Lui & Lei
Dottoressa, Realtà e Immaginazione - Parte I
ioilpiacere
18.03.2026 |
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"Poi, con una voce più morbida, quasi materna - chiaramente con l’intenzione di non farmi sentire a disagio - disse:
[Continua nella parte II]..."
Quando arrivai in quello studio rinomato, mi colpì subito l’atmosfera: ordine, silenzio, luce pulita.Non era il classico centro estetico “da vetrina”: era uno studio di medicina estetica, uno di quelli in cui senti che tutto è pensato per far funzionare le cose in modo preciso, efficiente e controllato. Anche l’odore era diverso: non un profumo dolce, ma un pulito neutro, quasi clinico.
La dottoressa mi accolse con un sorriso professionale, di quelli calibrati per mettere a proprio agio senza mai sembrare confidenziali. Sui cinquant’anni, portati benissimo: pelle tirata nel modo giusto, un tocco di ritocco che il suo lavoro rendeva quasi inevitabile. Un seno prosperoso, ma nascosto con cura: camice impeccabile e discreto, zero scollatura, capelli raccolti. Tutto in lei diceva: controllo, routine, protocollo. Due occhi scuri le conferivano uno sguardo profondo, a tratti involontariamente provocante.
Mi fece le domande di routine.
«È la prima volta da noi?» mi chiese, aprendo la cartella.
Io annuii, cercando di sembrare disinvolto, ma avevo l’ansia addosso: sapevo che avrebbe lavorato in una zona intima e non riuscivo a immaginarmi bene “come” sarebbe stato.
«Ti spiego tutto così non hai pensieri,» disse, con quella voce ferma da chi ha fatto la stessa cosa mille volte. «Stiamo per utilizzare un fascio di luce ad alta intensità che colpisce la melanina nel bulbo del pelo, trasformandosi in calore e distruggendo il follicolo senza danneggiare la pelle: clinicamente si chiama fototermolisi selettiva. Hai rimosso tutti i peli con la lametta nelle zone interessate? È fondamentale per la buona riuscita del trattamento.»
Risposi affermativamente. A quel punto mi porse delle mutandine monouso.
«Adesso vai nel camerino, ti spogli e metti queste mutandine monouso. Per la parte pubica sarai a pancia in su, in posizione supina. Poi, quando passeremo alla zona perianale e anale, ti chiederò di alzare le gambe e portarle al petto, tenendole ferme con le mani; in un secondo momento ti chiederò di metterti a quattro zampe e di inclinarti un po’ in avanti, se riesci anche appoggiando il torace sul lettino e rilassando i glutei. Comunque ti guiderò io, non devi preoccuparti.»
Le parole “anale”, “quattro zampe”, “rilassare i glutei”, dette così, senza alcuna malizia, mi fecero comunque stringere lo stomaco. Non era eccitazione, almeno non ancora: era ansia, imbarazzo, la sensazione di espormi in un modo che non avevo mai fatto davanti a una sconosciuta.
Nel camerino, quando presi in mano quelle mutandine sottili, mi venne da ridere per nervosismo. Erano identiche a quelle che danno per i massaggi: leggere, elastiche, ma minuscole. Le infilai e mi accorsi subito che contenevano a fatica il mio pene e tutto il resto, come immaginavo. Dovevo sistemarmi con attenzione, stando attento a non farlo uscire da un lato o dall’altro.
Quando uscii, mi sentii nudo: il pene non era sorretto, ballava all’interno, e così anche i testicoli. Non era solo pudore: era l’idea di essere lì in quello stato, con addosso qualcosa che non mi faceva sentire affatto “coperto”.
Lei, estremamente professionale, senza battere ciglio, mi fece accomodare sul lettino.
«Perfetto. Sdraiati. Gambe aperte e ginocchia leggermente piegate. Ti copro con il telo e scopriamo solo la zona che tratto.»
Lo fece davvero: un gesto semplice e pratico, che però mi colpì più di quanto avrei ammesso. Non era intimità, era professionalità… eppure il fatto che fosse così a suo agio con la mia nudità rendeva tutto più reale, più fisico.
Ricordo che approfittai di un momento in cui era girata per sistemarmi il pene: lo posizionai verso il basso, in un modo che risultasse meno ingombrante e non desse fastidio durante le manovre, dal momento che la zona esattamente sopra e attorno era quella interessata. Chiaramente non mi sarei mai immaginato quello che sarebbe successo di lì a poco.
Cominciò dalla parte pubica. La testina del laser era fredda, poi diventava calda a tratti. Ogni impulso era una puntura secca, sopportabile. Lei parlava poco, giusto il necessario.
«Se senti troppo fastidio, me lo dici.»
