sentii il calore dentro di me – denso, abbondante, che colava fuori quasi subito quando uscì.
Si ritrasse. Ansimava. Io restai lì, piegata, immobile, con il vestito alzato, il perizoma di lato, il suo sperma che mi scivolava lungo l’interno coscia.
Per qualche secondo nessuno parlò.
Poi lui si sistemò i pantaloni, tossì imbarazzato.
“Scusa… io… non so cosa mi è preso.”
Non lo guardai. Non risposi.
Aprì la portiera. Scese. Prima di chiuderla disse, con voce bassa:
“Se vuoi… possiamo rifarlo. Magari con più calma.”
La portiera sbatté.
Restai sola.
Il silenzio del garage era assordante. Sentivo il mio respiro, il battito del cuore, il liquido caldo che continuava a scendere piano. Il pene, ancora semi-eretto, pulsava inutilmente contro il sedile.
Mi tirai su lentamente. Abbassai la gonna con mani tremanti. Il tessuto era sgualcito, appiccicoso in alcuni punti. Mi sedetti sul sedile posteriore, ginocchia unite, borsa stretta al petto.
Non piansi.
Non urlai.
Solo una cosa mi era chiara, nitida come una lama:
essere desiderata in quel modo – cruda, veloce, senza rispetto per ciò che stavo diventando – non era liberazione.
Era solo un altro modo di essere usati.
Eppure, in fondo allo stomaco, una piccola parte di me sapeva già che avrebbe ricordato quel momento per molto tempo.
Non perché fosse bello.
Ma perché era vero.
Chiusi gli occhi. Accesi il motore solo cinque minuti dopo, quando sentii di poter guidare senza tremare.
Mentre uscivo dal garage, la luce del giorno mi colpì come uno schiaffo.
E per la prima volta pensai che forse era arrivato il momento di scegliere con più cura chi poteva toccare Eva.
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