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Lui & Lei

Dottoressa, Realtà e Immaginazione - Parte II


di Membro VIP di Annunci69.it ioilpiacere
19.03.2026    |    1.221    |    4 9.5
"Lei, invece, sembrava ancora più a suo agio: cambiò angolazione, sistemò la luce e fece un controllo rapido della zona con lo sguardo di chi sta “mappando” il lavoro..."
A un certo punto la sua mano rimase un attimo in sospensione, come se stesse valutando la situazione con professionalità. Probabilmente si interrogò se afferrare il pene per manovrarlo, o gestire la cosa in un altro modo. Poi, con una voce più morbida, quasi materna, chiaramente con l’intenzione di non farmi sentire a disagio, disse:

"Non ti preoccupare. È molto normale."

Non citò esplicitamente il fatto: era sottinteso, era ovvio. Io sentii le orecchie scaldarsi.
Lei continuò, come se stesse spiegando una cosa tecnica:

"Questa zona è molto sensibile. A volte il corpo reagisce da solo, anche senza volerlo. Io continuo tranquilla, ok? Tu fermami se inizia a diventare ingestibile per te."

Lo disse con una gentilezza che nella mia testa risultò devastante. Non perché fosse maliziosa, non lo era affatto, ma perché era comprensiva, calma, e soprattutto perché stava riconoscendo la cosa senza giudicarmi. E questo, invece di calmarmi, mi eccitò ancora di più.
In quella frase c’era una cosa implicita: lei aveva visto. Lei sapeva. E non solo non mi stava giudicando… stava normalizzando tutto con una sicurezza che mi tolse l’ultimo appiglio.
Il mio respiro diventò più corto. Cercai di pensare ad altro. Non funzionò.
Lei continuò, sempre professionale. Ma adesso ogni suo gesto aveva un effetto doppio su di me: tirare la mutandina, tendere la pelle, spostarmi il pene di pochi centimetri. Era inevitabile che, in certi momenti, sfiorasse o comprimessse il tessuto proprio dove non avrei voluto essere sfiorato.
Quando doveva spostare l’intimo monouso, lo faceva senza esitazioni, maneggiando con destrezza la mutandina per spostare i testicoli o sollevare il pene che ormai era diventato pesante, duro e ingestibile. Pertanto richiedeva più decisione, e lei ce la metteva tutta. Sembrava fosse una cosa normalissima, e questa normalizzazione mi mandava ai matti. Il tessuto sottilissimo continuava a sfregare, e le sue mani, curate, precise, pulite, ogni tanto inevitabilmente finivano per scivolare sotto la mutandina e toccare lo scroto. Una volta, mentre tendeva la pelle per passare meglio con la testina, sentii chiaramente il contatto sul glande attraverso la mutandina: un tocco breve, involontario, e immaginai che, da quanto ero eccitato e bagnato, si fosse appiccicato al dito tutto il mio seme e che, come una tela, lo avesse trascinato sul mio corpo. Dovevo smettere di immaginare: questo non poteva aiutare.
A un certo punto, sempre con quel tono controllato che però per me suonava quasi materno, disse:

"Ok. Prima di girarti a pancia in giù facciamo un passaggio qui sotto, così tratto bene anche l’area perianale alta, in prossimità dei testicoli. Ti chiedo di stare in posizione supina perché mi risulta più accessibile la zona e, sicuramente, per te dovrebbe essere più confortevole."

Lo disse usando i termini del mestiere, senza alcuna sfumatura maliziosa. Eppure, sentire quella frase mentre ero lì, nudo, vulnerabile, nel pieno di un’evidente erezione ormai normalizzata, mi fece aumentare l’agitazione.

"Mi alzi un attimo le gambe? E le apri un po’. Perfetto. Così riesco ad accedere meglio."

Obbedii. Sollevai le gambe e le aprii, e il mio corpo si espose in modo molto più netto. In quella posizione si “apriva” tutto: anche il sedere e, di conseguenza, anche l’ano. La mutandina monouso, già tirata e spostata dai continui movimenti, non copriva più bene come all’inizio: era scivolata troppo di lato e troppo in basso. L’ano rimase scoperto, almeno in parte, e io me ne accorsi con un colpo allo stomaco.
Lei, invece, non si fermò nemmeno un istante. Come se fosse esattamente ciò che si aspettava.
Infatti, subito dopo avermi fatto sollevare le gambe e avermi afferrato le cosce per sorreggerle, la dottoressa prese il gel e lo stese con movimenti ampi, tecnici, quasi come un massaggio. Le dita scorrevano attorno all’ano, tastavano, controllavano la pelle, la tensione, l’aderenza. Passò con il palmo anche sopra l’ano, con quella naturalezza clinica che mi faceva domandare: è normale?
E razionalmente mi dicevo di sì. Doveva esserlo. Era lavoro. Era protocollo. Però il mio corpo non la viveva così.
Lei mi chiese ancora:

"Va tutto bene?"
"Sei comodo così? Ti vedo un po’ teso, tranquillo, non essere imbarazzato."
"Riesci a rilassare i glutei? Se stringi troppo senti più fastidio."

