Lui & Lei
Vanessa
Lone_wolf76
22.11.2025 |
2.884 |
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"Quando raggiunse l’apice, lo fece con un piccolo gemito soffocato contro il mio collo, le mani che mi stringevano come se avesse paura di cadere..."
Non ho mai capito davvero come sia successo.Stavo rispondendo di fretta ad un messaggio su Facebook, la tipica distrazione di fine giornata, e per sbaglio inviai un messaggio … alla persona sbagliata. A Vanessa.
Non ci conoscevamo, se non di vista: lei, la ragazza del borgo, trent’anni appena compiuti, giovane madre, ancora con quell’aria da donna che non ha avuto tempo di vivere. Il marito sempre in giro per lavoro, la gente che mormorava, e quel sorriso che sembrava chiedere al mondo: “C’è qualcosa anche per me?”
Lei rispose con un “Credo che non fosse per me… ma mi ha fatto sorridere”.
E da lì iniziò tutto.
Prima due battute, poi conversazioni sempre più lunghe, poi le confidenze.
Il suo sentirsi trascurata.
Il mio essere separato da anni.
Due solitudini che si riconoscono da lontano.
Quando le proposi di vederci, lo dissi senza pensarci davvero:
«Ho una casa in montagna… è a un’ora da qui. Possiamo parlare con calma, lontano da tutto.»
Rispose dopo qualche minuto.
Solo due parole: “Mi serve.”
E io capii che sarebbe venuta.
⸻
LA CASA IN MONTAGNA
Arrivò nel tardo pomeriggio, la luce dorata che le illuminava il viso quando scese dalla macchina.
Vanessa non era truccata molto, ma non ne aveva bisogno. Aveva quella bellezza naturale delle donne vere: i capelli raccolti in una coda morbida, il viso stanco ma dolce, una maglietta chiara che lasciava intravedere il disegno del reggiseno e jeans aderenti che raccontavano di un corpo ancora giovane, vivo.
«Non so nemmeno perché sono qui…» disse, guardando il panorama come se le servisse coraggio.
«Per stare bene.» risposi semplicemente.
Entrammo.
La casa profumava di legno e silenzio.
Accesi il camino, anche se non faceva freddo: il fuoco sa accogliere meglio di qualsiasi parola.
Sedemmo sul divano, uno accanto all’altra, ma con quell’imbarazzo che ha sempre un primo incontro.
Parlammo per un po’: di tutto e di niente.
Poi, lentamente, le sue frasi iniziarono a scorrere più libere.
«È da anni che… che mi sento invisibile.»
La sua voce tremò appena.
«Non mi guarda più. Non mi tocca più. Io… io non so neanche se piaccio ancora a qualcuno.»
Mi voltai verso di lei.
«Vanessa, tu non hai idea di quanto piaci.»
Abbassò lo sguardo.
Il rossore le salì sulle guance.
Per la prima volta non sembrava una madre stanca, ma una donna che aveva voglia di essere desiderata.
La sua mano sfiorò la mia. Un gesto minimo, quasi involontario.
Ma fu come una scarica.
«Posso avvicinarmi?» le chiesi.
Lei non parlò.
Si limitò ad annuire, piano.
La mia mano le raggiunse la guancia.
Lei chiuse gli occhi, come se quel tocco la liberasse da un peso che portava da troppo tempo.
Mi avvicinai, lentamente, lasciandole spazio per tirarsi indietro.
Non lo fece.
Il primo bacio fu lieve, quasi un dubbio.
Il secondo, passionale quasi come se stesse riscoprendo qualcosa che gli anni di vita coniugale e la routine gli avevano fatto dimenticare.
Vanessa sospirò dentro la mia bocca, un suono che sembrava anni trattenuti.
Le sue dita si aggrapparono alla mia camicia mentre le mie correvano lungo il suo fianco, salendo, scivolando sotto la stoffa, fino a sfiorare la pelle calda della sua schiena.
