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trio

La suite della trasgressione.


di Membro VIP di Annunci69.it CoppiaFelix2024
13.07.2026    |    1.214    |    0 9.4
"«Allora», disse, guardandolo negli occhi, «lei viaggia spesso di notte, Amedeo?» «Abbastanza..."
Il traghetto della Grandi Navi Veloci lasciò lentamente il porto di Civitavecchia, mentre il cielo si spegneva in una luce arancio sporco sopra il Tirreno.
Io ero appoggiato alla balaustra del ponte esterno. Il vento di mare arrivava forte, portando con sé quell’odore metallico e salmastro che accompagna sempre le partenze. La nave, lasciando il porto in direzione ovest, ben presto virò verso sud-sud-ovest. Una linea retta verso il porto di Palermo, dove saremmo arrivati dopo quattordici ore di navigazione, meteo e mare permettendo. Le previsioni, però, davano mare calmo e, quindi, saremmo arrivati alle 10.00 del giorno successivo.
Felicia era accanto a me.
I suoi capelli si muovevano nel vento e lei teneva lo sguardo rivolto verso la linea scura dell’orizzonte, dove il sole stava scomparendo.
Eravamo diretti a Palermo.
Un viaggio di lavoro per me. Un pretesto per entrambi.
Felicia aveva quella luce negli occhi che conoscevo bene. Non era semplice curiosità. Era il segnale che qualcosa, dentro di lei, stava già costruendo una storia.
Fu lei a notarlo per prima. In verità, lo aveva già notato durante l’imbarco, sul ponte garage, dove avevamo parcheggiato la nostra Volvo. Vicino a essa c’era un SUV Mercedes 550. Una di quelle automobili che soltanto in pochi possono permettersi.
L’uomo, come molti altri passeggeri, si trovava anch’egli sul ponte superiore, appoggiato alla balaustra. Tutti osservavano il tramonto del sole che, sulla linea dell’orizzonte di un mare calmo, disegnava sull’acqua riflessi dorati. Qualche pesce saltava, disturbato dal moto ondoso provocato dall’avanzare della nave.
Statura media. Spalle dritte. Giacca leggera color sabbia. Non giovane, non vecchio. Elegante in modo naturale. Non il tipo di eleganza studiata che cerca attenzione, ma quella di chi è abituato a muoversi in ambienti raffinati senza farlo pesare.
Felicia lo osservò per qualche secondo.
Poi sorrise appena.
«Hai visto?» disse piano.
Io seguii la direzione del suo sguardo.
L’uomo si voltò proprio in quel momento, quasi avesse percepito di essere osservato. I nostri occhi si incrociarono per un istante breve, ma sufficiente.
Aveva uno sguardo lucido. Attento.
Felicia si avvicinò a me di mezzo passo.
«Secondo me è un uomo interessante.»
Il tono era neutro. Ma io conoscevo Felicia abbastanza da capire che cosa significasse davvero.
«Interessante in che senso?» chiesi. «Ho notato che lo hai osservato giù, sul ponte inferiore, quando ha parcheggiato la sua macchina vicino alla nostra.»
Lei annuì, ma non distolse gli occhi da lui.
«In quel senso.»
Restammo in silenzio per qualche secondo.
Poi Felicia si voltò verso di me.
«Che ne dici di fare conoscenza?»
Il gioco era iniziato.
«E come?» chiesi. Lei sorrise.
«Tu sei sempre molto bravo a trovare una scusa.» Poi si staccò da me.
«Io, intanto, vado in cabina.»
«A fare cosa?»
Felicia inclinò appena la testa.
«A vestirmi in modo… più adatto alla serata.»
Scomparve nel corridoio che conduceva alle cabine, lasciando dietro di sé una scia di promesse.
Mi avvicinai all’uomo con calma.
«Scusi», dissi, indicando il bicchiere che aveva in mano. «Sa dirmi dove ha preso quel whisky? Il bar interno mi ha dato qualcosa di imbevibile.»
L’uomo sorrise.
«Capisco perfettamente il problema. Ne ho del mio, ma non qui: in cabina», si affrettò a chiarire. La sua voce era calda.
«Amedeo», disse, allungandomi la mano.
«Ernesto», risposi, stringendogliela.
Restammo per qualche minuto a parlare di whisky, delle molte qualità scadenti che si trovavano in giro e dei numerosi marchi falsificati. Forse quello che avevo acquistato al bar di bordo era proprio uno di questi.
Intanto scoprii che anche lui era diretto a Palermo per affari.
Era un consulente finanziario che si muoveva spesso tra Milano e la Sicilia.
Parlava con misura, senza fretta. Era il tipo di uomo che sa ascoltare prima di parlare.
