Lui & Lei
Dottoressa, Realtà e Immaginazione - Parte 3
ioilpiacere
20.03.2026 |
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"Il suo dito affonda un’ultima volta nel mio ano; la mano scorre lungo il collo del pene e stringe sul punto più sensibile del glande… e io esplodo..."
Mi vede, lo sa che sono eccitato. Lo vede il liquido bagnare e illuminare la punta del pene che spinge forte sulle mutandine. Lo sente lo spasmo che lo solleva ogni volta che mi massaggia i testicoli. Lo sta gestendo con naturalezza. Ma dentro… prova qualcosa? Anche solo un micro-pensiero? O è davvero “solo lavoro” e basta? Sarà eccitata anche lei? Sotto quel camice qualcosa le starà scivolando tra le cosce? Le sue mutandine saranno imbevute di piacere come le mie? La sua vagina sarà vascolarizzata e pulsante come lo è il mio glande?La parte peggiore era che, più io mi dicevo che era assurdo, più mi eccitava l’idea che potesse esserci anche solo un mezzo grado di consapevolezza dall’altra parte. In fin dei conti, e lo pensavo con un misto di vergogna e orgoglio, ero un bel ragazzo, atletico, tonico, giovane. E lei era lì, con le mani su di me, con la padronanza totale della situazione. Chissà se vorrà sfilarmi le mutandine, togliersi il camice, salire sul lettino e farsi affondare tutto al suo interno. Era inevitabile che la mia mente costruisse fantasie.
Ogni volta che lei si sporgeva per vedere meglio, il suo profumo dolce e caldo mi arrivava addosso e mi portava altrove. E io mi immaginavo il suo corpo sotto quei vestiti, i capezzoli turgidi, delicati, rosa candido e piccoli su un seno abbondante, materno, la pelle liscia che scorre fino all’ombelico e arriva lì, dove il pelo è curato, nulla lasciato al caso, provocante, lei è una donna colta, sexy, autoritaria, al vertice della scala sociale e lo sa. La lingerie, le curve tenute “a bada” dal camice. E in quei secondi il mio pene diventava ancora più duro, più gonfio, più umido. Sentivo quasi il sangue afluire e pulsare mentre l’umidità aumentava.
Lei, intanto, non cambiava mai registro. Era impeccabile. Ma la sua stessa professionalità era erotica per me: quel modo di dire le cose, di spostarmi, di maneggiare, di “fare spazio”.
Dopo un altro passaggio con il macchinario, lei appoggiò la testina un attimo sul supporto e con la mano mi sistemò l’intimo monouso, rimettendo i testicoli al loro posto, li sotto. Nel farlo, inevitabilmente sfiorò anche il pene. Un contatto breve, pratico… ma io a quel punto non me lo potevo più permettere, il mio corpo reagì con un brivido immediato, una scarica elettrica mi attraverso il corpo, partendo dalla testa arrivando dritto sul pene che si alza, fa un balzo e lì vedo una goccia che dal glande oltrepassa le mutandine e rimane attaccata alla pancia, come un filo denso e viscido. Lei non lo commentò. Solo:
"Ok, tranquillo, in quelle zone abbiamo finito, vedo che stai soffrendo particolarmente. Adesso giriamo. Pancia in giù. Come sempre, se diventa troppo dimmelo che ci fermiamo"
E in quel momento, mentre abbassavo le gambe e cercavo di ricompormi, mi resi conto che l’eccitazione non era più una cosa “gestibile”. Era diventata un flusso costante: pene duro, umido, la testa piena di immagini su di lei, su cosa aveva sotto, su cosa pensava, su quanto fosse vicina.
E io sapevo qualcosa che lei completamente ignorava, ossia che la zona anale, specialmente con quella postura sarebbe stata ancora peggio, non l’avrei saputa gestire.
Mi metto a quattro zampe sul lettino come mi ha detto. È una posizione che toglie ogni illusione di controllo: il telo non serve più davvero, le mutandine monouso sono già tirate e spostate, e io sento il mio corpo reagire ancora prima che lei faccia qualsiasi cosa.
Lei si avvicina da dietro con la stessa sicurezza di prima. La sento respirare vicino, sento il calore del suo respiro. Con un gesto pratico mi sfila le mutandine quel tanto che basta per lavorare bene, senza teatralità. Poi spalma il gel, e il rumore vischioso mi sembra più forte del dovuto nel silenzio dello studio.
A quattro zampe tutto inevitabilmente penzola, pesa e si espone: se prima era ingombrante ma appoggiato al corpo, ora è tra le gambe, esattamente sotto la zona su cui la dottoressa deve lavorare. L’imbarazzo è alle stelle, ma è eguagliato da una cosa sola: l’eccitazione.
