bdsm
La Scatola
EvaGender
29.09.2025 |
388 |
4
"Avevo appena vissuto l'orgasmo più femminile della mia vita, eppure la mia anatomia maschile restava lì, evidente, a ricordarmi la mia natura ibrida..."
Dalla giacca estrasse una piccola scatola. Legno nero lucido, delle dimensioni di un porta-sigarette d'epoca. La superficie era perfettamente levigata, con piccole venature che catturavano la luce artificiale del bar. Un piccolo lucchetto dorato brillava su un lato. La posò sul tavolo tra noi due, con la stessa solennità con cui si firma un contratto."Questo sarà il nostro patto da oggi in poi."
Lo guardai, incerta. La scatola sembrava innocua, elegante persino. Ma il modo in cui Luca la teneva, il tono della sua voce, mi dicevano che conteneva molto più di un semplice oggetto.
"In futuro, quando ci incontreremo in pubblico, potrei darti una scatola come questa. Quello che sceglierai di farne... dipenderà da te. Ma se sceglierai di aprirla e di usare quello che contiene... allora resterò io a decidere dove andremo e cosa faremo."
Prese una piccola chiave dorata dalla tasca e aprì il lucchetto. Il coperchio si sollevò con un suono soffuso, rivelando l'interno foderato di velluto rosso scuro.
Due alloggi perfettamente sagomati. Nel primo, una pillola blu. Piccola, innocua in apparenza. Nel secondo, una siringa di plastica trasparente piena di un gel cristallino.
"La pillola" disse con voce bassa, "ti darà un'erezione. Forte, inevitabile. Durerà ... tanto."
Il mio respiro si fece più corto.
"Il gel è una pomata anestetica locale. Annullerà completamente ogni sensazione. Avrai l'erezione, ma non sentirai nulla."
Mi guardò dritto negli occhi.
"È il paradosso perfetto 𝗽𝗲𝗿 𝗰𝗵𝗶 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝘁𝗲 𝘀𝘁𝗮 𝗶𝗺𝗽𝗮𝗿𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗮 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝗱𝗼𝗻𝗻𝗮. Il tuo corpo maschile ci sarà, evidente, presente. Ma non potrà disturbarti. Non potrà comandare. Sarà lì solo per ricordarti chi sei davvero: una femmina che ha scelto di non lasciare che un pezzo di carne decida al posto suo."
Guardai la scatola. Le due sostanze mi fissavano come due occhi. Una promessa e una minaccia insieme.
"Perché dovrei farlo?" chiesi, anche se già sapevo la risposta.
"Perché è l'unico modo per attraversare il muro che ancora ti separa dalla tua verità. Finché avrai paura del tuo sesso, finché cercherai di nasconderlo o di controllarlo con la volontà... non sarai mai completamente libera."
Si chinò leggermente verso di me.
"Questo" disse indicando la scatola "ti insegnerà che puoi convivere con lui. Che puoi essere eccitata e donna allo stesso tempo. Che puoi avere un'erezione e restare Eva."
Il bar intorno a noi continuava la sua vita normale. Coppie che chiacchieravano, bambini che correvano tra i tavolini, l'odore di caffè e dolci nell'aria. Ma al nostro tavolo si stava definendo qualcosa di molto più profondo.
"La scelta è tua" continuò Luca. "Puoi prendere la scatola e richiuderla. Oppure puoi aprirla qui, ora, e scoprire cosa significa davvero essere una donna senza paura."
Guardai di nuovo la pillola blu. Così piccola. Eppure sapevo che conteneva una trasformazione. Non solo fisica, ma psicologica. Era un salto nel vuoto. Un atto di fiducia assoluta.
"Se la prendo..." cominciai.
"Se la prendi, tra venti minuti il tuo corpo cambierà. E dovrai gestire quello che succede per le prossime due ore. Con me. Dove deciderò io."
"E la pomata?"
"La userai quando te lo dirò io. Non prima."
Il mio cuore batteva forte. Sentivo il sangue pulsare nelle tempie, nelle mani, ovunque. Era paura? Eccitazione? Non riuscivo a distinguere.
Allungai la mano verso la scatola. Le mie dita sfiorarono il bordo di velluto, poi si fermarono.
"Luca... io..."
"Non devi spiegarmi niente. Devi solo scegliere."
