Festa privata
MrMrsMister
Elena sedeva da sola a un tavolino vicino alla finestra di un piccolo bar del centro, le mani raccolte attorno a una tazza di cappuccino ancora fumante. Aveva scelto un posto discreto, lontano dalla confusione della strada, e osservava distrattamente la gente passare oltre il vetro.
Era una donna che attirava gli sguardi senza cercarli. Aveva una bellezza morbida e raffinata, accentuata da una certa timidezza che la rendeva quasi inconsapevole del proprio fascino. Da sposata, aveva imparato a vestirsi con semplicità, lasciando che fossero la naturale eleganza e il sorriso riservato a parlare per lei. Ma la sua femminilità non riusciva sempre a nascondersi, anche una semplice camicetta della giusta taglia era chiaramente stratta all’altezza del seno.
Quel mattino, però, qualcuno la stava osservando con particolare attenzione.
«Posso?»
Elena alzò gli occhi.
La donna davanti a lei doveva avere almeno quindici anni più di lei. Indossava un completo color crema impeccabile, scarpe eleganti e un paio di occhiali da sole appoggiati tra i capelli. Aveva un modo di muoversi tranquillo, sicuro, quasi aristocratico.
«Mi scusi?»
«Il tavolo è pieno. Se non le dispiace, potrei sedermi qui.»
Elena sorrise e fece cenno di sì.
La donna ordinò un espresso. Per qualche minuto non parlarono. Poi, quasi casualmente, disse:
«L'ho già vista qui.»
Elena la guardò incuriosita.
«Davvero?»
«Sì. Ha un'abitudine curiosa.»
«Quale?»
La donna sorrise.
«Quando è pensierosa, gira il cucchiaino nella tazza anche se lo zucchero si è già sciolto.»
Elena abbassò gli occhi, imbarazzata. Si accorse di avere ancora il cucchiaino tra le dita.
«Non me n'ero mai accorta.»
«È proprio questo il bello.»
Ci fu qualcosa, in quelle parole, che la fece arrossire.
La conversazione proseguì senza fretta. La donna si chiamava Vittoria. Non disse molto di sé, ma aveva una maniera particolare di parlare: sembrava scegliere ogni parola con cura, lasciando spesso qualcosa di non detto.
Prima di andarsene, estrasse dalla borsa una piccola busta color avorio.
La posò davanti a Elena.
«Domani sera organizzo una festa.»
Elena guardò la busta, poi lei.
«Una festa?»
«Privata.»
«E io sarei invitata?»
«Esattamente.»
Elena esitò.
«Ma non so nemmeno dove sia.»
Vittoria sorrise.
«Non sarà un problema»
«E che tipo di festa è?»
Per la prima volta, il sorriso della donna diventò enigmatico.
«Se te lo dicessi, non sarebbe più interessante.»
Elena strinse la busta tra le dita.
«Perché proprio io?»
Vittoria rimase in silenzio per qualche secondo.
«Perché penso che tu sia molto più curiosa di quanto lasci credere, e poi guardati!!.»
Disse la donna squadrandola.
Poi si alzò, si avvicinò ad Elena, le accarezzò il collo e le baciò le labbra come se fossero sempre state amanti. Infilò gli occhiali da sole e salutò.
Elena, sbigottita, prese la borsa e si avvicinò alla porta.
Prima di uscire, però, guardò ancora una volta la busta color avorio. La aprì nuovamente, quasi sperando di trovare qualche informazione che le fosse sfuggita.
Niente indirizzo.
Soltanto il suo nome e, all'interno, quelle poche parole enigmatiche:
«Indossa qualcosa con cui ti senti bella. Il resto lo scoprirai quando arriverai.»
Elena aggrottò la fronte.
Come avrebbe fatto a sapere dove andare?
Con la mente in confusione Elena andò a casa, per tutta la giornata e per tutta la notte pensò a quella busta color avorio, a Vittoria, alla sua eleganza misteriosa, a quel bacio, alla festa!
Il pomeriggio sucessivo, Elena rimase a lungo davanti all'armadio aperto.
La busta di Vittoria era appoggiata sul comò, accanto al suo telefono. Ogni tanto la guardava, come se quelle poche parole potessero cambiare da sole.
Cominciò con qualcosa di semplice: un paio di jeans e una camicetta chiara. Si osservò allo specchio.
«Troppo normale», mormorò.
Provò allora un abito corto e informale che usava spesso durante le serate con gli amici. Fece qualche passo davanti allo specchio, poi scosse la testa.
Troppo casual.
Passò quindi a un vestito più elegante, ma sobrio. Era bello, raffinato, perfetto per una cena in un ristorante importante. Eppure, quella sera, le sembrava quasi di nascondersi dietro quell'eleganza.
Aprì un'altra anta dell'armadio.