«Non ricordavo… com’è» mormorò, con la voce spezzata.
«Com’è cosa?»
«Sentirmi viva.»
La presi per i fianchi e la portai piano su di me.
Lei si lasciò guidare, le cosce che si appoggiavano ai miei lati, il suo respiro che diventava più veloce man mano che il nostro contatto aumentava.
La mia mano scivolò lentamente sulla curva dei suoi jeans, seguendo la linea delle sue forme fino a raggiungere il punto dove il tessuto si tendeva di più.
Lei piegò la testa sulla mia spalla, trattenendo un gemito.
«Da quanto non ti tocca così?» sussurrai.
«Non… non ricordo.»
La sua voce si incrinò, ma non c’era tristezza, solo desiderio.
Le alzai la maglietta, piano, senza fretta.
Lei non fece nulla per fermarmi.
Anzi: sollevò le braccia da sola, come se aspettasse quel momento da anni.
Il suo seno era contenuto in un reggiseno semplice, chiaro, femminile.
Le passai un dito lungo la curva, e tutto il suo corpo ebbe un sussulto.
«Ti piace?»
«Non sai quanto…»
La baciai sul collo, sulle spalle, sulla parte alta del petto.
Lei tremava, e ogni tremito sembrava una richiesta non detta.
Le mie mani scesero di nuovo sui suoi jeans, stavolta più lentamente.
La sentii trattenere il respiro quando sfiorai il punto più caldo tra le sue cosce.
Non avevo bisogno di vedere.
Il suo corpo parlava da solo.
«Ti va…?» le chiesi contro l’orecchio.
Vanessa non rispose.
Prese la mia mano e la portò lei stessa dove desiderava essere toccata.
Il tessuto era caldo.
Sotto, ancora di più.
Sfiorai, con delicatezza. Li tolsi i jeans mi fermai un’attimo a guardarla era bellissima seduta sul divano solo con uno slip semplice ma allo stesso tempo femminile, mi avvicinai, mi inginocchiai lentamente li sfilai quel,ultimo capo rimasto iniziai a baciarla lei farfugliò qualcosa io continuai
«prendimi» mi disse
spalancò leggermente le gambe, come un invito, come una confessione.
«Non mi ero accorta di quanto… mi mancasse tutto questo.»
La sua voce era un misto di vergogna e liberazione.
La tenni stretta mentre la mia mano seguiva un ritmo lento, profondo, capace di farle perdere il controllo senza oltrepassare mai il limite dell’esplicito.
«Non fermarti… per favore.»
E io non mi fermai.
Il suo respiro divenne irregolare, il corpo che si muoveva appena contro il mio, guidato più dall’istinto che dal pensiero.
Quando raggiunse l’apice, lo fece con un piccolo gemito soffocato contro il mio collo, le mani che mi stringevano come se avesse paura di cadere.
Rimase così per un lungo momento, con il viso contro il mio petto, la mia mano ancora sulla sua schiena.
«Non avrei mai pensato di… di farlo davvero» disse a bassa voce.
«Di lasciarmi andare così.»
«Non dovevi farlo per me» risposi.
«Lo hai fatto per te.»
Lei sollevò gli occhi.
In quello sguardo c’era gratitudine, desiderio, e qualcosa di nuovo.
Una scintilla che prima non c’era.
Restammo abbracciati mentre il fuoco crepitava.
Era la prima volta che non sembrava una donna prigioniera della sua vita, ma una donna che aveva scelto di respirare di nuovo.
«Non so cosa succederà domani» disse, accarezzandosi le labbra con il pollice.
«Non dobbiamo saperlo» risposi.
Quel pomeriggio non ci fu fretta.
Non ci fu volgarità.
Non ci fu bisogno di spingersi oltre.
Ci fu solo la promessa silenziosa che sarebbe stata la prima di molte volte.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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