Lo guardai negli occhi. C'era fermezza, sì. Ma anche qualcosa di più dolce. Rispetto. Stava aspettando la mia decisione senza pressioni, senza ricatti emotivi. Era davvero una scelta.
Presi la pillola.
La tenni tra le dita per un istante, sentendone il peso minimo. Poi, senza distogliere lo sguardo da Luca, me la misi in bocca.
Poi, senza distogliere lo sguardo da Luca, me la misi in bocca
Presi il bicchiere d'acqua sul tavolo e deglutii.
Luca non sorrise. Non disse "brava". Non fece nessun gesto di trionfo. Semplicemente annuì, con la serietà di chi ha appena assistito a un giuramento solenne.
"Ora hai venti minuti" disse chiudendo la scatola e rimettendosela in tasca. "Andiamo."
Si alzò e mi porse la mano. Io la presi e mi alzai a mia volta. Le gambe mi tremavano appena, ma non per debolezza. Era adrenalina pura.
Mentre camminavamo verso l'uscita del centro commerciale, sentivo già qualcosa cambiare dentro di me. Non fisicamente, non ancora. Ma mentalmente. Avevo superato una soglia. Avevo scelto di fidarmi completamente di lui e, soprattutto, di me stessa.
"Dove stiamo andando?" chiesi.
"A fare una passeggiata" rispose. "Tra poco capirai perché."
E mentre uscivamo nel pomeriggio tiepido, io sapevo che quella passeggiata sarebbe stata diversa da tutte le altre. Perché tra pochi minuti, il mio corpo non sarebbe più stato completamente mio.
E per la prima volta nella mia vita, l'idea non mi spaventava.
Mi eccitava.
Uscimmo dal centro commerciale nel sole del tardo pomeriggio. L'aria era tiepida, primaverile, e il parcheggio brulicava di famiglie che tornavano dalle compere domenicali. Tutto sembrava normale, quotidiano. Ma io sapevo che dentro di me stava iniziando qualcosa di straordinario.
Luca mi prese per mano con naturalezza. Il suo palmo era caldo, secco, sicuro. Camminavamo senza una meta apparente, lungo il marciapiede che costeggiava il centro. Ogni tanto mi lanciava uno sguardo di sottecchi, come se stesse cronometrando qualcosa.
"Come ti senti?" mi chiese dopo qualche minuto.
"Normale. Per ora."
"Bene. Significa che sta funzionando gradualmente. Il Viagra non è violento, è progressivo. È più... elegante."
Quella parola - elegante - mi colpì. Solo Luca poteva trasformare una manipolazione chimica del mio corpo in qualcosa di raffinato.
Continuammo a camminare. Superammo un parco giochi dove alcuni bambini correvano urlando di gioia. Una coppia di anziani ci sorpassò lentamente, mano nella mano. Un ragazzo in bicicletta ci sfrecciò accanto fischiettando.
Vita normale. Domenica normale.
Poi iniziai a sentirlo.
Non fu improvviso. Fu come un risveglio lento, una corrente calda che iniziava a salire dal basso. Prima solo una sensazione, un leggero formicolio. Poi qualcosa di più concreto.
Il sangue che affluiva.
Il tessuto della gonna che iniziava a tirare appena diversamente.
La consapevolezza che qualcosa nel mio corpo stava cambiando, indipendentemente dalla mia volontà.
"Luca..." sussurrai.
"Lo sento dal modo in cui cammini" disse senza guardarmi. "Stai iniziando a muoverti diversamente. Più attenta. Più controllata."
Aveva ragione. I miei passi si erano fatti più misurati, più studiati. Non era ancora evidente, ma io lo sentivo crescere. Un rigonfiamento che premeva contro il tessuto, che si faceva notare a ogni respiro.
"È normale?"
"È perfetto. Ora scoprirai cosa significa essere donna con un'erezione. Scoprirai che le due cose non si escludono a vicenda."
Mi fermò davanti a una vetrina. Un negozio di scarpe, con tacchi altissimi esposti come gioielli. Mi mise dietro di sé, in modo che il mio corpo fosse nascosto ai passanti, e abbassò lo sguardo.
"Fammi vedere."
Con gesti discreti, sollevai appena l'orlo della gonna
Con gesti discreti, sollevai appena l'orlo della gonna. Quello che vide lo fece sorridere.
"Brava. Procediamo."
