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Desiderio Profondo - 3° parte


di Membro VIP di Annunci69.it Ethanxxx
23.05.2026    |    691    |    1 9.2
"Distesa a pancia in giù, il volto affondato nel lenzuolo, un solo occhio visibile..."
Arrivati in cima alla scalinata vidi due porte in legno massiccio. Lei aprì quella a destra ed entrò senza esitazione.

La stanza era illuminata solo da lampade a olio fissate alle pareti. Rimasi qualche secondo immobile, lasciando che gli occhi si abituassero a quella luce calda e instabile. Le ombre si muovevano lente, come se respirassero insieme a noi.

Qualche candela accesa, sparsa qua e là, metteva in risalto una parete attrezzata: frustini, palette in pelle, bavagli a sfera. Oggetti ordinati con una cura quasi rituale.

In una vetrina, rischiarata da candele basse, erano esposti plug di ogni dimensione e materiale: vetro, lattice, gomma. Accanto, pinze per capezzoli, per labbra, con catenelle sottili che riflettevano la luce come piccoli richiami.

Al centro della stanza, un letto a baldacchino. Alle quattro colonne erano fissati lacci in pelle per polsi e caviglie. Sopra, un lenzuolo di seta nera assorbiva la luce.

Lei mi accompagnò al centro, poi si avvicinò al mio orecchio.

«Questa sera, qui dentro, tu sarai il mio padrone.»

Sentii il sangue accelerare, un calore improvviso salire dal ventre e schiantarsi contro il petto. La mia erezione pulsava, viva, insistente.

Mi costrinsi alla lentezza.

Le presi la mano e la condussi verso il letto. La feci spogliare completamente: prima il corsetto, poi gli stivali. Ogni gesto misurato, ogni attimo dilatato.

Rimasi a guardarla.

La pelle chiara, tesa, pronta. Il corpo immobile ma carico di attesa.

La feci stendere sulla schiena. Le legai polsi e caviglie alle colonne del letto, tirando le cinghie quanto bastava a impedirle qualsiasi controllo. Le coprii gli occhi con una benda di seta nera.

Per un momento la lasciai sola.

Poi tornai.

Presi le pinze. Le sfiorai il seno, lentamente, lasciando che il tocco anticipasse il dolore. Quando la sentii tendersi, le applicai entrambe sui capezzoli nello stesso istante.

Il gemito fu immediato, spezzato.

Mi chinai su di lei e le sfiorai le labbra con le mie. Un bacio leggero, quasi gentile, in contrasto con tutto il resto.

Scesi lungo il suo corpo. Le dita arrivarono tra le gambe, dove era già calda, aperta. Accarezzai il clitoride con movimenti lenti, precisi. Quando il suo respiro cambiò, agganciai due pinze anche lì.

Il suo gemito si fece più profondo, più incontrollato.

La mia bocca seguì subito, assorbendo quel dolore, trasformandolo.

Mi spogliai senza fretta e salii sul letto. Le sfiorai le labbra con le dita; lei le aprì, le accolse, le succhiò con fame. Sentivo il suo bisogno crescere sotto la mia pelle.

Appoggiai la mia erezione sulla sua bocca. Lei reagì subito, lingua, labbra, ritmo. Continuai finché non fu quasi troppo.

Poi mi fermai.

La lasciai vuota.

Sganciai le cinghie e la girai sulla pancia. Le riagganciai polsi e caviglie. La sua schiena era tesa, i muscoli vivi sotto la pelle.

Presi lo scudiscio.

Lo lasciai scivolare lungo la schiena, appena percettibile. Poi scesi sui glutei.

Il primo colpo fu leggero. Il secondo no.

Il suono riempì la stanza.

Lei gemette, il corpo reagì, si inarcò appena. Continuai, alternando carezza e impatto, finché la sentii completamente persa dentro quella tensione.

Era sempre più bagnata.

Presi un plug in vetro. Lo cosparsi di lubrificante, poi mi avvicinai. Le dita prepararono lentamente il passaggio, superando la resistenza iniziale con pazienza, ascoltando ogni reazione.

I suoi gemiti cambiavano, oscillavano tra dolore e piacere.

Inserii il plug con attenzione, spingendo fino in fondo. Lo ruotai lentamente, lasciandole il tempo di adattarsi a quella sensazione piena, invadente.

Poi lo tolsi.

Non aspettai oltre.

Mi posizionai e spinsi contro di lei. L’ingresso fu stretto, resistente, ma non mi fermai. Avanzai centimetro dopo centimetro finché non fui completamente dentro.

Lei gemette forte, il corpo si tese e poi si arrese al ritmo.

Iniziai a muovermi.

Lento all’inizio, poi sempre più profondo, più deciso. Ogni colpo affondava, la faceva reagire, rispondere, cercarmi.

