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Lui & Lei

La dea bull-izzata 🍑


di Rik20_Ts
30.09.2025    |    531    |    1 8.0
"La portai poi sul letto, la stesi sotto di me e la possedetti con violenza, con tutta la forza che avevo, tenendole le mani ferme sopra la testa, guardandola mentre si apriva completamente, ..."
Erano mesi che ci rincorrevamo: messaggi, sguardi rubati sui profili, battute che sfioravano il confine del piccante. Ma per un motivo o per l’altro, un incontro non era mai avvenuto. Forse non eravamo pronti, forse stavamo solo alimentando quella tensione che cresceva sempre di più.

Quella domenica di fine estate, però, qualcosa cambiò. Al mattino ci scambiammo pochi messaggi, leggeri come al solito, due risate, poi decisi di andare al mare: il sole alto, l’acqua fresca, la libertà di una giornata senza pensieri. Dopo una nuotata, controllai il telefono. Tra le notifiche, un vocale suo: la voce calda, quasi sussurrata, che mi annunciava di essersi liberata.
«Se vuoi… possiamo vederci oggi. Non avere fretta. Io ti aspetto a casa».
Quelle parole mi accesero dentro. Accettai senza pensarci due volte. Mi concessi ancora un ultimo tuffo, come per suggellare la fine di un’attesa, poi tornai a prepararmi.

Alle 15 ero davanti il suo portone. "Terzo piano, ti aspetto su, pronta". Salendo le scale, il cuore mi batteva forte, come al solito prima di un incontro segreto. Arrivato al pianerottolo, trovai la porta socchiusa. Spinsi piano ed entrai.
La scena che mi apparve davanti era da togliere il fiato: una dea mora, fisico sinuoso, avvolta da una veste bianca trasparente che lasciava intravedere calze nere a rete, tacchi alti, pizzo nero che scolpiva le curve. Sembrava l’incarnazione di tutte le fantasie che avevo coltivato in quei mesi.
Brindammo con uno champagne, il tintinnio dei calici fu l’unica formalità, perché subito dopo furono le mani a cercarsi, a incatenarsi. La tirai verso di me e si sedette sulle mie gambe: le nostre bocche si incontrarono in un bacio lungo, carico, quasi rabbioso. Non c’era più nulla da trattenere.

Strappai via la sottile veste con un impeto che non lasciava spazio ai dubbi, come a reclamare quello che per mesi avevo solo immaginato, l’attesa era finita. Il tessuto leggero volò a terra, rivelando il suo corpo fasciato dai pizzi neri. Sembrava una visione angelica fatta di curve, luce e desiderio.
Lei rimase un istante immobile, come sorpresa da tanta veemenza, poi un sorriso malizioso le increspò le labbra: stava capendo che quella partita l’avrei condotta io.
La mia bocca si posò su di lei con avidità, iniziando a esplorare la pelle calda che si offriva senza resistenza. I suoi sospiri si fecero subito più intensi, le dita mi stringevano il viso, come se avesse bisogno di guidarmi, di tenermi ancorato a lei mentre il piacere la attraversava a onde.

La girai di scatto, piegandola a novanta sul legno del tavolo, e la mia bocca scivolò lenta lungo la linea delle sue gambe coperte dalla rete. Il suo corpo tremò, i suoi sospiri diventarono più rapidi. Le baciai la schiena, i fianchi, per poi fermarmi appena sopra quel filo di pizzo che non resisteva più.
«Così mi fai impazzire…» mi sussurrò con voce flebile mentre, già ansimante, mi offriva i fianchi muovendoli piano, provocandomi. Era un invito e una sfida, incapace di trattenerli i suoi gemiti riempivano la stanza, un invito e una confessione allo stesso tempo.
La trattenni forte, dominandola, e lasciai che la mia lingua la esplorasse senza fretta, godendomi ogni suo sussulto. Poi, con un gesto deciso, spostai il filo del perizoma e la sentii rabbrividire. Le sue labbra si dischiusero in un gemito lungo, profondo, che fece vibrare l’aria.

Non attesi oltre: la tenevo piegata sul tavolo, la schiena arcuata, i fianchi che si offrivano docili a ogni mio affondo. La presi con colpi possenti, e le mani le afferrarono i fianchi con forza, quasi a volerla marchiare. Lei urlava il mio nome, mi implorava di non fermarmi, e più lo diceva più io aumentavo il ritmo, più profondo, più intenso. Era un gioco crudele e dolce insieme: lei che si offriva, io che comandavo, entrambi persi nella stessa fiamma.
Ogni colpo era deciso, profondo, e le sue grida si mescolavano al rumore sordo del legno che vibrava sotto i nostri corpi. Le mie mani ora le stringevano i polsi, la dominavano, e in quell’abbandono totale lei trovava la sua estasi.

«Così… così ti voglio», mi sussurrò mentre le mordevo l’orecchio. Lei ansimava, incapace di articolare parole, ma il suo corpo rispondeva con spasmi sempre più intensi, come se mi implorasse di andare ancora più a fondo.
La sollevai senza smettere di prenderla, la costrinsi a sedersi sul bordo del tavolo, le gambe divaricate tra le mie mani. Il pizzo ormai era solo un ornamento strappato e inutile, i suoi capezzoli tesi si offrirono subito alle mie labbra. Li morsi piano, poi più forte, mentre affondavo dentro di lei con una lentezza crudele, lasciandola impazzire nell’attesa del colpo successivo.

«Sei mia», le dissi guardandola negli occhi, e il suo sguardo pieno di fuoco fu la resa totale. Si aggrappò al mio collo, tremava, e quando ripresi con ritmo serrato, il suo corpo si piegò all’onda, i gemiti si trasformarono in urla strazianti, selvagge.
Non le diedi tregua. La presi di nuovo da dietro, questa volta in piedi contro il muro: le mie mani la cingevano, la tenevano sospesa mentre provava ad aggrapparsi con le unghie alla parete. Ogni colpo era un marchio, ogni spinta un ordine che lei eseguiva senza esitazioni, sfinita e al tempo stesso divorata dal piacere.
La portai poi sul letto, la stesi sotto di me e la possedetti con violenza, con tutta la forza che avevo, tenendole le mani ferme sopra la testa, guardandola mentre si apriva completamente, gemendo, sudando, urlando. La volevo totalmente sottomessa, e così fu: implorava, gemeva, godeva solo di quello che io decidevo di darle.

Quando esplosi dentro di lei, lo feci con un ruggito, stringendola così forte da farla tremare. Lei crollò tra le mie braccia, stremata, gli occhi chiusi e un sorriso appagato sulle labbra. Io la tenevo stretta, ancora padrone del suo corpo, del suo respiro, del suo piacere.
In quel momento capii che l'avevo segnata per sempre e in quel pomeriggio di fine estate lei era diventata solo mia.

E poi il silenzio dolce, rotto solo dalle nostre risate soffocate, dai baci dati senza più fretta, dalle parole leggere che riempivano il vuoto lasciato dalla tempesta. Slave e padrone che tornavano teneri amanti.
Il pomeriggio ci apparteneva ancora e non avevamo nessuna intenzione di perderlo, nemmeno per un istante
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