Camminavamo lungo un viale alberato quando l'effetto raggiunse il picco. Il mio pene era completamente eretto, rigido contro la gonna. Ogni passo era una sfida all'equilibrio, ogni movimento dell'aria mi ricordava la mia condizione e mi faceva temere che la gonna fosse troppo corta, ora che il pene che premeva contro di essa ne riduceva ulteriormente la distanza dal ginocchio.
Eppure, paradossalmente, non mi sentivo maschio. Mi sentivo esposta. Vulnerabile. Femminile.
"Adesso" disse Luca fermandosi di nuovo, "useremo la pomata."
Eravamo davanti a un bar con i tavolini all'aperto. Qualche cliente sorseggiava aperitivi sotto gli ombrelloni colorati. Luca indicò l'ingresso.
"Bagno. Ora."
Entrai nel locale con le gambe leggermente divaricate per non rendere troppo evidente la mia situazione
Entrai nel locale con le gambe leggermente divaricate per non rendere troppo evidente la mia situazione. Il barista mi lanciò un'occhiata distratta, poi tornò al suo lavoro. Il bagno delle donne era piccolo, ma pulito. Mi chiusi dentro.
Tirai fuori il telefono. Luca mi aveva già mandato un messaggio:
"Applica tutto il contenuto sul glande e sui primi due centimetri dell'asta. Massaggia bene. Hai tre minuti."
Estrassi la siringa dall'elastico della calza dove l'avevo nascosta quando ero uscita dal centro commerciale. Il gel era trasparente, leggermente viscoso. Ne spremetti una goccia sul dito: era fresco, quasi mentolato.
Alzai la minigonna. Il mio sesso era teso, evidente, quasi pulsante. Mi sentii strana a guardarlo così, eretto anche contro la mia volontà, soprattutto pensando a quanto fosse destinato a diventare insensibile. Era come preparare un organo per un'operazione.
Iniziai ad applicare la pomata. Il gel si stendeva facilmente, creando una patina sottile e lucida che si mescolava con il liquidino che solitamente secerno in abbondanza quando ho il membro in erezione. Massaggiai con movimenti circolari, sentendo già i primi segni dell'azione anestetica: un formicolio, poi una sensazione di fresco, infine... nulla.
In meno di due minuti, il mio pene era diventato un oggetto estraneo. Presente, duro, visibile. Ma muto.
Mi ricomposi e uscii dal bagno.
Luca mi aspettava a un tavolino, con due spritz già ordinati. Quando mi sedetti, il mio viso doveva tradire qualcosa perché lui sorrise.
"Come ti senti?"
"È... strano. È come se quella parte non mi appartenesse più."
"Perfetto. È esattamente l'effetto che volevamo. Ora dimmi: ti senti meno donna?"
Ci pensai. Era una domanda profonda. Avevo un'erezione evidente sotto la gonna, eppure...
"No. Anzi, forse di più."
"Perché?"
"Perché... perché non mi distrae. Non mi comanda. È lì, ma non interferisce con chi sono."
Luca annuì con soddisfazione.
"È la lezione più importante, Eva. Il tuo corpo maschile non è il tuo nemico. È solo una parte di te che deve imparare il suo posto. E il suo posto non è al comando."
Bevemmo in silenzio per qualche minuto. L'aperitivo era fresco, leggermente amaro. Intorno a noi, la vita scorreva normale: coppie che chiacchieravano, amici che ridevano, famiglie che centellinavano il loro tempo libero.
Ma io ero in uno stato completamente nuovo. Avevo un'erezione, ma mi sentiva rilassata. Ero eccitata, ma non fisicamente. Era un'eccitazione mentale, emotiva, spirituale.
"Cosa facciamo ora?" chiesi.
"Ora andiamo a fare shopping
"Ora andiamo a fare shopping."
"Shopping? Così?"
"Così. Voglio che sperimenti cosa significa essere donna in pubblico senza la paura che il tuo corpo ti tradisca. Perché ora non può tradire nulla. È sotto controllo."
Il negozio che scelse era una boutique di abbigliamento femminile. Elegante, con commesse giovani e sorridenti. Appena entrammo, una ragazza bionda si avvicinò.
"Posso aiutarvi?"
"La mia ragazza ha bisogno di un vestito per una cena importante" disse Luca con naturalezza. "Qualcosa di elegante ma non troppo formale."
