trio
Moin moin!
Sergio191
14.03.2026 |
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"Brindammo tutti e tre alla nostra possibile felicità e ci guardammo in modo strano..."
Amburgo nel 2014 era una città che si stava trasformando rapidamente, anche se nelle due settimane che ho passato lì non ho avuto il tempo per accorgermene a pieno.L’Elbphilarmonie già aveva cambiato lo skyline della città, sebbene fosse ancora circondato da gru e in parte da teli che proteggevano le grandi vetrate appena installate, cosicché nelle giornate di vento somigliava ancora di più allo scafo di un’enorme nave, con i teli che si gonfiavano come vele.
Io non avvertivo il peso delle polemiche sul costo della sua costruzione, piuttosto vedevo le grandi portacontainer che entravano e uscivano dalla foce dell’Elba e i cantieri che dall’Elbphilarmonie si espandevano su ampie aree del centro, sulla scorta di grandi progetti di riqualificazione urbana avviati da un sindaco che appena sette anni dopo sarebbe diventato Cancelliere.
A me bastava essere lì, rompere la routine che mi aveva impedito di viaggiare per quasi un decennio, seppure con la poco credibile scusa di frequentare un corso di tedesco che - come già intuivo - non mi sarebbe servito a nulla.
Arrivai a casa della famiglia che mi avrebbe ospitato nel tardo pomeriggio, seguendo le istruzioni che mi avevano portato dall’Aeroporto alla metropolitana e di lì a Grossneumarkt.
— Sei fortunato — mi aveva detto l’accompagnatore che aveva distribuito gli indirizzi degli alloggi — Grossneumarkt è una piazza centrale e ricca di storia, lì si possono vedere alcuni dei pochi edifici di Amburgo risparmiati dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Ed è anche vicina alla scuola.
In effetti il palazzo non era di recente costruzione, e per arrivare all’ultimo piano bisognava alternare scale e ascensore, ma la mansarda in cui Thomas mi accolse sembrava uscita da una rivista di arredamento.
Il centro della casa era il soggiorno, anzi l’enorme, profondissimo divano al centro del soggiorno. Di fronte al divano, la grande vetrata che dominava i tetti grigi faceva rimpiangere solo l’assenza di una terrazza.
In mezzo a questa meraviglia, Thomas sfigurava un po’, con i suoi calzoni della tuta, la sua canottiera bianca e il suo aspetto da tedesco dell’Est magro e trasandato.
Eppure la scarpiera all’ingresso, piena di scarpe femminili alte, sgargianti, ognuna con un particolare diverso che la rendeva appariscente, dava l’idea di inquilini - o almeno: di un’inquilina - tutt’altro che trascurati.
Riflettevo su queste apparenti contraddizioni nella cameretta che mi era stata assegnata quando ho sentito la porta di ingresso aprirsi e chiudersi di nuovo e una voce che non era quella di Thomas.
— Moin moin!
Sarah mi accolse con il tipico saluto amburghese sorridendo e tendendomi la mano, mentre scendeva dalle sue scarpe con tacco assai poco diurno e infilava un paio di sandali di cuoio lavorato.
Alta, nera, con una chioma foltissima e larghissima di ricci crespi, due occhi squillanti come la sua voce, mi parve bellissima stretta come era nel suo tailleur corto beige.
Aveva forme abbondanti, compensate dalla sua altezza e dalla sua corporatura africana che la rendeva così deliziosamente ondeggiante mentre camminava verso la cucina.
Tirò fuori una lattina di birra dal frigorifero e me la offrì, se ne aprì una a sua volta, si accese una sigaretta e cominciammo a chiacchierare.
Fu la prima di molte serate trascorse così, birra, sigarette e chiacchiere, un romano in trasferta, un tedesco dell’Est trapiantato ad Amburgo in tenera infanzia e una giovane e intraprendente amburghese di origine nigeriana che si erano trovati evidentemente simpatici e sorprendentemente consonanti. I momenti in fondo più piacevoli del mio soggiorno, anche se non erano mai programmati, sottratti come erano ai nostri rispettivi impegni.
Fu durante l’ultima di queste serate che Sarah mi raccontò del fratello più piccolo, neanche ventenne, che da qualche mese si era fatto sedurre dall’Isis e dal radicalismo islamista.
Ne parlava con la voce rotta dal terrore che un giorno potesse ricevere la notizia della sua partenza per la Siria sotto le insegne dello Stato islamico, una prospettiva che la atterriva, le faceva orrore, le rivoltava lo stomaco, ma che non sapeva come contrastare: il fratello era diventato in poco tempo chiuso, intrattabile, rispondeva con spaventose frasi tutte uguali, cariche di retorica ideologica e religiosa, imponeva il velo alla giovane fidanzata. Opporsi apertamente rischiava di diventare un incentivo ai suoi propositi, e la famiglia non sapeva come reagire.
Ci ho pensato spesso, nei mesi e negli anni a venire, alla storia di Sarah e di suo fratello, che non so come sia andata a finire, e a quanto fosse ingiusta la nostra pretesa - nostra di noi occidentali bianchi alle prese con la paura degli attentati di quegli anni - di ottenere da parte delle persone di origine islamica che abitavano le città europee una sorta di abiura pubblica della loro identità a garanzia della nostra sicurezza.