Io risposi con un “ok” corto, guardando il soffitto.
Con la mano sinistra spostava la mutandina verso il basso, scoprendo bene tutta la zona pubica fino alla base del pene. Inevitabilmente, quel gesto finiva per toccare, manipolare e comprimere. Non perché lei facesse qualcosa di particolarmente esplicito, anzi: era sempre precisa, clinica. Ma l’area che stava trattando era vicina a un punto che il mio corpo non considerava “clinico”.
E poi iniziò quella parte inevitabile, quella che nessuno racconta prima: per trattare bene, doveva spostare l’intimo monouso continuamente. Destra. Sinistra. Un po’ su. Un po’ giù. Spostando e sfiorando costantemente sia il pene sia i testicoli. Ogni volta un aggiustamento minimo, tecnico, ripetuto, per scoprire un punto e coprirne un altro.
E quel tessuto sottilissimo, tirato e teso, a ogni spostamento sfregava. Non in modo “voluto”, ma abbastanza: un contatto continuo che, sommandosi, diventava stimolo. Io lo sentivo chiaramente e cercavo di non pensarci… ma più cercavo di non pensarci, più il corpo reagiva.
In più occasioni, nonostante la sua attenzione, era inevitabile che le sue mani, mentre tendeva la pelle o tirava l’elastico, finissero per toccare e spostare anche i testicoli. E a volte, per pura necessità pratica, sfiorasse anche il pene, sollevandolo e spostandolo di qualche centimetro per liberare la zona. Una o due volte sentii chiaramente il contatto sul glande, ancora coperto dal tessuto: un tocco breve e involontario, ma sufficiente a farmi trattenere il respiro.
Lei restava imperturbabile, come se fosse la cosa più normale del mondo. E forse lo era davvero, per lei. Ma per me no.
Per me stava iniziando a essere troppo.
Il calore, la pressione delicata con cui tendeva la pelle per passare meglio… e soprattutto il fatto che lei fosse così vicina, così concentrata.
Non volevo. Non “decidevo” io. Semplicemente succedeva.
Provai a respirare più lentamente, a “spegnermi”. Invece il mio corpo fece l’opposto.
All’inizio fu solo un accenno: un irrigidirsi sotto quelle mutandine sottili. Pensai: no, dai. Cercai di distrarmi. Contrassi le cosce. Provai a spostare appena il bacino, come se il problema fosse la posizione.
Ma l’erezione aumentò. Senza rumore, senza preavviso, semplicemente arrivò. E fu talmente forte che, da rivolto verso il basso, il pene si spostò puntando verso l’alto, con un movimento ampio e lento, impossibile da non notare. Volevo sprofondare dall’imbarazzo.
Lei non disse nulla subito; anzi, di tanto in tanto faceva domande di rito, con tono neutro, quasi automatico:
«Come stai? Come va? Sensazioni? Dolore? Posso provare ad andare più piano, se serve?»
Io annuivo o rispondevo a monosillabi e, più rispondevo, più mi rendevo conto che lei era impeccabile: domande corrette, tecniche, ma dette con una calma che mi faceva sentire “gestito”. E quella sensazione, invece di tranquillizzarmi del tutto, mi metteva addosso un’attenzione fisica costante, che me lo faceva diventare duro ancora, ancora e ancora.
A un certo punto sentii il glande gonfiarsi e scoprirsi completamente. Nella mia testa fece quasi un rumore - ma forse me lo immaginai. Pulsava: il sangue spingeva più di quanto i tessuti potessero contenere e sopportare. La mente ormai era lanciata e mandava segnali automatici e inconsci al corpo, che reagiva.
A quel punto la manovra diventò più complicata: la dottoressa non poté più fare finta di niente, né ignorare il fatto che il suo paziente, nudo, sdraiato davanti a lei, stesse avendo una delle erezioni più forti della sua vita.
Anche perché, in una di quelle pulsazioni e spasmi, sentii una gettata di pre-sperma che impattò sulle mutandine. Era ormai troppo.
Io, nel panico, iniziai a osservarla con la coda dell’occhio: era impossibile che non se ne fosse accorta.
Mi accorsi che lo notò non perché guardasse in modo strano, ma perché, lavorando, la mutandina diventava un ostacolo: per spostarla e trattare i punti giusti doveva tirarla di lato, e ogni volta faceva più fatica.
A un certo punto la sua mano rimase un attimo in sospensione, come se stesse valutando la situazione con professionalità. Probabilmente si interrogò se afferrare il pene per manovrarlo, o gestire la cosa in un altro modo. Poi, con una voce più morbida, quasi materna - chiaramente con l’intenzione di non farmi sentire a disagio - disse:
[Continua nella parte II]
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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