La mia ragazza. Le parole mi attraversarono come una corrente elettrica. Mi guardò, e nei suoi occhi c'era orgoglio. Possesso. Amore.
"Certamente. Che taglia porta?"
"46" risposi io, trovando la voce.
La commessa mi squadrò con occhio esperto.
"Direi che abbiamo quello che fa per lei. Mi segua."
Mentre camminavamo tra gli scaffali, io ero iperconsciente del mio corpo. L'erezione era ancora lì, nascosta ma presente. Eppure mi muovevo con sicurezza, seguivo la commessa, toccavo i tessuti, facevo commenti sui colori.
Mi sentivo completamente donna.
"Questo le starebbe benissimo" disse la ragazza, mostrandomi un vestito blu notte. "Vuole provarlo?"
Guardai Luca. Lui annuì.
"Certo."
Il camerino era piccolo, ma sufficientemente privato. Mi spogliai lentamente, consapevole che ogni movimento doveva essere controllato. Il vestito scivolò sul mio corpo come seta liquida. Era perfetto: aderiva ai seni, segnava la vita, accarezzava le cosce.
Mi guardai allo specchio. Ero bellissima. E il rigonfiamento sotto il vestito, invece di rovinarmi, sembrava completare l'immagine. Ero Eva. Tutta Eva. Senza compromessi.
Uscii dal camerino per mostrare il vestito a Luca. I suoi occhi si illuminarono.
"Perfetto. Lo prendiamo."
La commessa sorrise.
"Ottima scelta. Le dona moltissimo."
La commessa mi osservò con attenzione professionale, ma il suo sguardo si fermò un attimo di troppo. I suoi occhi scesero lungo la linea del vestito, si posarono sui fianchi, poi risalirono al viso.
Un'espressione sottile le attraversò il volto - non shock, non disgusto, ma una sorta di riconoscimento silenzioso. Come quando risolvi un enigma che ti incuriosiva da qualche minuto.
Fece un passo indietro, inclinò leggermente la testa per valutare l'insieme, poi sorrise. Ma non era più il sorriso automatico della venditrice.
"Sa cosa?" disse con voce più bassa, "questo vestito è stato disegnato per esaltare la femminilità in tutte le sue forme. E su di lei... è perfetto."
Ci fu una pausa carica di significato. Poi aggiunse, rivolgendosi a Luca:
"Sua moglie ha un gusto impeccabile. E il coraggio di essere se stessa."
Sua moglie. Il coraggio di essere se stessa.
Le parole scelte non erano casuali. Aveva capito, ma invece di giudicare aveva scelto di celebrare. Il suo sguardo tornò su di me, questa volta pieno di rispetto femminile autentico.
"Posso permettermi un consiglio?" continuò, avvicinandosi con fare più confidenziale. "Il taglio alto del vestito valorizza molto le gambe. Ma se vuole un effetto ancora più armonioso..."
Si chinò, prese l'orlo del vestito e lo sistemò con gesti esperti, tirando appena il tessuto verso il basso.
"Ecco. Così la silhouette è perfetta."
Il piccolo aggiustamento aveva minimizzato la visibilità del rigonfiamento senza nasconderlo completamente. Era un gesto tecnico, professionale, ma anche profondamente complice.
"Grazie" dissi, e nella mia voce c'era gratitudine vera.
"Prego. È raro vedere qualcuno che porta un abito con tanta naturalezza. Complimenti davvero."
Mentre Luca pagava, la commessa si avvicinò di nuovo a me e sussurrò:
"Torni quando vuole. Abbiamo sempre cose bellissime per donne... speciali come lei."
Il modo in cui disse "speciali" non aveva nulla di condiscendente. Era pieno di ammirazione sincera. Uscimmo dal negozio che iniziava a far buio. Avevo il sacchetto con il vestito in mano e un sorriso che non riuscivo a contenere.
"Come ti senti?" mi chiese Luca per l'ennesima volta.
"Libera" risposi senza esitare. "Per la prima volta completamente libera."
"Perché?"
"Perché ho scoperto che posso essere donna anche quando il mio corpo dice il contrario. Anzi, forse sono più donna proprio per questo. Perché ho scelto io chi essere, nonostante tutto."
Luca si fermò e mi prese il viso tra le mani.
"Questo è il regalo più bello che potessi farmi. Vederti così. Sapere che hai capito."
