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Quando è nata Ludovica


di Membro VIP di Annunci69.it Ludovica
07.09.2025    |    708    |    5 9.8
"Quel “signora” mi faceva vibrare dentro qualcosa di profondo, schiarì la voce..."
Era nata Ludovica

Era un pomeriggio come tanti, uno di quei sabati pigri in cui la città sembrava sospesa tra la frenesia della settimana e la promessa di una serata libera. In casa c’ero solo io, con la finestra spalancata sul cortile interno.
L’aria di settembre portava dentro un odore misto di pioggia lontana e di foglie bagnate.

Avevo passato ore a rigirarmi tra i pensieri, finché ero deciso a fare quello che in segreto avevo sempre desiderato, non per scherzo, non come una mascherata carnevalesca, ma con l’intenzione di guardarsi davvero, di scoprire come sarebbe stato vestire una pelle diversa, femminile.
Avevo preparato tutto nei giorni precedenti: un vestito nero acquistato in un negozio dell’usato, un paio di collant trasparenti, scarpe col tacco alto e poi il trucco, preso con goffaggine e curiosità dal reparto cosmetici del supermercato.
Sul tavolo, lo specchio da trucco rifletteva il mio volto ancora nudo, segnato dalla luce pallida del pomeriggio che mi ispirò profondamente. Avevo il cuore che batteva forte, come se stessi per commettere un atto proibito.
Mi misi il vestito lentamente, tirandolo giù lungo il corpo. Il tessuto mi scivolò sulle spalle e si fermò a metà coscia. Il contatto mi fece rabbrividire. Non era solo un gioco, il corpo reagiva, si accendeva di una nuova consapevolezza.

Davanti allo specchio, iniziai con il fondotinta, le mani tremavano un po’, ma riuscì a stenderlo con pazienza. Poi il rossetto, un rosso scuro, deciso. Quando mi guardai di nuovo, rimasi sorpresa. Non era più il solito volto, c’era qualcosa di diverso nello sguardo, un’ombra di femminilità che non avevo mai visto.
Indossai i collant con cautela, facendo attenzione a non smagliarli.
Sentì la seta aderire alla pelle, uniforme, carezzevole. Le scarpe col tacco furono una sfida, i primi passi furono incerti, ma bastarono pochi tentativi per trovare un equilibrio nuovo, diverso, che mi obbligava a muovermi con grazia.

Quando tornai davanti allo specchio, mi mancò il fiato. Non era più quello di prima, era Ludovica, le linee del corpo, il portamento, perfino il modo in cui la luce cadeva sul viso raccontavano una storia nuova.
Mi piegai in avanti, guardai meglio. “Sono bella?” sussurrai quasi incredula, la voce, più morbida del solito, mi sorprese.
Giravo per la stanza senza riuscire a smettere di guardarmi, mi toccavo i fianchi, le braccia, il collo. Ogni gesto sembrava diverso, come se il corpo avesse trovato un linguaggio inedito.

Camminai fino alla finestra. Il cortile era deserto, ma il pensiero che qualcuno potesse vedermi mi faceva accelerare il respiro. C’era un misto di paura ed eccitazione. Non era più solo un travestimento che stavo diventando una donna agli occhi del mondo, almeno per un momento.
Mi lasciai cadere sul divano, le gambe accavallate con una naturalezza che non avrei mai creduto possibile. Il vestito tirava leggermente sulle cosce, lasciando intravedere la linea della pelle sotto i collant. Un fremito mi attraversò lo stomaco.
All’improvviso, il suono del citofono mi fece sobbalzare.
“Corriere, consegna per il primo piano!”
Il cuore esplose in petto. Mi immobilizzai, non sapevo che fare, non era possibile, proprio adesso?
Guardai la porta, poi lo specchio. Avrei potuto ignorare. Lasciare che il corriere bussasse e se ne andasse. Ma il pensiero di aprire… vestita così, era vertiginoso.
Senza concedermi troppo tempo per riflettere, mi alzai, le scarpe fecero un rumore deciso sul pavimento. Ogni passo verso la porta era un passo verso l’ignoto.

Quando aprì, il corriere rimase un attimo interdetto.
Era un uomo sui trentacinque anni, spalle larghe, barba appena accennata, la divisa gialla e blu sgualcita dal lavoro. Gli occhi, scuri, si alzarono dal pacco alle sue labbra, e poi su, al volto.
«Buongiorno signora» disse, dopo un istante di esitazione.
Quel “signora” mi faceva vibrare dentro qualcosa di profondo, schiarì la voce. «Ehm, buongiorno.»

Il pacco era grande, ingombrante. Il corriere lo sollevò con facilità, ma la fatica gli tese i muscoli delle braccia. «È per il primo piano?» chiese.
«Sì… io… io sono al primo.»
«Perfetto, lo porto su.»
Il corriere entrò nell’androne. Lo seguì, i tacchi che scandivano un ritmo lento e deciso. Ogni gradino sembrava amplificare la tensione. Il corriere gettava di tanto in tanto uno sguardo veloce dietro di sé, come per assicurarsi che lo seguissi.
Quando arrivammo davanti alla porta, mi affrettai a cercare le chiavi nella borsetta che aveva preparato solo per completare il travestimento. Le mani tremavano. Sentivo il profumo del corriere, misto a sudore e deodorante, vicino, quasi invadente.
Finalmente la porta si aprì. «Può lasciarlo qui dentro,» dissi con un filo di voce.
Il corriere entrò, posò il pacco sul pavimento. Si raddrizzò, e per un attimo i nostri sguardi si incrociarono.
Ci fu un silenzio carico. Sentivo il battito del cuore nelle orecchie. Il corriere si passò una mano tra i capelli, esitò, poi disse: «Bel vestito.»
Io arrossì fino alle orecchie. «Grazie.»
Il corriere sorrise, un sorriso breve, quasi imbarazzato. Ma i suoi occhi restavano lì, fissi. Non era un semplice sguardo di cortesia: era qualcos’altro.
«Allora… buona giornata,» disse infine, avviandosi verso la porta.
Rimasi immobile, le labbra socchiuse, incapace di dire altro.


Quando la porta si chiuse, mi lasciai scivolare contro il muro. Le gambe mi tremavano. Era successo davvero, qualcuno mi aveva visto così. Non solo visto riconosciuto, “Signora.”
Quel termine mi rimbalzava dentro, riempiendo ogni spazio.
Mi specchiai di nuovo. La donna nello specchio mi guardava con un misto di malizia e stupore, era reale, era Ludovica.

Un’ondata di eccitazione mi travolse, calda e insistente. Non era soltanto la bellezza riflessa, ma la consapevolezza di aver varcato una soglia invisibile.
Non c’era più ritorno.
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