IL VESTITO FUCSIA (seconda parte)
Shoganai65
La camera era una suite con una vetrata sul lago nero e un grande letto bianco. Lui versò da bere e si sedette in poltrona, a un passo di distanza. Lei rimase in piedi vicino alla finestra. Mi avvicinai.
«Posso?» chiesi, a un respiro da lei.
«Sì» disse. Poi, guardando il marito: «Posso, vero?»
«Puoi tutto, amore» rispose lui. «Se lo vuoi.»
La baciai. Fu un bacio lento, di assaggio, e poi lei mi mise una mano sulla nuca e lo rese suo: profondo, sapiente, con un piccolo gemito che le vibrò in gola. Sapeva di vino e di qualcosa di dolce. Le mie mani trovarono la schiena nuda, la pelle calda e liscia, e scesero fino alla chiusura dell'abito.
«Slacciami» sussurrò.
La cerniera scese con un suono sottile. L'abito cadde ai suoi piedi. Rimase davanti a me in un completo bordeaux di pizzo, il reggiseno che le sollevava i seni pieni, il perizoma, le calze con la balza sottile, i tacchi. Il corpo delle foto, ma vivo, caldo, con un neo sotto la clavicola che nessuna immagine mi aveva promesso. Mi tolse la giacca, poi la camicia, con le dita che mi sfioravano il petto.
«Ti piaccio?» chiese, e c'era un'incertezza vera, tenera, sotto la sicurezza.
«Mi hai fatto sognare per tutti questi mesi» dissi. «Adesso mi stai facendo impazzire.»
La portai al letto. Le sganciai il reggiseno e i seni mi riempirono le mani, pesanti, con i capezzoli scuri già duri. Li baciai, li presi in bocca, e lei inarcò la schiena e affondò le dita tra i miei capelli. Lui ci guardava dalla poltrona con occhi caldi, una mano ferma sul bracciolo, il respiro appena più profondo.
Scesi lungo il suo ventre, baciando la curva morbida che avevo tanto guardato. Le sfilai il perizoma e lei aprì le cosce, e fui con la bocca su di lei. Era calda, bagnata, aveva un sapore di sale e di desiderio. Cominciai lentamente, con la lingua piatta, poi più precisa, cercando il ritmo che la faceva sospirare. Quando le infilai due dita, curvandole, e Lei gridò il mio nome e le sue cosce si serrarono. Veniva a ondate lunghe, con la mano stretta tra i miei capelli, e la sentii tremare tutta.
«Vieni qui» ansimò. «Ti voglio dentro.»
Mi spogliai del tutto. Lei prese il mio membro in mano, guardandomi, e mi accarezzò piano, con una curiosità golosa che mi fece chiudere gli occhi. Poi mi guidò tra le sue gambe. Entrai lentamente, tenendole lo sguardo addosso. Era stretta, fradicia, e mi accolse con un sospiro lungo. Restammo un istante fermi, a respirarci. Poi cominciammo a muoverci.
Fu lento, all'inizio: spinte profonde, fronte contro fronte, le sue gambe attorno ai miei fianchi, i tacchi contro la mia schiena. Poi più forte. Il letto cominciò a battere piano, i suoi seni a sobbalzare, la sua voce a farsi rauca.
«Sì... così... non fermarti.»
Dalla poltrona sentii Lui sussurrare qualcosa a lei, una parola dolce, e lei sorrise contro la mia bocca senza smettere di muoversi.
La girai. Si mise in ginocchio, i gomiti sul materasso, la schiena inarcata. La vista di quella curva, la vita stretta, le natiche tonde, le calze nere sopra la pelle chiara, mi tolse il fiato. La presi da dietro, lentamente, poi con colpi pieni, le mani sui suoi fianchi. Lei spingeva indietro il bacino per incontrarmi, e il rumore umido e ritmico dei nostri corpi riempiva la stanza. Le passai una mano sotto il ventre a cercare il clitoride, gonfio, pulsante, e lo accarezzai a tempo. Lei affondò il viso nel cuscino e urlò, e la sentii stringersi intorno a me in spasmi violenti.
«Ancora» disse, girando la testa, con i capelli sul viso. «Voglio guardarti.»
La stesi sulla schiena e ripresi a muovermi dentro di lei, guardandola negli occhi. Mi mise le mani sul viso, e nel suo sguardo c'era qualcosa di più della voglia: un ringraziamento, quasi una sorpresa. Quando sentii salire il piacere dalla base della schiena glielo dissi, e lei rispose: «Vieni. Con me.»
Venimmo insieme, io con un gemito che mi strappò il petto, lei con un grido lungo, i corpi stretti, le fronti unite. Rimasi dentro di lei finché le pulsazioni non si placarono, e restammo così, sudati, scossi da piccole risate di incredulità.
Lui si alzò dalla poltrona e si sedette sul bordo del letto. Accarezzò i capelli umidi di sua moglie e la baciò sulla fronte. «Sei stata bellissima» le disse. Poi, a me: «Grazie. Per averla guardata, prima di prenderla.»
Più tardi, con il lago fuori che si faceva grigio e il vino sul comodino, restammo sdraiati in tre, in un silenzio pieno. Lei, con la testa sul mio petto e la mano in quella del marito, mormorò, con gli occhi chiusi:
«Il vestito fucsia era per un'occasione speciale.»
«E questa lo era?» chiesi.
Aprì un occhio e sorrise.
«Dammi tempo. Lo indosserò la prossima volta.»
(fine)
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