Il suo respiro si spezzava, si perdeva.

Sentii il suo corpo irrigidirsi, poi cedere. Era sul punto.

Non mi trattenni.

Affondai un’ultima volta e venni dentro di lei, mentre anche lei esplodeva, un orgasmo violento che la lasciò svuotata, immobile sotto di me.

Rimase lì, sfinita, il corpo ancora attraversato da scosse leggere.

E per un attimo, in quel silenzio denso, ebbi la sensazione che qualcuno, o qualcosa, stesse ancora guardando.

La cosa continuò per ore.

Il tempo si dissolse in una sequenza indistinta di corpi, respiro, sudore e tensione. Quando tutto si placò, restammo esausti, svuotati.

Mi accesi una sigaretta.

Nudo, mi sedetti sulla poltrona accanto al letto. Inspirai a fondo, lasciando che la nicotina rimettesse ordine nei pensieri. Chiusi gli occhi per un istante.

Quando li riaprii, lei mi stava osservando.

Distesa a pancia in giù, il volto affondato nel lenzuolo, un solo occhio visibile. Immobile.

Quello sguardo non chiedeva, non offriva, non spiegava. Entrava dentro.

Non riuscii a interpretarlo.

Lasciai scorrere lo sguardo sul suo corpo: i segni della notte sulla pelle bianca e sudata, la schiena perfetta ancora tesa, i capelli sparsi sul letto. L’odore denso dei nostri corpi riempiva la stanza, caldo, persistente.

Rimasi lì, a godermi quel silenzio saturo.

Poi accadde.

Da uno speaker nero, nascosto dietro una vetrina, partì una musica.

Bastarono poche note.

La riconobbi subito.

La Nona di Beethoven. Quarto movimento. Finale — Presto, Allegro assai.

Sorrisi.

Non era casuale.

Quel padrone invisibile, che vedeva e ascoltava tutto, aveva notato il tatuaggio sul mio braccio sinistro: le prime note della Nona.

Era un segnale.

Quel tempo era finito.

Mi alzai senza fretta e iniziai a rivestirmi.

Lei, ora seduta sul letto, mi osservava in silenzio. Divertita. Le gambe aperte, il corpo ancora offerto senza pudore. Era il suo modo di dire che, per quanto la riguardava, avrebbe continuato a lungo.

Quando infilai il cappotto, si avvicinò.

Mi baciò con ferocia.

In quel momento ebbi la certezza che non l’avrei mai più rivista.

Aprii la porta, uscii dalla stanza e scesi le scale lentamente, lo sguardo vigile su ogni dettaglio, ogni angolo.

Qualcosa, lì dentro, continuava a osservare.

Arrivato all’ingresso, notai una piccola scatola.

Prima non c’era.

Sopra, un biglietto.

Lo presi.

“for my boy”.

Sorrisi, scuotendo appena la testa.

Presi la scatola ed uscii.

Una volta in auto, la aprii.

Dentro, un ciondolo. Un simbolo che non avevo mai visto.

Misi in moto e tornai verso Londra.

Durante tutto il tragitto mi sentivo diverso. Come se qualcosa si fosse riallineato dentro di me. Una lucidità nuova, quasi fisica.

Arrivato in hotel, presi il ciondolo e cercai il simbolo.

Un disegno circolare, un tripode stilizzato.

Triscele.

Rappresenta l’equilibrio e l’interconnessione tra tre dinamiche: Bondage & Discipline, Dominance & Submission, Sadism & Masochism.

Rimasi a fissarlo per qualche minuto.

Non era stato solo un gioco.

Tornato a Mosca, iniziai ad avvicinarmi a quel mondo.

Non per curiosità.

Perché, in un modo difficile da spiegare, mi aveva rimesso al centro. Tutto appariva più chiaro, più definito.

Passarono i mesi.

Poi una sera, insieme ad alcuni colleghi, fummo invitati al Bol'šoj.

Valerij Gergiev dirigeva la sua orchestra nella Nona di Beethoven.

Accettai senza esitazione.

Beethoven, per me, è sempre stato qualcosa di più della musica.

Il teatro era imponente, perfetto. Il concerto, impeccabile.

Quando iniziò il quarto movimento, il pensiero tornò a quella notte.

Guardai la sala.

Abiti eleganti, volti composti, una perfezione quasi irreale.

E poi, per un istante — brevissimo — incrociai uno sguardo.

Il mio capo.

Mi osservava.

Un mezzo sorriso, appena accennato. Sornione.

Distolsi lo sguardo, ma quel dettaglio rimase lì.

Non gli ho mai chiesto nulla.

E forse non lo farò mai.

Ma l’idea che fosse lui, quel padrone che tutto vede e tutto sente…

Ancora oggi, mi diverte.
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