IL VESTITO FUCSIA
Shoganai65
Un profilo di coppia sul sito, dove di solito si scorre veloci, si giudica in un secondo e si passa oltre. Lei era appoggiata al divano, di fronte in un vestito fucsia che le scivolava addosso come un'idea. Mora, i capelli lunghi su una spalla sola, una gamba scoperta per invitarti a sognare. Non guardava l'obiettivo, guardava altrove, come una donna che sa di essere ammirata e sceglie di non dare soddisfazione.
Le foto del profilo erano cento. Le contai. Le osservai una alla volta In nessuna c'era volgarità, in tutte c'era qualcosa di più pericoloso: buon gusto. Lingerie color champagne, nera, bordeaux, sempre di una qualità che si indovinava dal modo in cui il pizzo si posava sulla pelle. E poi le location: un salotto con statue antiche, una suite con le tende pesanti, una camera con quadri alle pareti. Al centro sempre Lei: le cosce, il seno pieno e alto, il ventre morbido con quella piccola curva che a me, a cinquant'anni, sembrava la cosa più onesta del mondo.
Purtroppo l’annuncio era chiaro: "Incontriamo solo coppie".
Io ero solo. Libero professionista, separato da quasi un anno, con un corpo che avevo imparato a ricordarmi di avere. Avrei dovuto passare oltre. Invece no.
Le scrissi: “Adoro questa foto. Il fucsia ti valorizza (anche se non ne hai certamente bisogno).”
Rispose lui, dopo due giorni, con gentilezza impeccabile: ringraziavano, ma non incontravano singoli. Nessuna durezza, solo una porta chiusa con garbo. Avrei potuto chiudere lì. Ma una porta chiusa con garbo, a volte, è un invito a bussare con altrettanto garbo.
Così decisi di fare una cosa sola, e farla bene: ogni giorno un messaggio, breve, mai invadente, mai una richiesta. Solo un complimento a lei, preciso, mai ripetuto. "Una Venere tra i fiori". Oppure: "Sempre bellissima, sensuale ed elegante". Oppure semplicemente: "Buongiorno. Non posso smettere di sognare".
Non pretendevo risposta. Non chiedevo il numero, non insistevo sull'incontro. Ero un ammiratore, non un inseguitore: la differenza stava tutta nella leggerezza. Se in qualunque momento mi avessero chiesto di smettere, avrei smesso, con una riga di scuse e di rispetto. Non me lo chiesero. Lei, un paio di volte, rispose con un grazie cortese, due righe, e ribadì la regola. Io ringraziai per il tempo, e il giorno dopo scrissi ancora.
Passarono settimane. Il gioco era diventato un rito: il caffè del mattino, il telefono, la frase giusta. Più il no restava gentile e fermo, più il mio desiderio si affinava, perdeva la fretta, diventava una cosa da custodire. Sapevo che la conquista più difficile è anche la più dolce. Ma imparai anche un'altra cosa: che potevo non arrivare mai, e che andava bene lo stesso.
Poi, un martedì sera, nella casella dei messaggi, un nome che conoscevo a memoria.
“Abbiamo letto ogni tuo messaggio. Siamo curiosi. Incontriamoci tutti e tre, senza impegno, in un posto tranquillo. Se scatta qualcosa, bene. Se no, ci saremo conosciuti.”
Lessi quelle righe tre volte. E alla fine mi uscì un sorriso.
Ci demmo appuntamento al bar di un albergo antico sul lago, un sabato sera di novembre. Arrivai in anticipo, con una giacca blu e una camicia azzurra, senza cravatta. Ordinai un bicchiere e non lo toccai.
Entrarono insieme. Lui, sui sessant’anni, alto, i capelli pettinati con cura, un sorriso tranquillo da uomo che non ha niente da dimostrare. Lei un passo accanto a lui. Non indossava il vestito fucsia ma un abito nero, semplice, scollato sulla schiena, le spalle nude, i capelli sciolti. Dal vivo era più alta di come la immaginavo e infinitamente più bella e viva. Gli occhi scuri mi cercarono e mi trovarono subito, con un guizzo di divertimento.
«Allora sei tu» disse.
«Piacere Simone. Era tanto che aspettavo questo momento e adesso posso dirlo con certezza: ne valeva assolutamente la pena»
Rise, e anche Lui. Ci sedemmo a un tavolino d'angolo, e per la prima ora parlammo come tre persone qualsiasi: di lavoro, di viaggi, di quanto sia difficile, a una certa età, incontrare qualcuno che non reciti. Mi accorsi che osservavano come reagivo, e che io osservavo loro. Lui era attento e ironico, con una mano sempre posata vicino a quella di lei. Lei era l'elemento di calore e di rischio.
«Perché ogni giorno?» mi chiese a un certo punto Lei, appoggiando il mento sulla mano. «Perché non hai mollato?»
«Perché non mi sembrava di insistere. Mi sembrava di coltivare una cosa, o meglio una rosa.» Scelsi le parole con cura. «E perché sapevo che in qualunque momento avreste potuto dirmi basta, e avrei smesso.»
Lei guardò Lui e Lui annuì, appena.
«È stata la cosa che ci ha convinti» disse. «Il rispetto di quel confine. Gli altri ci scrivono per prendere. Tu scrivevi per dare un complimento e basta.»
Sotto il tavolo il ginocchio di Giulia sfiorò il mio, e non si spostò. La guardai. Lei sostenne lo sguardo, e un angolo della bocca le si sollevò.
«Abbiamo una camera al piano di sopra» disse Andrea con calma. «Possiamo salire a bere qualcosa. Solo se ti va. E in qualunque momento, se qualcuno di noi tre vuole fermarsi, ci si ferma. Nessuna spiegazione.»
«Mi va» dissi. «E la regola mi piace.»
(fine prima parte…)
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