C’è però un’altra cosa che, sebbene prima ci fosse e a tratti fosse ben evidente, ora non si può più nascondere, e c’entra ancora la gravità: il pre-sperma. Ora si accumula e l’unica cosa che può trattenerlo è la sua viscosità e capillarità, caratteristiche intrinseche che gli permettono di rimanere avvinghiato al tessuto della mutandina. È come una reazione a catena: più mi eccito, più quel liquido fuoriesce dal mio pene; più fuoriesce, più si accumula e pesa, e presto inizierà a gocciolare, a penzolare tra le mie gambe. È una bomba a orologeria.
Quando le sue mani arrivano nella zona perianale, il contrasto mi manda in tilt: gel freddo all’inizio, poi subito il caldo della pelle. Lei lavora in modo metodico, preciso, come se stesse “disegnando” la zona che deve trattare. Tende la pelle con due dita, passa la testina, poi ripete.
Nella mia mente, intanto, lei è eccitata, e si vede. Si vede dal modo in cui respira, da come si muove, da come guarda, curiosa. Come se quella stessa padronanza che nella realtà è professionalità, lì diventasse desiderio. Non devo nemmeno inventare troppo: io sono già letteralmente come dovrei essere; lei invece… basta togliere il camice, e nella mia testa il resto si accende da solo.
La mia testa però non torna indietro. Anzi: sovrappone le due cose. Lei piegata su di me, io a quattro zampe, con tutto esposto. Nella realtà mi sta passando quel macchinario infernale sul sedere, passando da una natica all’altra e toccando delicatamente l’ano; nella mia testa mi sta massaggiando con le mani, le dita si muovono circolarmente intorno all’ano, lo scaldano, lo ammorbidiscono, lo preparano.
Io sono praticamente con il petto e la testa appoggiati al materassino, il sedere in alto e le cosce che formano un angolo di 90° con il lettino. Sono completamente aperto, esposto a lei, la mia dottoressa: materna, protettiva. Sono nelle sue mani. Lei mi sta preparando… ma a cosa? Cosa vorrà farmi? Dove vorrà portarmi? Io so dove vorrei farmi portare, ma non posso pensarci, non posso, perché la bomba ticchetta, ticchetta sempre più forte, e a scandire il tempo sono le pulsazioni sempre più impetuose che dalla base del pene si propagano come un’onda fino alla punta, fino al glande.
Intanto la mia testa torna alla realtà: il mio pene è gonfio e duro, e anche se lei non lo sta cercando, capita, non so bene per quale dinamica, che lo sfiori e lo faccia dondolare. Un contatto breve, accidentale, ma sufficiente. Basta quello a farmi perdere un respiro, a farmi sentire umido, pronto a cedere.
E, data l’evidenza della situazione, mi chiedo se le succeda mai di sentirsi eccitata. Se capita, anche solo per un secondo, che un corpo giovane e atletico, o un pene particolarmente voluminoso ed eccitato, le faccia attraversare un pensiero. Non perché lei lo voglia, ma perché a volte il cervello fa scatti strani. In fondo siamo animali, mossi da istinti, da stimoli, causalità e reazione. A volte basta poco: una giornata in cui ti senti particolarmente predisposto, la chimica giusta, e tutto il resto non lo riesci a controllare. Questa idea mi brucia in testa.
Il mio respiro si accorcia.
Lei continua a lavorare dietro, precisa. Ogni tanto chiede, sempre con la stessa voce calma:
"Tutto bene? Riesci a rilassare?"
Io rispondo "sì", ma mi esce un filo di voce, e nella mia testa lei non è più solo una professionista impeccabile. È anche la donna del mio film: quella che sotto il camice è in intimo, e lo si vede che è eccitata. E io sono lì, a quattro zampe, incapace di fermare quello che mi sta succedendo.
E il corpo, come se seguisse la fantasia, inizia a cedere. Prima un calore in punta. Poi l’umidità che aumenta. Poi la sensazione netta che qualcosa stia colando senza che io faccia nulla.
All’inizio è una goccia che scende lenta e densa come la melassa, poi un’altra. Io me ne accorgo tardi, perché sono intontito, quasi stordito. Ma la sensazione di bagnato aumenta e diventa inconfondibile.
La dottoressa chiaramente lo nota. Un micro-silenzio.
Nella mia testa, quel momento esplode: nella mia fantasia lei alza gli occhi, mi guarda e sorride in un modo diverso, malizioso, come se finalmente avesse “confermato” quello che già sapeva. Me la immagino che lo faccia apposta, che giochi, che si prenda il controllo. Che voglia farmi impazzire; sa che sono eccitato e che basta un minimo sfioro perché potrei venire in un’esplosione.