A un certo punto mi chiese:
«Viaggia da solo?»
Io sorrisi. «Non proprio.»
In quel momento Felicia apparve sulla soglia del ponte.
Il cambiamento era sottile, ma devastante.
Aveva lasciato i capelli sciolti sulle spalle. Indossava un abito nero leggero, con una gonna a campana composta prevalentemente di tulle, che il vento del mare muoveva appena. Nulla di apertamente provocante, ma tutto studiato.
Lo sguardo di Amedeo la intercettò immediatamente.
Felicia si avvicinò con quella sicurezza naturale che aveva sempre avuto.
«Ernesto, non mi presenti?» disse.
«Amedeo», dissi.
Lui le baciò la mano con una grazia che oggi si vede raramente.
«Felicia.»
Per qualche minuto parlammo tutti e tre. Una conversazione normale: il vino del traghetto, i viaggi, Palermo.
Ma sotto quella superficie si muoveva altro.
Felicia si avvicinava appena mentre parlava. Il suo braccio sfiorava quello di Amedeo quando rideva. Lui non si ritraeva.
Anzi.
A un certo punto Felicia disse:
«Sapete qual è il problema dei traghetti notturni?»
«Quale?» chiese Amedeo.
«Sono pieni di ore inutilizzate.»
Seguì un breve silenzio.
Felicia lo guardò negli occhi.
«Noi abbiamo una cabina.»
Poi si voltò verso di me con un mezzo sorriso.
«E mi sembra un peccato non usarla per una conversazione… più interessante.»
Amedeo non rispose subito.
Il suo sguardo passò da lei a me.
Stava valutando qualcosa.
Poi prese il bicchiere e lo finì lentamente.
«Credo che una conversazione interessante sia sempre una buona idea.»
La traversata verso Palermo era ancora lunga.
Quella notte, tra il rumore profondo dei motori del traghetto e il mare nero che scivolava sotto lo scafo, la nostra cabina divenne il luogo in cui tre sconosciuti smisero lentamente di esserlo.
Quando entrammo nella cabina, il corridoio del traghetto era quasi vuoto.
Il rumore profondo dei motori arrivava attraverso le pareti metalliche come un battito lento e continuo. Fuori, il mare nero scorreva invisibile accanto allo scafo, mentre la nave avanzava verso Palermo.
La cabina non era una di quelle ordinarie. In effetti, era una suite: un letto grande, a una piazza e mezza, un tavolino, un divanetto e due sedie. Una grande finestra dava su un balconcino, anch’esso arredato con poltroncine e un tavolino, affacciato sul mare aperto. Lo spazio, benché più ampio rispetto a quello delle cabine standard, era pur sempre ristretto e amplificava ogni presenza.
Chiusi la porta.
Per qualche secondo nessuno parlò.
Felicia appoggiò la borsa sul tavolino e si tolse lentamente la giacca leggera che aveva indossato sul ponte. Il gesto non era teatrale. Era studiato nella sua lentezza.
Amedeo osservava.
Non con impazienza, ma con quella curiosità attenta che avevo già notato. Era l’atteggiamento di chi comprende di trovarsi dentro una situazione insolita, ma non vuole romperne l’equilibrio.
Felicia si sedette sul bordo del letto. Amedeo prese posto su una poltroncina del salottino. Io mi sedetti su una delle poltroncine del balcone della cabina.
«I traghetti hanno una qualità particolare», disse Felicia.
«Quale?» chiese Amedeo.
Lei inclinò appena il capo.
«Sospendono il tempo.»
Il movimento della nave sembrava confermarlo. Ogni tanto, un leggero rollio faceva vibrare le pareti della cabina, come se il mare volesse ricordare la propria presenza.
Versai tre bicchieri di whisky da una piccola bottiglia che avevo preso al bar.
Amedeo prese il bicchiere, ma non bevve subito. Stava osservando Felicia.
Era evidente che qualcosa, nella sicurezza con cui lei occupava lo spazio, lo stesse destabilizzando piacevolmente.
Felicia lo sapeva. Era sempre stata molto lucida nel percepire gli effetti che produceva sugli altri.
«Allora», disse, guardandolo negli occhi, «lei viaggia spesso di notte, Amedeo?»
«Abbastanza.»
«E le capita spesso di finire nella cabina di sconosciuti?» chiese maliziosamente Felicia.
Amedeo sorrise. «Direi di no.»
«Nemmeno a noi», intervenni. «Ma le eccezioni hanno il loro fascino.»
Il ghiaccio nel bicchiere tintinnò quando Felicia lo fece ruotare lentamente.
Il gioco stava cambiando livello. Non era più una semplice conversazione. Era un territorio psicologico nel quale ognuno cercava di capire quanto l’altro fosse disposto ad avanzare.