Io risposi di sì, anche se mi sentivo teso e caldo. Ogni volta che cercavo di “rilassare”, mi rendevo conto che il problema non era solo la tensione: era l’eccitazione che non voleva sparire.
Lei si sporgeva su di me per avere angolo e luce migliori. E ogni volta che si sporgeva, inevitabilmente vedevo e sentivo di più il suo corpo: le curve contenute dal camice, il modo in cui il tessuto seguiva le forme senza scoprirle. Sentivo il suo profumo, pulito e buonissimo, qualcosa di fresco e curato che mi arrivava addosso a ogni suo movimento, come un feromone, un elisir erotico che si mescolava nella mia testa ai liquidi seminali che stavano scivolando fuori dal mio pene. Era un dettaglio minuscolo, ma mi dava la sensazione di averla troppo vicina.
Le sue mani, poi, erano perfette: unghie curate, senza smalto, ma di un rosa candido; pelle liscia, calda e morbida. Mani da persona abituata a toccare corpi senza esitazioni. E quel contrasto, la sua sicurezza e la mia vulnerabilità, continuava a spingermi verso un punto sempre più difficile da gestire, quasi di non ritorno.

Con le gambe sollevate e aperte, mi sentivo esposto in un modo che non avevo previsto. Lei, invece, sembrava ancora più a suo agio: cambiò angolazione, sistemò la luce e fece un controllo rapido della zona con lo sguardo di chi sta “mappando” il lavoro.
"Ok…" disse, quasi tra sé e sé. Poi aggiunse con naturalezza, come se fosse la cosa più normale del mondo: "Hai peli anche qui sopra."
Il modo in cui lo disse mi fece arrossire, non perché fosse volgare, ma perché era diretto. Tecnico. Senza nessuna esitazione.

"Adesso faccio qualche passaggio qui, potresti sentire un pizzicore un po’ più intenso," disse.

E mentre lo diceva, con una mano sollevò la mutandina e fece uscire i testicoli. Prese altro gel e lo stese con movimenti gentili e delicati. Poi, con altrettanta delicatezza, mi sollevò i testicoli e li spostò di lato, maneggiandoli come si maneggia qualcosa che va semplicemente “messo in posizione” per lavorare bene. Non era delicata nel senso romantico: era precisa. Sapeva cosa stava facendo. E proprio quella sicurezza mi mandò in confusione.
Io respirai più forte. Cercai di non farlo notare, ma il mio corpo era già oltre.
Lei lo notò comunque.
Senza fermarsi, con un tono calmo e comprensivo, chiese ancora:

"Tutto ok? Dimmi se vuoi una pausa. Sono zone erogene, quindi l’erezione è più che normale e capisco l’imbarazzo."

E io, proprio perché lei era così corretta, così materna e protettiva, così padrona della situazione, mi resi conto che stavo perdendo il controllo di me stesso.
Il mio pene era durissimo a quel punto. Umido. Quel tipo di umidità densa e collosa. Sentivo il tessuto monouso tirare e aderire, come se stesse tentando inutilmente di contenere qualcosa che non voleva essere contenuta. Ogni volta che lei tirava la mutandina da un lato o dall’altro per trattare un’area, lo sfregamento aumentava. E ogni volta che lei spostava i testicoli o tendeva la pelle, c’erano inevitabilmente piccoli contatti che mi facevano perdere lucidità: un dito che sfiora troppo vicino, una pressione che per forza tocca anche il pene, il glande che si sente compresso e poi liberato.
Lei continuava a chiedere, con quella voce calma che nella mia testa diventava quasi… rassicurante in modo eccitante:

"Tutto ok?"
"Dolore o fastidio?"
"Riesci a rilassare le gambe?"

Io rispondevo di sì, ma dentro avevo la sensazione di essere in bilico.
E la mia testa, come spesso mi succede, iniziò a partire.
Lei era così coperta, così controllata, così “perfetta” nel suo camice… e proprio per quello io mi immaginavo il contrario. Mi chiedevo cosa ci fosse sotto. Se sotto quella professionalità ci fosse un intimo provocante o qualcosa di totalmente neutro. Se avesse una lingerie elegante e nascosta o solo biancheria comoda. Se si fosse vestita senza pensarci o se, anche solo per abitudine estetica, avesse scelto qualcosa di bello, anche se nessuno doveva vederlo.
E poi mi veniva da pensare: chissà cosa sta pensando lei.
Mi vede, lo sa che sono eccitato. Lo vede il liquido bagnare e illuminare la punta del pene che spinge forte sulle mutandine. Lo sente lo spasmo che lo solleva ogni volta che mi massaggia i testicoli. Lo sta gestendo con naturalezza. Ma dentro… prova qualcosa? Anche solo un micro-pensiero? O è davvero “solo lavoro” e basta? Sarà eccitata anche lei? Sotto quel camice qualcosa le starà scivolando tra le cosce? Le sue mutandine saranno imbevute di piacere come le mie? La sua vagina sarà vascolarizzata e pulsante come lo è il mio glande?

[Continua nella parte III]
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