Mi baciò. Un bacio lungo, dolce, pieno di orgoglio e di promesse. E io, con la mia erezione chimica e insensibile, con il mio corpo ibrido e contraddittorio, mi sentii la donna più amata del mondo.
Eravamo quasi arrivati all'auto quando sentii il primo formicolio. Non il freddo metallico dell'anestesia, ma qualcosa di vivo che si risvegliava. Come quando una gamba addormentata torna in vita, solo che questa volta era... diverso.
"Luca..." sussurrai, fermandomi di colpo. "Sta tornando."
Lui si voltò. Nel mio viso doveva aver letto tutto perché mi prese per mano e accelerò il passo verso la macchina.
"Veloce. Sali."
Scivolai sul sedile del passeggero con movimenti attenti. L'erezione era ancora lì, evidente sotto la mia minigonna leggera, ma ora iniziava a pulsare. Ogni battito del cuore si rifletteva lì sotto, ogni respiro diventava più difficile da controllare.
Luca salì dall'altro lato e accese il motore, ma non partì subito. Si voltò verso di me.
"Come ti senti?"
"È... è strano. Non è come quando torna la sensibilità normale. È più... intenso. Come se fosse amplificato."
"È l'effetto combinato. Il Viagra mantiene l'erezione, la pomata che svanisce crea ipersensibilità. È esattamente quello che volevo."
Le sue parole mi attraversarono come una scossa. Aveva pianificato tutto. Anche questo momento.
"Luca, io... non so se riesco a..."
"A cosa?"
"A gestirlo. È troppo forte."
Lui sorrise. Quel sorriso che conoscevo bene, tra dolcezza e controllo assoluto.
"Non devi gestirlo. Devi lasciartene guidare. Ma a modo mio."
Guidò fino a un parcheggio isolato, dietro un piccolo boschetto alla periferia della città. Il sole stava tramontando, tingendo tutto di arancione. Spense il motore e si voltò completamente verso di me.
"Eva, ora ti insegnerò l'ultima lezione di oggi."
Il mio respiro si fece più corto. La sensibilità era ormai quasi completamente tornata, e ogni fibra del mio corpo vibrava.
"Voglio che ti tocchi."
"Qui?"
"Qui. Ora. Ma non come facevi prima. Non come un uomo."
Si avvicinò, la sua voce divenne un sussurro caldo nell'orecchio.
"Voglio che ti tocchi come una donna. Il tuo glande non è più un glande. È il tuo clitoride. E i clitoridi non si afferrano, non si strofinano. Si accarezzano."
Le sue parole entrarono dentro di me come miele caldo.
"Solo movimenti circolari. Solo sulla punta. Solo sul frenulo. Leggeri, come se fosse il punto più delicato del tuo corpo."
"Ma Luca, io non so se..."
"Lo sai. Il tuo corpo lo sa. Devi solo fidarti."
Sollevai lentamente l'orlo della minigonna. Il mio sesso era lì, eretto, pulsante, vivo. Ma per la prima volta non lo guardai come un pene. Seguii le parole di Luca e lo vidi come... altro.
Allungai la mano. L'indice si posò sulla punta con la delicatezza di chi tocca un fiore. La sensazione fu elettrica. Dopo ore di anestesia, quel primo contatto era amplificato mille volte.
"Piano" sussurrò Luca. "Movimenti circolari. Piccolissimi. Come se stessi accarezzando una perla."
Cominciai. Dita leggere, tocchi appena accennati. Circoli minuscoli intorno al glande, poi sul frenulo, poi di nuovo sulla sommità. Era completamente diverso da qualsiasi cosa avessi mai fatto.
"Brava. Continua così. Senti com'è diverso?"
"Sì..." Riuscii appena a sussurrare. "È... è come se tutto il piacere fosse concentrato in un punto minuscolo."
"Esatto. È così che le donne sentono. Intenso, localizzato, profondo."
I miei movimenti diventarono più fluidi, più naturali. Non cercavo di raggiungere l'orgasmo, non avevo fretta. Stavo esplorando. Stavo imparando un nuovo linguaggio.
"Ora chiudi gli occhi" disse Luca. "E dimmi cosa senti."
Chiusi gli occhi. Il mondo scomparve. Esistevano solo le mie dita, quel punto di contatto, e la voce di Luca che mi guidava.