L’Islam radicale era una minaccia per loro, per le loro famiglie e per le loro vite, molto più di quanto non lo fosse per noi. Erano quelli come Sarah - che evidentemente non era sfiorata dalla religione in nessun aspetto della sua esistenza - i bersagli del fondamentalismo, il loro vero nemico, più ancora di noi.
La voce di Sarah si incrinò in un singhiozzo, mentre si alzava per andare in cucina e nascondere l’imbarazzo. La seguii, la trovai con le braccia appoggiate al lavello e la testa piegata in avanti.
Le strinsi le spalle.
Lei si scosse, ricambiò l’abbraccio, si asciugò gli occhi con un canovaccio, prese un altro paio di lattine dal frigo e tornammo in soggiorno.
Parlammo a lungo quella sera, molto più del solito, e la conversazione piegò sul ruolo tossico delle aspettative degli altri nelle nostre vite, e di come la vera felicità risiedesse nel tentativo di liberarsene. Qualsiasi aspettativa sociale, religiosa, familiare, di genere, di status, andava intenzionalmente tradita come piccolo ma fondamentale atto rivoluzionario.
Brindammo tutti e tre alla nostra possibile felicità e ci guardammo in modo strano.
Seguì un momento di silenzio durante il quale pensai che avremmo potuto, o forse dovuto, gettarci l’uno nelle braccia degli altri e sugellare il nostro patto rivoluzionario con il gesto più esaltante che avevamo a disposizione in quel momento.
Mi chiesi se anche loro fossero stati sfiorati da un pensiero simile.
Mi alzai e mi accostai alla vetrata, guardando la distesa di tetti davanti a me. Sentii Thomas e Sarah avvicinarsi, uno a sinistra e l’altra a destra, e quando misi le mie braccia attorno ai loro fianchi ero ancora convinto di poter camuffare il mio desiderio con un gesto di amicizia.
Sarah mise il suo braccio sinistro sulla mia spalla, sentii le sue dita carezzarmi leggermente il collo e la pressione della mano di Thomas sulla sua.
Guardavamo ancora tutti e tre il panorama della città, in silenzio, ma intanto li stringevo di più a me, e la mia mano destra aveva cominciato a risalire timidamente la vita di Sarah, sotto la camicetta.
Ci chiudemmo a cerchio, abbracciati, Sarah e Thomas si baciarono intensamente e poi Sarah cercò le mie labbra, le sfiorò con le sue, si appoggiò alla vetrata e mi tirò a sé, con decisione.
La strinsi tra me e il vetro spesso, la baciai tenendole il viso, le mie mani immerse nella sua chioma fitta. Non so quanto durò quel momento, alla fine del quale ripresi confidenza con lo spazio attorno a me e vidi Thomas, che intanto si era allontanato, completamente nudo davanti a noi.
Feci un passo indietro, cercando di adattarmi con credibilità a un ruolo che non avevo mai interpretato.
Non ci riuscii al meglio, perché il mio polpaccio urtò il bordo del divano e ci franai sopra goffamente, di schiena.
Sarah mi guardò sorpresa, esplose in una risata, io le afferrai una mano e la tirai su di me.
Tornò a baciarmi, schiacciandomi sul divano e avvolgendo la mia faccia con i suoi capelli, mentre Thomas le sollevava la gonna oltre la vita, le scostava le mutandine e immergeva il viso tra le natiche.
La sentii trasalire, mi strinse più forte e cominciò a cercare la mia pelle con la mano sinistra sotto la camicia, e poi sotto i pantaloni.
In pochi istanti eravamo nudi, intrecciati, ansimanti.
Lei su di me, i suoi seni che ballavano davanti al mio naso, lei sotto di me, mentre divorava l’uccello di Thomas fino alla gola, lei col suo viso fra le mie gambe, che esplorava con la lingua ogni anfratto mentre Thomas la montava da dietro, lei con le gambe sollevate al cielo, mentre veniva sul mio viso ululando di piacere, lei con la bocca piena dello sperma di Thomas, e poi del mio, lei che si toglieva gli schizzi dai capelli, ridendo, e si succhiava le dita, ci baciava entrambi e ci univa in un unico bacio, un unico abbraccio sfinito, languido, divertito.
Il giorno dopo, mentre facevo il tragitto inverso che mi riportava all’aeroporto, ricevetti un messaggio sul telefono.
— Moin moin!
Poi alcune foto: Sarah e Thomas nel cortile della casa dei genitori di lui nei sobborghi di Dresda, Sarah e Thomas davanti a uno splendido tramonto su una spiaggia nigeriana, Sarah e Thomas abbracciati davanti alla vetrata della loro mansarda.
— Non dimenticarci — concludeva il messaggio.
Non li avrei dimenticati.
Ricambiai mandando loro un paio di mie foto e ribadii l’invito a venire a trovarmi a Roma, mentre il vagone della metropolitana correva nel tunnel scavato nella sabbia della foce dell’Elba verso l’aeroporto, verso casa, verso una normalità che non sarei stato più capace di incrinare di nuovo per molto tempo a venire.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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