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Desiderio Profondo - 1° Parte
Ethanxxx
02.11.2025 |
1.185 |
3
"Ogni tanto passava una macchina, i fari disegnavano linee di luce sull’asfalto bagnato e poi sparivano..."
Il capo mi aveva mandato a seguire un progetto a Londra. Due mesi, forse di più.Non ero esattamente felice.
Ero appena rientrato da Shanghai, dopo un mese di riunioni senza orari, cene di lavoro e un’aria così densa di smog e stanchezza che a momenti la respiravo ancora. Mi ero promesso un po’ di riposo, di silenzio, di normalità. Invece, un’altra valigia, un altro volo, un’altra stanza d’albergo uguale a mille altre.
Atterrai a Londra con il morale basso e un vago rancore verso il mio capo.
Conoscevo già la città: ci avevo vissuto da ragazzo, quando ancora avevo quella leggerezza che adesso guardavo con diffidenza. Allora mi bastava una serata, un incontro, un bicchiere di troppo per convincermi che tutto avesse un senso. Adesso, ogni cosa mi sembrava più faticosa, più distante.
Il primo giorno in ufficio mi accolse il Project Manager, un tipo preciso, senza ironia, che mi presentò il team. Tutti stagisti. Età media: venticinque anni.
Volti giovani, sorrisi trattenuti, e quell’aria da figli di qualcuno che avevano sempre avuto la strada spianata davanti. Non avevo alcuna voglia di fingere entusiasmo.
La sera, in albergo, provai a scrivere una lettera di dimissioni.
Le prime righe scorrevano facili, poi si incepparono. Rimasi a fissare lo schermo, con quella sensazione di inutilità che certe giornate ti lasciano addosso come una macchia.
Alla fine rimandai, chiusi tutto, mi infilai il cappotto e decisi di uscire.
Fuori pioveva.
Una di quelle piogge leggere, quasi invisibili, che a Londra sembrano cadere più dentro di te che fuori. Entrai nel primo bar aperto. Luci basse, qualche tavolo occupato, musica in sottofondo.
Mi sedetti al bancone.
Il barista era italiano, simpatico, di quelli che sanno parlare al momento giusto. Due battute, una risata, e in poco tempo la serata si era alleggerita. Dopo la terza birra, il mondo sembrava quasi sopportabile.
Quando tornai dal bagno, trovai la mia pinta già pronta e, sotto il bicchiere, un bigliettino piegato in due.
Una serie di numeri scritti a mano.
Un numero di telefono.
Il barista mi raccontò che una donna, seduta sul soppalco con due uomini, era scesa, aveva lasciato il biglietto e gli aveva fatto un cenno, un occhiolino appena accennato, poi era andata via con loro.
Io neanche mi ero accorto che ci fosse un soppalco.
Lui lo disse come se fosse una cosa normale. Io rimasi lì, un po’ spiazzato, con quella sensazione sospesa tra curiosità e incredulità.
Misi il bigliettino in tasca, finii la birra e tornai in albergo.
Passarono alcuni giorni.
Il lavoro mi risucchiò come sempre. Le riunioni, le mail, le scadenze.
Poi una sera, uscii sul balcone della stanza a fumare.
Faceva freddo, e per istinto mi infilai di nuovo il cappotto.
Mentre cercavo l’accendino, le dita sfiorarono qualcosa nella tasca interna.
Lo tirai fuori.
Era il bigliettino. Lo stesso, un po’ spiegazzato.
Rimasi un attimo immobile, con la sigaretta accesa tra le dita e la città distesa sotto di me, fatta di luci tremolanti e rumori lontani.
C’era qualcosa di familiare in quel momento, come se il tempo si fosse fermato proprio lì, sul punto di cambiare direzione.
Presi il telefono, digitai il numero.
Scrissi solo una frase:
“Who are you?”
E rimasi ad aspettare, nel silenzio tagliato dal rumore della pioggia.
Non accadde nulla.
Così, dopo qualche minuto passato a fissare lo schermo del telefono, mi misi a guardare un film. Non ricordo neanche quale. Ma, anche mentre scorrevano le immagini, la mia mente restava altrove. Tornava sempre a quel numero.
Aprii il computer e lo cercai su Google, come si fa quando non si ha niente di concreto ma si vuole credere che esista una traccia da seguire.
Niente. Nessun risultato, nessun collegamento, solo il vuoto.
Allora provai a salvarlo in rubrica, sperando che spuntasse fuori un contatto WhatsApp, un profilo Telegram, qualsiasi cosa che gli desse un volto.