La sua mano si fermò su un abito che aveva indossato pochissime volte.
Era un vero abito da sera, nero, aderente quanto bastava a seguire con eleganza la sua figura e caratterizzato da una scollatura decisamente più audace di quelle che era solita scegliere.
Elena lo tenne davanti a sé per qualche secondo.
«No...»
Lo rimise al suo posto.
Poi lo riprese.
Alla fine entrò in camera da letto e lo indossò.
Quando tornò davanti allo specchio, rimase in silenzio.
L'abito le sembrava quasi appartenere a un'altra versione di sé: più sicura, più adulta, meno timorosa e desiderosa degli sguardi degli altri.
Aprì il cassetto della biancheria e scelse con particolare attenzione il suo completo migliore, raffinato e discreto, quello che conservava per le occasioni speciali. Non lo faceva per mostrarlo a qualcuno. Era semplicemente un piccolo segreto che quella sera voleva concedere a se stessa.
Infine aprì la scarpiera.
Prese un paio di décolleté nere dal tacco alto.
Le indossò e si osservò nuovamente nello specchio.
La postura era cambiata.
Anche il modo in cui teneva le spalle sembrava diverso.
Il suo seno esplodeva con charme attraverso la scollatura.
Elena fece un piccolo sorriso, quasi sorpresa dalla propria immagine.
Poi prese la busta di Vittoria e la infilò nella borsa.
Continuava però a domandarsi dove fosse questa festa e come ci sarebbe arrivata.
Aprì la busta, e oltre al suo nome, l’unica altra scritta era: «Scendi sotto casa»
Ma perché?
Quando scese in strada, lo capì.
Ad attenderla c'era una berlina nera, elegante e discreta, parcheggiata poco distante dal portone. L'autista scese e le aprì la portiera posteriore.
«Signora Elena?»
Lei esitò.
«Sì...»
«La stanno aspettando.»
Elena guardò la macchina, poi il portone di casa alle sue spalle.
Avrebbe ancora potuto tornare indietro.
Invece salì.
Per tutto il viaggio non ricevette alcuna spiegazione. La città lasciò gradualmente spazio a strade più tranquille, poi a una zona collinare immersa nel verde.
Quando la macchina finalmente rallentò, Elena vide apparire oltre un alto cancello una splendida villa.
Era imponente senza essere ostentata, circondata da un giardino perfettamente curato. Le grandi finestre illuminate riflettevano le luci della sera e, poco più in là, una piscina rettangolare brillava nell'oscurità, circondata da eleganti punti luce.
La macchina si fermò davanti all'ingresso.
Elena rimase qualche secondo immobile.
«È qui?» domandò.
L'autista annuì.
«Buona serata, signora.»
La portiera si aprì.
Elena scese lentamente, con i tacchi che risuonavano sulla pietra chiara.
Davanti a lei, la porta della villa si aprì.
E sulla soglia comparve Vittoria.
Indossava un lungo abito scuro, semplice ma straordinariamente elegante.
Sorrise.
«Sapevo che saresti venuta. Benvenuta.»
Elena la raggiunse, ancora incredula.
«Non mi hai detto dove mi avresti portata.»
«Lo so.»
Vittoria fece un passo di lato, lasciandole vedere l'interno della villa: luci soffuse, musica appena percettibile e voci provenienti da qualche stanza più in fondo.
Poi tornò a guardarla.
«È proprio questo il motivo per cui ti ho chiesto di venire.»
Elena inspirò lentamente.
Aveva ancora mille domande.
Ma, entrando nella villa, si accorse che una parte di lei non voleva affatto conoscere le risposte.
Appena varcò la soglia, ebbe la sensazione di essere entrata in un mondo completamente diverso.
Il grande salone era illuminato da lampade calde e discrete. Eleganti divani circondavano piccoli tavolini di vetro, mentre una musica raffinata riempiva l'ambiente senza mai diventare invadente.
C'erano molte donne.
Tutte vestite con grande cura, ognuna con uno stile diverso: abiti lunghi, completi sofisticati, scollature audaci ma sempre eleganti. Alcune conversavano tra loro, altre osservavano la sala con la stessa curiosità che Elena sentiva crescere dentro di sé.
La cosa più strana era che sembrava conoscersi pochissimo.
Proprio come lei.
Vittoria le porse un calice.
«Rilassati. Stasera nessuno deve dimostrare niente a nessuno.»
Elena bevve un piccolo sorso.
Poi un altro.
Con il passare del tempo, la rigidità iniziale lasciò lentamente spazio alle risate. Le conversazioni diventavano più spontanee e le persone cominciavano a presentarsi, raccontando poco di sé e molto delle proprie curiosità.
Dopo qualche drink, Elena si ritrovò persino a ridere con alcune donne che, solo un'ora prima, non aveva mai visto.
A un certo punto Vittoria le fece cenno di seguirla.