Felicia si alzò.
Si fermò davanti ad Amedeo, molto vicina. Non abbastanza da toccarlo, ma quanto bastava perché lui percepisse il suo profumo.
«Lei è un uomo molto controllato», disse piano.
«È un difetto?» chiese lui.
Felicia sorrise appena.
«Dipende da quanto è disposto a perdere quel controllo.»
Vi fu un attimo di silenzio.
Il traghetto inclinò leggermente lo scafo durante una lenta virata. La cabina oscillò impercettibilmente.
Io osservavo la scena dal balcone.
La dinamica tra Amedeo e Felicia era diventata magnetica. Lui non stava cercando di prendere l’iniziativa, ma non stava nemmeno arretrando.
Felicia fece un mezzo passo indietro e si sedette di nuovo.
«Ernesto», disse senza guardarmi, «tu che cosa ne pensi?»
«Penso che Amedeo sia un uomo curioso», risposi.
«Curioso di cosa?» chiese lui.
Io sorrisi e aggiunsi:
«Di vedere fin dove può arrivare questa notte.»
Amedeo bevve finalmente il whisky. Quando posò il bicchiere sul tavolino, la decisione era ormai presa. Non servivano altre parole.
Il mare continuava a scorrere fuori dalla nave, invisibile ma presente. Il traghetto avanzava nel buio del Tirreno come un’isola luminosa sospesa tra due coste lontane.
Dentro quella cabina, invece, il tempo si era davvero fermato.
Felicia si avvicinò nuovamente ad Amedeo, che era rimasto seduto.
Questa volta la distanza si annullò.
Il gioco iniziato sul ponte, tra il vento e le luci ormai lontane del porto, stava entrando nella sua fase più intensa.
Felicia si pose davanti a lui, in piedi, con le gambe divaricate. Avanzò abbastanza da trovarsi sopra le sue gambe. Lui, con entrambe le mani, cominciò ad accarezzarle le cosce, partendo dalle ginocchia e sollevandole la gonna.
Io restavo a guardare la scena, che diventava sempre più intensa.
Le mani di Amedeo cinsero entrambe le natiche di Felicia, che rimaneva in piedi. Le abbassò gli slip e lei, sollevando prima una gamba e poi l’altra, lo aiutò a sfilarli. Li prese e glieli pose sulla testa.
A quel punto Amedeo perse l’aplomb che lo aveva caratterizzato. Sollevò di peso Felicia e la adagiò sul letto. Si denudò velocemente e, senza curarsi della mia presenza, le salì sopra e cominciò a possederla con impeto, ma senza violenza.
Felicia accompagnava i movimenti del bacino di Amedeo con dei contraccolpi. Dalla mia posizione vedevo il membro che entrava nella vagina di Felicia, la quale, a ogni colpo di reni di Amedeo, sollevava il bacino.
L’eccitazione prevalse sulla volontà di restare a guardare. Abbassandomi i pantaloni, mi posizionai dall’altro lato del letto, dove la testa di Felicia pendeva oltre il materasso. Era la posizione ideale per infilarle il cazzo in bocca.
Lei lo ingoiò tutto, fino in gola.
Amedeo le sollevò le gambe e si chinò a praticarle un cunnilingus che non trascurava l’ano. Io le reggevo le gambe sollevate, tenendola per le caviglie.
Amedeo, inumidendo il proprio membro, le divaricò le natiche e la penetrò nell’ano.
La pom­pammo per molti minuti.
Poi Amedeo si distese sulla schiena e Felicia gli salì sul cazzo, facendosi impalare. Muoveva ritmicamente il bacino. Io mi spostai dietro di lei e le misi il cazzo nel culo.
Trovammo il ritmo giusto e la penetrammo contemporaneamente.
Lei urlava per il piacere e venne. Ci disarcionò entrambi, costringendoci a rimanere distesi sulla schiena.
Si dedicò a fare un pompino ad Amedeo, che le inondò la bocca e il viso con il proprio sperma.
Poi fu il mio turno.
Lei pose la vagina sul mio viso e mi prese il cazzo in bocca. Era ancora tutta bagnata dei propri umori mentre, stringendomi i testicoli, mi fece venire nella sua bocca.
Stremati, ci lasciammo andare.
Ma la notte di navigazione era ancora lunga e lei, come una mantide religiosa, era ancora affamata dei “suoi” maschi.
Lasciammo la cabina del nostro nuovo amico a notte fonda, per fare ritorno nella nostra.
La mattina seguente, quando ci preparammo a sbarcare, nel garage della nave l’automobile di Amedeo non c’era più.
Di lui non sapevamo altro che il nome e non lo abbiamo mai più rivisto.
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