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#S - I Farmacisti
27.03.2026 |
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Anni di vita insieme non avevano spento niente — semmai avevano affinato qualcosa, reso tutto più preciso e consapevole..."
# S. — S.&R.Parte prima — La rossa delle Marche
Cercavo coppie esibizioniste. Lo avevo scritto in un annuncio, con quella franchezza un po' ingenua di chi non sa bene cosa aspettarsi ma ci prova lo stesso. Immaginavo fiumi, prati, la luce del pomeriggio su corpi che non hanno paura di essere visti.
Lei mi scrisse così, senza troppi preamboli: "Il tuo annuncio mi ha fatto venire i brividi."
Si chiamava S., cinquant'anni, farmacista nelle Marche. Rossa — non tinta, rossa vera, con quei ricci che sembrano sempre appena usciti da qualcosa di caotico e bello. Magrolina, con un'energia nel modo di scrivere che tradiva una donna abituata a sapere esattamente cosa vuole. Mi mandò una foto poco dopo — il camice bianco aperto, e sotto niente che coprisse quello che aveva da mostrare. Le tette sode, il pelo rosso sul pube che era già di per sé una risposta a tutte le domande che non avevo ancora fatto.
"Peccato la distanza," scrisse. "Altrimenti saremmo già lì sul tuo fiume."
Il marito si chiamava R. Sessant'anni, capelli bianchi, alto e asciutto. Lavorava con lei in farmacia — erano colleghi prima di diventare marito e moglie, mi raccontò, come se quella sovrapposizione di ruoli avesse sempre definito il loro modo di stare insieme. Era lui ad averla incoraggiata a iscriversi. Non per gelosia, non per controllo — per il piacere di vederla desiderata. Gli piaceva sapere che altri uomini la guardavano, che la volevano, che lei poteva scegliere di mostrarsi e lui era lì a godersi lo spettacolo.
"Gli piace vedermi così," mi disse una sera. "È la cosa che lo eccita di più al mondo."
Abitavano troppo lontano per incontrarci. Ma avevo un'idea.
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Parte seconda — Il turno del venerdì
Fu una mattina di venerdì che mi scrisse: "Oggi siamo in farmacia insieme. Solo noi due fino alle due."
Capii al volo. "Sei pronta a fare quello che ti dico?"
Un momento di silenzio. Poi: "Dimmi tutto."
Iniziai con qualcosa di semplice. Le dissi di togliere la maglia sotto il camice e restare solo con il reggiseno. Dopo qualche minuto mi mandò una foto dallo spogliatoio — il camice abbottonato, e sotto il profilo del reggiseno in pizzo nero appena visibile. "Fatto," scrisse. "Mi sento già tutta bagnata."
Le dissi di passargli davanti. Di sfiorargli il braccio mentre prendeva qualcosa dallo scaffale, di avvicinarsi più del necessario quando c'era un cliente. Piccoli gesti, quasi innocenti — ma lei sapeva esattamente cosa stavano costruendo.
"Mi ha guardata," mi scrisse poco dopo. "Ha capito subito. Lo conosco troppo bene."
"Bene. Adesso piegati a prendere qualcosa in basso. A novanta gradi. Piano."
Ci fu una pausa più lunga. Poi: "Madonna. Mi ha messo una mano sulla schiena mentre ero piegata. Stava tremando."
Andammo avanti così per un'ora. Poi le dissi di togliere anche la gonna. Solo l'intimo, sotto il camice. Mi scrisse che stava ridendo mentre lo faceva, dallo spogliatoio, una risata nervosa ed eccitata insieme. "Mi sento una pazza," scrisse. "Una pazza felicissima."
L'ultimo ordine fu di sedersi sullo sgabello girevole dietro il bancone. E ogni volta che si girava per prendere qualcosa dagli scaffali — spalancare le gambe. Lasciargli vedere che era pronta. Che lo stava aspettando.
"L'ha visto?" le chiesi.
La risposta tardò qualche minuto. Poi arrivò un solo messaggio: "Sta chiudendo la saracinesca."
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Parte terza — Fino alle due
Me lo raccontò quella sera, con la calma soddisfatta di chi ha ancora il calore della giornata addosso.
Quando R. abbassò la saracinesca, la farmacia diventò un altro posto. La luce al neon, gli scaffali bianchi, il bancone — tutto uguale, eppure completamente diverso. Lei era ancora sullo sgabello, il camice appena abbottonato, le gambe che non si erano più chiuse.
"Mi ha guardata per un secondo senza dire niente," mi scrisse. "Poi ha scosso la testa e ha sorriso. Quel sorriso che conosco."
Si avvicinò lentamente. Le aprì il camice con la stessa pazienza con cui si apre qualcosa di prezioso. Le sfilò il reggiseno con una mano sola — un gesto antico, automatico, di chi conosce bene il corpo che ha davanti. Lei sentì l'aria fredda della farmacia sui capezzoli e mi disse che in quel momento aveva pensato a me — a come tutto fosse iniziato con un annuncio su un sito, a come un uomo a centinaia di chilometri di distanza avesse acceso una miccia lunga un turno intero.
"Ti ho ringraziato in silenzio," scrisse.
Il perizoma scivolò via quasi da solo. R. la girò di spalle, con quella lentezza deliberata di chi sa che l'attesa è parte del piacere. La penetrò lentamente, un millimetro alla volta, lasciandole il tempo di sentire ogni momento. Lei si aggrappò al bancone e chiuse gli occhi.
"Non dicevamo niente," mi raccontò. "Solo il respiro. Il suo e il mio."
Anni di vita insieme non avevano spento niente — semmai avevano affinato qualcosa, reso tutto più preciso e consapevole. Lui sapeva esattamente dove portarla. Lei sapeva esattamente come abbandonarsi.
Quando arrivò, non trattenne niente. Un urlo forte, deciso, liberatorio — il suono di tutto quello che aveva accumulato dall'inizio del turno, ogni sguardo, ogni gesto, ogni ordine arrivato da Parma attraverso uno schermo. Un piacere bagnato e pieno che non chiedeva permesso a nessuno.
"Ho urlato," mi scrisse quella sera, e sentivo il sorriso nelle parole. "Non urlavo così da anni."
Rimase appoggiata al bancone per qualche minuto, le gambe ancora incerte. R. le mise una mano sui capelli e non disse niente.
Le chiesi se lui sapesse di me, del gioco che avevamo fatto durante il turno.
"Certo che lo sa. È stato lui a dirmi: ringrazia il tuo amico di Parma."
Sorrisi da solo, davanti allo schermo. Avevo telecomandato una coppia dalle Marche senza muovermi dal divano. Non avevo toccato nessuno, non avevo incontrato nessuno. Eppure ero stato lì, in quella farmacia, presente in ogni gesto di lei e in ogni sguardo di lui.
Questo, mi dissi, è ascoltare. E a volte anche qualcosa di più.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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