trio
La prima volta - P02
28.04.2026 |
1.414 |
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"Resto immobile, lasciando che le sue dita prendano possesso di quella porzione del mio corpo..."
Ci ho messo molto più tempo del necessario a decidere cosa mettermi.Non perché avessi davvero dei dubbi. Alla fine ero sempre io: una camicia chiara, semplice, pantaloni scuri puliti, sneaker. Niente di costruito. Però, quella sera, infilarsi i vestiti addosso aveva un peso diverso.
La camicia l’ho cambiata due volte. Non per l’aspetto, ma per come il tessuto mi scivolava sul torace. Mi dava fastidio sentirmi impacciato, volevo che la stoffa fosse leggera, quasi impercettibile. Volevo essere pronto a farmela sfilare.
Quando esco, l’aria è quella tipica di primavera inoltrata. Non fredda, non calda. Densa.
Ha un odore umido, pesante, di terra che ha assorbito il calore tutto il giorno e adesso lo sta sudando fuori lentamente.
Guido senza musica.
Non mi serve.
Ho già abbastanza rumore in testa. Il battito del cuore che rimbomba sordo contro lo sterno.
Il posto è quello che abbiamo deciso: un parcheggio un po’ defilato, circondato da alberi scuri. Niente di romantico, ma soprattutto niente di squallido. Una zona d'ombra anonima che, proprio per questo, sembra il palcoscenico perfetto.
Arrivo per primo.
Spengo il motore.
Il silenzio dentro l'abitacolo è diverso da quello di casa. È un silenzio chiuso, ovattato. Più fisico.
Sento il ritmo del mio respiro, il leggero scricchiolio del sedile ogni volta che sposto il peso.
Guardo lo schermo del telefono.
Nessun messaggio...mi daranno buca penso.
Appoggio le mani sulle cosce. Le sento calde, i muscoli contratti, in quell'attesa fisica, animale, di chi sa che sta per esporsi.
Poi, due lame di luce fendono il buio. I fari.
Una macchina entra lentamente nel piazzale. Le gomme masticano l'asfalto e un po' di ghiaia.
Non serve controllare il telefono. Lo so. Lo spero....
Sono loro.
Parcheggiano a tre posti di distanza dal mio.
Non scendo subito.
Li guardo attraverso il parabrezza.
Prima come si ferma l'auto. Poi i fari che si spengono, lasciandoci nell'oscurità illuminata solo dai lampioni lontani.
Poi la portiera lato guida che si apre.
Marco.
Dal vivo è esattamente come nelle foto, ma la sua presenza fisica cambia tutto. Ha spalle larghe, rilassate, sicure. Si tira su dall'abitacolo senza fretta, si guarda intorno con la tranquillità di chi sa gestire la situazione. Si assicura il territorio.
Poi si apre l'altra portiera.
Scende Elena.
E lì il respiro mi si ferma in gola.
Non è questione di bellezza da copertina. È la gravità che esercita sullo spazio circostante.
Il suo corpo è pieno, carnale, reale. Si muove con una lentezza fluida, con la sicurezza di una donna abituata a essere desiderata e a sapere esattamente come usare quel desiderio.
Indossa una giacca scura, aperta. Sotto, una maglia di un tessuto sottile che le fascia il seno in modo inequivocabile, scivolando morbida sui fianchi. I capelli sono liberi, sciolti intorno al viso. E l'espressione… ha lo sguardo di chi sa che la sto fissando nel buio, e le piace.
Resto ancora un secondo dentro la macchina. Deglutisco.
Poi apro la portiera e scendo.
L’aria fuori è pungente, ma carica.
E ha un odore molto più definito.
Asfalto tiepido. Umidità. E quell'elettricità statica che precede i temporali.
Cammino verso di loro.
Ogni mio passo è misurato. Lento.
Non per insicurezza. Per attenzione. Per godermi l'avvicinamento.
Quando siamo a un paio di metri, ci fermiamo quasi nello stesso momento.
Un attimo sospeso. Una bolla in cui nessuno respira.
Poi Elena sorride.
Non un sorriso di circostanza. Un sorriso lento, che le piega appena le labbra lucide. Un invito.
“Ciao.”
La sua voce mi arriva addosso. Più calda e roca di come l’avevo immaginata. Una voce da camera da letto.
“Ciao,” rispondo. Sento la mia voce stranamente bassa.
Marco fa mezzo passo avanti, annulla l'ultima distanza di sicurezza e mi tende la mano. La stringo.
La sua stretta è asciutta, decisa ma non aggressiva. Non è una sfida, è un'accoglienza. L'uomo che apre la porta di casa sua.
Un dettaglio piccolo, ma che mi toglie ogni freno residuo.
Ci avviciniamo ancora, quel tanto che basta per chiudere il triangolo.
E lì succede la prima cosa che mi resta incollata addosso.
Il profumo.
L'aria si satura di lei.
Non è il profumo forte e artificiale delle ragazze. È un odore intimo. La fragranza sulla sua pelle si è mescolata al calore del suo corpo. Sa di pulito, di crema costosa e di qualcosa di molto più profondo e animale, dolce e carnale allo stesso tempo. Mi riempie i polmoni e mi scende dritto al basso ventre.
