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trio

Che bariste - P1


di ThreesomeDreamer
05.05.2026    |    1.375    |    0 9.2
"Resto solo, seduto, con quella musica che continua e la luce che cambia lentamente..."
Non so esattamente in quale punto della giornata abbia deciso di non tornare subito a casa—se davanti al riflesso un po’ stanco della mia faccia nel vetro dell'ufficio, o quando, entrando nel bar della stazione di Carpi, ho sentito quel profumo leggero di primavera mescolato al caffè e a qualcosa che ormai riconosco come loro, un profumo pulito ma persistente, quasi una firma invisibile.

Io mi chiamo Marco, faccio l’assicuratore da più di vent’anni, e quel bar lo conosco bene, non solo perché ci passo ogni giorno, ma perché è anche un mio cliente: polizze, responsabilità civile, tutte quelle cose che sembrano noiose finché non servono davvero. E loro—Elena e Daria—le conosco da abbastanza tempo da sapere come si guardano quando credono che nessuno le stia osservando.

Elena è quella che riempie lo spazio senza bisogno di muoversi troppo: un corpo morbido ma pieno, proporzionato, un seno importante che le dà una presenza quasi rassicurante, i capelli castani raccolti in modo disordinato che le incorniciano un viso sempre acceso, vivo, e quegli occhi scuri che sorridono anche quando la bocca resta ferma.
Daria, invece, è l’opposto: alta, sottilissima, quasi spigolosa in certi punti, con quella magrezza elegante che sembra fatta di linee più che di volumi, i capelli chiari che le scendono lunghi sulle spalle e un modo di muoversi lento, controllato, come se ogni gesto fosse pensato anche quando non lo è. Occhi di ghiaccio che ti studiano.

Io sto in mezzo a loro come sono sempre stato nella vita: uno che spicca, ma al tempo stesso scompare. Poco sopra il metro e novanta, spalle ancora discrete, un leggero appesantimento nelle gambe e nel fondoschiena che tradisce gli anni e le abitudini, barba corta ben tenuta, capelli corti tenuti meno bene, ma sempre puliti e profumati. Non sono un Adone, lo so, ma nemmeno uno che si lascia andare o un "rottame" umano". Sono un bel 50enne che con un po di esercizio e attenzione a tavola si mantiene con una certa dignità.

“Giornata storta?” mi chiede Elena appena entro, senza preamboli, mentre asciuga un bicchiere.

Faccio spallucce, appoggiandomi al bancone. “Niente di nuovo.”

Daria intanto cambia musica: una di quelle canzoni dell’est, malinconiche, con una voce femminile che sembra raccontare qualcosa che non capirò mai davvero, ma che mi resta addosso.

“Resti per un aperitivo?” aggiunge Elena, e non è proprio una domanda.

Accetto. Anche perché, in quel momento, non saprei dove altro andare.

Parliamo un pò del più e del meno, poi, quasi per inerzia professionale, tiro fuori il discorso.

“Tra l’altro,” dico, girando il bicchiere tra le dita, “dovremmo rivedere la polizza del bar. Sono cambiate un paio di cose. E… non ho mai visto casa vostra. Si parlava di assicurare pure quella o ricordo male?”

Elena alza un sopracciglio, tra il sorpreso e il divertito. “Casa nostra?”

“Sì, per una copertura completa ha senso. Valutare spazi, impianti… queste cose qui. La solita routine, vi dovrei mandare un perito ma potrei anche venire io”

Daria e Elena si scambiano uno di quei loro sguardi veloci, pieni di sottintesi...all'inizio per me nulla di strano.

“Vieni dopo allora" dice Daria, con semplicità. “Tanto chiudiamo tra poco. Mangiamo qualcosa, guardi e tocchi tutto tutto con calma.”

È detto in modo così naturale che non c’è motivo di pensarci troppo. Eppure, qualcosa si muove.

---

Il tragitto fino a casa loro è breve, ma abbastanza lungo da lasciare spazio ai pensieri. Cammino con le mani in tasca, un passo leggermente indietro, respirando quell’aria tiepida che sa di primavera e di sera che arriva piano.

Mi accorgo di guardare il fondoschina di entrambe e di pensare a quanto siano differenti tra loro...Elena ha un corpo pieno, morbido, accogliente. Non è grassa, non ha pancetta o altro: è una donna dalle forme generose e sode. Daria è nordica, fondoschiena alto, stretto atletico. Elena sarà poco più di 1 metro e sessanta, mentre Daria sfora il metro e ottanta...Due ragazze profondamente agli antipodi.

L’appartamento è luminoso, vissuto nel modo giusto: niente di costruito, niente di lasciato al caso. C’è qualcosa di loro in ogni dettaglio.

“Fai come fossi a casa tua,” dice Elena, togliendosi le scarpe senza pensarci.
"Togliti solo le scarpe per favore"
Daria fa lo stesso, e in un attimo entrambe sono a piedi nudi, leggermente più basse, più vere.

Pure io resto a piedi nudi, cercando di mantenere una distanza professionale che comincia già a sembrare fuori luogo.

“Se non ti dispiace iniziamo tra un pò,” dice Elena. “Prima ci sistemiamo un attimo.”
Annuisco.

Le sento muoversi per casa, poi il rumore dell’acqua che parte, le voci basse, qualche risata soffocata. Resto solo, seduto, con quella musica che continua e la luce che cambia lentamente. Mi guardo attorno, curioso tra gli scaffali, mi siedo in poltrona e mi metto svogliatamente a sfogliare una rivista femminile.

Quando tornano, qualcosa è diverso.

Non è solo il fatto che siano più comode—i vestiti morbidi, leggeri, che seguono i movimenti senza costringerli. Daria arriva per prima ha un abito leggero intero che le arriva poso sopra al ginocchio, con le maniche corte. Uno di quei vestiti anni 50 che stanno bene se sei bella formosa...e lei non lo è, ma si intuisce che sotto non porta il reggiseno ed ha indossato un perizoma nero. Daria è più comoda: una maglia corta elastica che le abbraccia il seno come vorrei facessero le mie mani ... un seno grande generoso morbido. Indossa gli occhiali (di solito porta le lenti), ha i capelli raccolti e una gonna/pantalone molto ampia e lunga ..... il modo in cui stanno nello spazio: più lente, più vicine.
I capelli ancora un po’ umidi, la pelle che sembra trattenere il calore dell’acqua.

E sono entrambe scalze.

“Vuoi andare anche tu?” chiede Daria, indicando il bagno.

Accetto quasi subito, come se avessi bisogno di quel passaggio.

Nel bagno la luce è diversa, più netta. Mi guardo allo specchio, mi riconosco: Marco, assicuratore, uno che ha sempre fatto le cose per bene, uno che non cerca complicazioni.

E invece.

L’acqua scorre, mi sistemo, gesto dopo gesto, ma la testa è già fuori, in quella stanza, in quell’equilibrio strano che si è creato.

Quando torno, le trovo sul divano.

Più vicine di prima.

Non stanno facendo niente di particolare, eppure l’aria è cambiata, come se tra loro ci fosse una corrente leggera che adesso, in qualche modo, mi sfiora.

“Allora,” dice Elena, guardandomi, “questa assicurazione?”

Sorrido appena, sedendomi.

“Già,” rispondo, ma la voce mi esce un po’ diversa da come dovrebbe.

E in quel momento capisco che sì, il lavoro è stato solo l’inizio. Tutto il resto… sta ancora prendendo forma.
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