Esistevano solo le mie dita, quel punto di contatto, e la voce di Luca che mi guidava
"Non pensare al tuo pene. Pensa al tuo clitoride. Pensa a Eva che si accarezza."
E successe. Il cambio di prospettiva fu come girare l'interruttore. Improvvisamente non stavo più toccando un organo maschile. Stavo accarezzando la mia femminilità.
Il piacere cambiò natura. Divenne ondulatorio. Invece di costruirsi linearmente verso un picco, si muoveva come onde concentriche. Saliva, scendeva, si espandeva, si contraeva.
"Luca..." gemetti. "È... è incredibile."
"Continua. Non fermarti. Lascia che sia Eva a venire, non l'altro."
Le mie dita continuarono la loro danza circolare. Il piacere cresceva, ma non con l'urgenza maschile che conoscevo. Era più profondo, più avvolgente. Come se partisse dal centro del mio essere e si irradiasse ovunque.
L'orgasmo arrivò come un'onda lunga. Non esplosivo, non violento. Dilatato. Iniziò dal punto che stavo toccando, si espanse nel ventre, salì al petto, mi attraversò la gola, esplose nella testa.
L'eiaculazione ci fu, ma fu quasi secondaria. Era il corpo che reagiva, ma l'essenza dell'orgasmo era altrove. Era nella mente, nel cuore, nell'anima.
Rimasi immobile per lunghi secondi, gli occhi ancora chiusi, le dita ancora ferme su quel punto magico che avevo scoperto. Respiravo piano, profondamente, come se fossi appena emersa da un sogno.
Ma qualcosa non era cambiato.
Aprii gli occhi e guardai in basso: l'erezione era ancora lì. Salda, evidente, rigida come se l'orgasmo non fosse mai accaduto. La minigonna era delicatamente appoggiata alla congiunzione dell'asta con il mio corpo.
"È normale?" chiesi a Luca, indicando con lo sguardo.
"È l'effetto del Viagra. Resterà così per diverso tempo."
Sentii una fitta di panico misto a incredulità. "E come faccio a tornare a casa così?"
Luca sorrise, quel sorriso che conoscevo bene. Dolce ma implacabile.
"Impari a convivere con le conseguenze delle tue scelte. È parte dell'esperienza. Eva non finisce quando hai l'orgasmo. Eva è quello che porti con te dopo."
Guardai ancora il mio corpo. Era strano, quasi surreale. Avevo appena vissuto l'orgasmo più femminile della mia vita, eppure la mia anatomia maschile restava lì, evidente, a ricordarmi la mia natura ibrida.
"Come ti senti?" chiese Luca, la voce piena di orgoglio.
Lo guardai, e nei miei occhi c'erano le lacrime. Non di dolore, di riconoscimento.
"Mi sento... completa. Per la prima volta completa."
"Perché?"
"Perché ho scoperto che posso essere donna anche quando vengo. Non devo scegliere. Posso essere tutto quello che sono, senza contraddizioni. Anche... anche così." Indicai di nuovo l'erezione generata chimicamente.
Luca si avvicinò e mi baciò. Dolcemente, profondamente.
"Benvenuta, Eva. Ora sei davvero nata."
Mentre tornavamo verso casa, ogni semaforo rosso era un supplizio dolce. L'erezione premeva fra le mie gambe, persistente, implacabile. Era un promemoria costante di quello che avevo vissuto, di quello che ero diventata. Ma non era solo fastidio: era anche orgoglio. Il mio corpo portava i segni della mia trasformazione.
Tenevo la mano di Luca e guardavo fuori dal finestrino. Il mondo sembrava diverso. I colori più intensi, i suoni più nitidi.
"Quanto durerà ancora?" chiesi, più per curiosità che per ansia.
"Il tempo necessario perché tu capisca che Eva non finisce quando togli il trucco. Stasera dormirai ancora eccitata. Ti sveglierai domani ricordando ogni secondo di oggi. Il tuo corpo non dimenticherà."
Aveva ragione. Sentivo già che quella notte sarebbe stata diversa. Non solo per quello che avevo vissuto, ma per quello che continuavo a vivere.
"E domani?"
"Domani tornerai alla tua vita di sempre. Ma non sarai più la stessa. E quando ci rivedremo..." fece una pausa, guardandomi con intensità, "...avrai nostalgia di questo stato. Vorrai tornare qui.
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