Marco ha un odore più neutro, di dopobarba e pelle calda. Una cornice solida.
E in mezzo a questi due, sento anche il mio. Più teso. Più affamato.
Questa miscela invisibile crea una specie di spazio privato, un recinto in mezzo al parcheggio in cui ci siamo solo noi tre.
Parliamo.
Le prime frasi sono inevitabilmente vuote.
“Vi ho trovati subito.”
“Sì, il posto è tranquillo.”
Gusci vuoti.
Perché mentre parliamo, le uniche cose che urlano sono i corpi.
Gli sguardi.
Elena mi fissa dritto negli occhi, ma poi lascia cadere lentamente le ciglia. Il suo sguardo mi scivola sul collo, sulle spalle, scende lungo la linea dei miei pantaloni, per poi risalire senza alcuna vergogna. Mi sta spogliando.
Marco osserva me mentre lei mi guarda. Interviene meno. Valuta le mie reazioni, si gode l'effetto che sua moglie ha su di me.
Io smetto di fingere educazione.
Le guardo il collo scoperto. La pelle chiara, dove la vena pulsa leggermente. Guardo il modo in cui il seno si alza e si abbassa a ogni respiro sotto la maglia sottile, tradendo un'accelerazione che le parole non dicono.
A un certo punto, senza che nessuno lo proponga, lo spazio si restringe.
Non siamo più a distanza di cortesia.
Siamo entrati in quella zona termica in cui senti il calore dell'altro irradiarsi sulla tua pelle, senza bisogno di contatto.
Elena fa finta di cercare un appoggio e si appoggia con il fianco alla carrozzeria della loro auto.
Io faccio un passo. Mi ritrovo esattamente di fronte a lei, a una spanna di distanza.
Marco è alla mia destra, vicinissimo, ma lascia che sia io a fronteggiarla.
La conversazione muore.
Non c'è imbarazzo. C’è una pausa satura.
Una di quelle pause in cui l'aria diventa solida.
Elena abbassa lo sguardo sulle mie mani. Poi lo rialza, piantando i suoi occhi scuri nei miei.
Fa scivolare in avanti il braccio.
Lentamente.
E, senza chiedere il permesso, appoggia la mano sul mio avambraccio.
La botta è immediata.
È un contatto leggero, le dita appena appoggiate sulla stoffa della mia camicia.
Ma il calore del suo palmo mi brucia attraverso il tessuto. Sento l'energia pura della sua pelle contro il mio muscolo teso.
Non la sposto.
Non mi ritraggo di un millimetro.
Resto immobile, lasciando che le sue dita prendano possesso di quella porzione del mio corpo.
Il tempo si sfalda. Non so quanto duri quel tocco.
Sento solo il sangue che mi pulsa forte nelle vene, il respiro che si fa corto.
Sono cosciente di ogni singolo dettaglio: la morbidezza del suo polpastrello, l'odore della sua pelle che ora mi entra direttamente nel cervello, l'ombra del suo seno a pochi centimetri dal mio petto.
E poi, la mossa finale.
Marco si avvicina. Non invade il mio spazio, ma completa il quadro.
Appoggia la sua grande mano sulla bassa schiena di Elena, sul tessuto della maglia, accarezzandola appena, e contemporaneamente guarda me.
Un gesto che vale un contratto firmato. È sua, e me la sta offrendo.
Io li guardo.
Loro due. La coppia.
E non sono più uno spettatore che fantastica dietro uno schermo.
Sono dentro.
Le dita di Elena stringono appena la stoffa della mia camicia, un piccolo spasmo impercettibile, prima di scivolare via con una lentezza esasperante, lasciandomi la pelle formicolante.
Nessuno ha fretta.
Niente è forzato.
E la tensione sessuale è così alta che mi fa quasi male il petto.
Quando ci stacchiamo, rompendo il triangolo, è faticoso.
Come allontanare due magneti.
Tutti e tre sappiamo benissimo che stiamo solo mettendo in pausa qualcosa di inevitabile.
Elena sorride di nuovo, passandosi la lingua sul labbro inferiore.
“È stato… molto piacevole.”
Annuisco. Ho la gola secca.
“Sì. Molto.”
Marco guarda prima lei, poi me. Un sorriso d'intesa gli piega la bocca.
“Direi che la prossima volta possiamo evitare il parcheggio.”
Non è una domanda. È l'apertura del sipario.
Ed è la cosa più eccitante che mi abbiano mai detto.
Ci salutiamo.
Questa volta i corpi si sfiorano. Sento la consistenza del petto di Elena contro il mio braccio per una frazione di secondo. Sento il calore del fiato di Marco.
E il profumo.
Mi resta incollato ai vestiti. Nei recettori del naso. Sulla pelle nuda sotto la camicia.
Quando torno alla mia auto, apro la portiera, mi siedo e la richiudo lentamente, isolandomi di nuovo dal mondo.
Resto fermo. Al buio.
Le mani stringono il volante con una forza inutile. Il respiro mi esce tremante, incontrollato. Ho i pantaloni dolorosamente stretti.
Non è successo assolutamente niente di proibito.
Eppure, ho la certezza assoluta di essermeli appena scopati entrambi, nella testa, sotto i lampioni di quel parcheggio.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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