Lei si avvicina al mio orecchio, nuda, con addosso solo un perizoma nero, e il seno prosperoso lasciato libero. Mi sussurra che va tutto bene e che posso lasciarmi andare: è naturale; le zone che stiamo trattando sono erogene e, da dottoressa, deve assicurarsi che io stia bene. Trattenere tutta quell’eccitazione e quel piacere non può che fare male: dobbiamo liberarlo, lasciarlo fluire. "Voglio che fluisca, capito, mio caro. Lo facciamo fluire?"
Nella realtà, solleva appena lo sguardo, con voce bassa e rassicurante:
"Non ti preoccupare. È un comportamento totalmente normale del corpo, sottoposto a stimoli continui in zone molto sensibili. Ora facciamo una breve pausa: bevi un bicchiere d’acqua e poi continuiamo la seduta. Abbiamo quasi finito, sei stato bravo."
Il modo in cui lo dice, materno, protettivo, senza giudizio, mi fa più effetto di qualsiasi fantasia. Perché mi fa sentire visto, capito, gestito, contenuto. È come se ci stessimo dicendo chiaramente: “Sei fortemente eccitato e il tuo pene sta praticamente esplodendo di piacere davanti a me, davanti a un medico serio, composto e professionale.” E la mia testa riparte.
La dottoressa sale sul lettino, completamente nuda, e si porta quasi sopra di me. Sento il suo seno caldo appoggiato sulla schiena. Mi abbassa le mutandine e il mio pene cade finalmente libero nel vuoto. Prende il gel e lo fa gocciolare sul mio sedere; poi la mano lo segue e scorre, fermandosi sopra l’ano. L’altra fa lo stesso movimento, ma prosegue lungo la zona perianale e fino ai testicoli, poi afferra il pene e lo avvolge. Le stesse mani delicate, curate, immacolate stanno massaggiando il mio ano e stringendo dolcemente il mio pene che, per effetto della pressione, fa gonfiare il glande e gocciolare una quantità copiosa di pre-sperma, probabilmente rimasto intrappolato all’interno.
Lo fa con la stessa sicurezza con cui maneggia tutto il resto. Una presa piena, competente. La mano si chiude attorno e io capisco che non è un tocco casuale, non è un incidente questa volta: è una scelta. Un controllo.
Ecco che non lo tiene più fermo: si muove su e giù, dolcemente, piano, molto, molto piano. A un certo punto si stacca, passa la mano sul lettino, esattamente dove si è accumulato un lago di seme, la passa sull’ano e quello che rimane lo spalma lungo tutto il pene, che continua a massaggiare lentamente su e giù.
A quel punto la bomba ticchetta all’impazzata, come tutti gli allarmi della centrale di Černobyl prima del disastro. L'esplosione è vicina. Sento le vene del pene gonfiarsi e pulsare. La sua mano stringe sempre di più e spinge tutto verso la punta, che si gonfia ancora e ancora. Ho la testa appoggiata sul lettino, non riesco più a trattenermi: sto ansimando.
Lei affonda il dito, sottile, ma abbastanza per sentirlo: lo sento entrare profondo. Non esce, ma schiaccia un punto, come se fosse un pulsante. Lo massaggia con pressione costante, sapiente, da persona che l’anatomia l’ha studiata e sa usarla, e in quel momento la sta usando proprio contro di me. Mi sta letteralmente mungendo.
"Vai, ora puoi farla fluire. Sei libero. Fallo per me"
Dalle sue labbra carnose esce questa frase. Il suo seno è caldo sulla mia schiena. Il suo dito affonda un’ultima volta nel mio ano; la mano scorre lungo il collo del pene e stringe sul punto più sensibile del glande… e io esplodo.
Chiudo gli occhi e mi parte un gemito profondo che si strozza appena raggiunge la gola. I testicoli si caricano, il pene si gonfia e si alza dritto, quasi sollevandosi fino a toccare la pancia, e un fiotto denso e grumoso di sperma fluisce e attraversa tutto il lettino. La sua mano lo riafferra salda e dà un altro colpo: il secondo fiotto, copioso, bianco, fitto, denso. Poi il terzo. Cinque o sei gettate arrivano a inondare il lettino.
Apro gli occhi: la dottoressa è davanti a me e mi sta porgendo un bicchiere d’acqua mentre mi guarda quasi incredula. Io sto venendo, sto venendo e tanto. Il silenzio dello studio è rotto solo dal rumore delle gettate che colpiscono il lettino; un tonfo sordo, poi un'altro. La mutandina rallenta la schizzata, che comunque è potente. Mi sdraio sfinito, nel completo imbarazzo.
La dottoressa prontamente:
"Non si preoccupi, è fisiologico. E devo dirle la verità: me lo aspettavo. Vada pure in bagno a pulirsi, che io penso a tutto qui. Direi che per oggi può bastare."
dottoressa visita medica mutandine monouso posizione a quattro zampe mano su pene stimolazione anale gel lubrificante massaggio perianale
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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