Attraversarono una grande porta e imboccarono il corridoio principale della villa.
Elena si fermò quasi istintivamente.
Ai lati del corridoio, come una sorta di insolita accoglienza, c'erano diversi giovani uomini dall'aspetto atletico. Indossavano abiti volutamente minimali, raffinati nella loro semplicità, e portavano vassoi con calici di champagne.
Non c'era nulla di volgare nel loro atteggiamento.
Restavano composti, quasi professionali, con un'aria volutamente impassibile che rendeva la situazione ancora più surreale.
Uno di loro porse un calice a Elena.
Lei lo prese, cercando di nascondere il proprio imbarazzo.
Vittoria la osservò con un sorriso divertito.
«Adesso hai capito perché non ho voluto raccontarti nulla?»
Elena scosse lentamente la testa.
«In realtà... non ho ancora capito proprio niente.»
Vittoria rise piano.
«Perfetto.»
E continuò a camminare.
Elena la seguì, stringendo il calice tra le dita, mentre la musica proveniente dal fondo della villa diventava lentamente più intensa.
Aveva la netta sensazione che quella festa non fosse ancora arrivata nemmeno alla parte più interessante.
La cena aveva ormai perso qualsiasi traccia della formalità con cui era cominciata.
Le conversazioni si erano trasformate in risate, i calici venivano riempiti continuamente e persino Elena, inizialmente così riservata, aveva cominciato a lasciarsi coinvolgere dall'atmosfera.
I giovani camerieri, sempre impeccabili nei loro movimenti, erano diventati parte del gioco.
Le donne avevano scoperto che potevano impartire loro ordini assolutamente assurdi, purché con la massima serietà.
«Tu, quello con il vassoio», disse una delle ospiti, trattenendo a stento una risata. «Voglio che tu faccia il giro del tavolo e chieda a tutte noi se il vino è di nostro gradimento, riempia il bicchiere a tutte noi e poi devi darci un bacio su collo.»
Il ragazzo eseguì senza battere ciglio.
Un'altra donna sollevò il calice.
«Per me champagne. Ma voglio bere solo quello che ti colerà dal corpo.»
Il cameriere si avvicinò, riempì un calice di champagne, e lentamente se lo rovesciò sui pettorali.
La ragazza appoggiò le labbra sotto l’ombelico del cameriere, cercando di bere quel poco che riusciva.
Elena fissò quasi a rallentatore i muscoli del ragazzo bagnati di champagne, e il suo slip che, oltre ad inzupparsi di vino si gonfiava dall’interno.
A quel punto anche Elena si sentì abbastanza sicura da partecipare.
«Ora un ordine a tutti i camerieri. Prima del dolce sparecchiate tutto lasciando solamente i calici. Dopo di che dovrete fare una sfilata per noi sul tavolo. E ognuna di noi sceglierà un cameriere personale. Una volta scelto dovrete fare esattamente cosa vi diciamo»
Vittoria, dall'altra parte del tavolo, la osservava con un sorriso soddisfatto.
Come se quella fosse esattamente la reazione che aveva sperato di ottenere.
Sparecchiarono tutti in fretta e con cura per poi uno ad uno iniziare a salire sul tavolo.
Ma Elena li fermò facendo tintinnare il bicchiere col cucchiaino
«NO NO NO. La sfilata la farete completamente nudi! »
Le altre ragazze sorrisero. Alcune quasi impaurite. Altre super eccitate.
Vittoria dal fondo del tavolo incrociò lo sguardo di Elena, le fece l’occhiolino e col labiale disse semplicemente «BRAVA! »
Inziò così la sfilata di questi giovani ragazzi scolpiti, seri ed eleganti. Completamente nudi, alcuni, i più eccitati, vennero subito chiamati al cospetto di ragazze o signore per esaudire i loro desideri.
Ma Elena non ebbe fretta, li squadrò, come se stesse studiando chi di quei ragazzi poteva aver il miglior potenziale ancora inespresso sulla tavola.
Individuò lui. Abbronzato, moro, alto. Sembrava quasi imbarazzato o intimidito dalla situazione.
Quando gli passò davanti, Elena allungò la mano accarezzandoli leggermente le palle e fissandolo negli occhi gli disse: «Tu sarai mio. Vuoi essere mio?!»
Il ragazzo annuì, scese dal tavolo e si posizionò in piedi vicino a lei.
Elena si alzò, gli prese una mano e gliela mise su un seno. La mano di Elena iniziò a toccargli il cazzo, che anche se non ancora in erezione era di dimensioni notevoli.
«Che c’è? Hai paura?»
Il ragazzo imbarazzato le disse solo
«Sei bellissima»
Vittoria si avvicinò con la sua solita eleganza.
«Hai scelto il migliore Elena, ma gli serve un aiuto e io per te voglio il meglio»
Vittoria si inginocchiò e iniziò a fare un pompino al ragazzo. Dolcemente il suo cazzo iniziava diventare sempre più grosso e duro, mentre lui fissava negli occhi Elena.
Vittoria si rialzò, si asciugò le labbra, baciò Elena, allo stesso modo in cui l’aveva baciata il giorno prima nel bar.
«Adesso è davvero tuo! Buon divertimento»
Elena si avvicinò a lui e mentre gli sussurrava all’orecchio di andare a prendere il dolce si sfilò le mutandine e gliele appese al cazzo ormai durissimo come fosse un appendi biancheria.
«Quando torni voglio vederle ancora li»
Tornò dopo appena un minuto con l’erezione ancora importante e poderosa.
Appoggiò il dolce sul tavolo.
«Ora siediti tu!» Disse Elena spostando leggermente indietro la sedie «Tu e il tuo cazzo sarete la mia seduta per il dolce!»
Elena si sedette sopra di lui e con qualche movimento dolce del bacino fece entrare il cazzo del giovane dentro la sua figa già completamente bagnata.
Solo un piccolo gemito di piacere, nessun’altro movimento, solo il suo cazzo dentro di lei mentre lei finiva il suo dessert.
Si sollevò e lo guardò negli occhi.Lui la voleva ancora, e lei voleva ancora lui. Ma…..
«Ora mi porterai il caffè»
Lui obbedì e tornò di corsa col caffè. SI risedette velocemente e così fece lei, qualche piccolo movimento per farlo entrare e poi nuovamente ferma. Lui non resisteva e iniziò ad accennare qualche accenno di movimento per sentirla di più. Volve scoparla. Voleva scoparla adesso.
«Non ti ho detto che potevi muoverti! STAI FERMO!»
Dopo il caffè, sempre restando immobile, guardava le sue colleghe di cena, chi scopava già, chi aveva già finito, chi era coricata a gambe spalancate e si faceva leccare dappertutto. Ma Elena non voleva finirla li. Elena voleva di più.
Si alzò. «Portami in piscina»
Arrivati a bordo piscina si fermò davanti a lui e con tono deciso: «Non penserai davvero che mi tolga i vestiti da sola? SPOGLIAMI!»
Lui inizò a sfilarle dolcemente il vestito, lo slacciò completamente per farlo scivolare a terra, la fece girare per slacciarle il reggiseno, si inginocchiò per sfilarle le mutandine e slacciarle le scarpe.
Erano entrambi completamente nudi. Quando Elena si voltò lui non riusciva a toglierle gli occhi di dosso, quel viso angelico, quel collo sottile, il suo enorme seno naturale, e la figa curatissima.
Non resisteva più, si avvicinò ad Elena per possederla. Ma ancora una volta lei lo fermò.
«Ora faremo un bagno in piscina» disse prima di tuffarsi.
Lui si buttò immediatamente dietro di lei, ma neanche il tempo di riaffiorare dell’acqua, che Elena era già seduta sul bordo della piscina con le gambe spalancate.
Lui si avvicinò nuotando e iniziò a leccarla. L’aveva fatto attendere troppo per quel momento. Lei era eccitatissima e si sdraiò mentre lui continuava a leccare la sua figa già larga e fradicia.
Sdraiata sul prato Elena si godeva il momento. Dopo poco lui si sollevò dall’acqua, si mise sopra di lei, e iniziò a baciarle il collo mentre il suo cazzo entrava in lei per la terza volta. Questa volta in modo più decido. Inizio a scoparla, prima lentamente con movimenti profondi, poi sempre più forte ma sempre con l’intento di farla godere. Elena gemeva, lo voleva sempre di più e sempre più a fondo.
Lo fece coricare per poter mettersi ancora una volta sopra di lui.
Lo cavalcava, con saltelli e con movimenti del bacino per sentirlo sempre più a fondo.
«cazzo sto per venire!» disse lui con un pizzico di voce.
Lei si sollevò, si mise in ginocchio tenendosi le sue enormi tette tra le braccia, lui in piedi le innondò il seno di sperma, gemendo e godendo fino a farsi tramare le gambe.
SI stesero subito sul prato, coricati, vicini. Lui con le braccia sollevate e lei con in mano il suo cazzo.
Rimasero li qualche minuto senza dirsi niente.
Dopo poco sentirono il rumore di passi avvicinarsi. Entrambi sollevarono le testa e videro Vittoria avvicinarsi.
«state giù ragazzi» disse lei.
Si mise a cavalcioni sopra Elena, iniziò a leccarle il seno pulendola dalla grande sborrata appena ricevuta. Poi passò a lui, facendogli un breve pompina per ripulirlo del tutto.
«fate pure con calma, e quando vorrete le macchine sono pronte per riportarvi a casa. O se preferite potrete passare la notte qui»
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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