Nulla.
Rimasi lì per un po’, con il telefono tra le mani. E poi, senza pensarci troppo, decisi di chiamare.
Il cuore mi batteva piano ma irregolare, come quando si fa qualcosa che si sa non porterà a nulla, ma che si deve comunque fare.
Il telefono squillò.
Una volta, due, tre.
Poi il silenzio.
Un po’ deluso, spensi tutto e mi addormentai con la televisione accesa, il suono vago delle voci inglesi che si confondeva con i pensieri.
La mattina seguente, il primo pensiero fu il caffè.
Una bustina di polvere solubile, acqua calda dal bollitore, e quella sensazione amara che ti resta in bocca anche dopo aver bevuto.
Mentre sognavo un vero espresso con quella ciofeca tra le mani, il telefono vibrò.
Un messaggio.
Mittente: Anonima Lnd.
Testo: “Your deepest desire.”
Il tuo desiderio più profondo.
Lo lessi due volte.
Forse tre.
Ero ancora assonnato, disgustato da quella ciofeca e, nel frattempo, già in ritardo. Mi feci una doccia, mi vestii in fretta e corsi in ufficio.
A pranzo, in un sushi restaurant con due dei miei giovani e logorroici colleghi, ripensai al messaggio. Non riuscivo a togliermelo dalla testa.
Così, mentre loro discutevano di start-up e weekend a Ibiza, presi il telefono e scrissi:
“You don’t know anything about my deepest desire.”
Soddisfatto della risposta, tornai a masticare in silenzio.
Cinque minuti dopo arrivò un nuovo messaggio.
“Wanna bet you’re wrong?”
Scommettiamo che ti sbagli?
Lo rilessi.
Lo stile, lo slang: americano. Non britannico.
Lo fissai per qualche secondo, come se tra le parole potessi trovare una traccia, una voce, un volto.
Un altro messaggio, subito dopo:
un indirizzo e poi “Saturday, 9 PM. Don’t miss.”
Un indirizzo. Lì per lì pensai a uno scherzo, a una provocazione. Ma controllai comunque su Maps.
Esisteva.
Una casa isolata, ad un paio d'ore da Londra. In mezzo alla brughiera, dove la mappa perde i dettagli e restano solo linee grigie e spazi vuoti.
«E adesso che fai?» pensai.
Una persona normale si fermerebbe qui.
Avrebbe sorriso, cancellato tutto, e continuato la propria vita.
Io no.
Rimandai la decisione, come si fa con le cose che non si ha il coraggio di chiudere davvero.
La sera, in camera, provai ancora a chiamare.
Il telefono squillò a vuoto, come la prima volta.
Allora decisi che era meglio lasciar perdere.
Spensi il telefono, chiusi le tende, mi sdraiai.
Ma al risveglio, il giorno dopo, avevo in testa un solo pensiero fisso.
Il numero, l’indirizzo, la curiosità che non mi dava tregua.
E così, senza più pensarci troppo, prenotai un’auto a noleggio.
Decisi che sarei andato.
Un paio d’ore prima, giusto per capire che posto fosse.
Mentre chiudevo la porta dietro di me, avevo la sensazione precisa di stare per attraversare un confine invisibile.
Non sapevo ancora verso cosa.
Il tipo dell’Avis, un uomo sulla quarantina dalle chiare origini indiane, fu rapido e gentile.
Scansione della carta, due firme sul contratto, un sorriso cortese. Mi consegnò le chiavi senza troppi convenevoli.
Odiavo guidare in Inghilterra. La guida a sinistra mi confondeva, come se ogni strada mi obbligasse a pensare al contrario.
Ma era sabato pomeriggio e il traffico quasi assente rendeva l’impresa più sopportabile.
Mi mossi con largo anticipo. Dopo mezz’ora avevo già lasciato l’autostrada alle spalle, e la Ford Focus si addentrava lentamente nella campagna inglese.
L’orizzonte era basso, velato da una luce grigia che non prometteva niente di buono. I campi si susseguivano uguali, delimitati da muretti di pietra e siepi che parevano trattenere il vento. Ogni tanto, un cartello, un villaggio con quattro case e una chiesa piccola come una miniatura.
Più vedevo i chilometri diminuire sul navigatore, più cresceva in me una strana miscela di ansia e curiosità.
Non sapevo davvero cosa mi aspettassi di trovare, ma qualcosa dentro di me continuava a spingermi avanti.
A duecento metri dalla destinazione decisi di rallentare.
Avrei fatto solo un passaggio, lento, discreto, giusto per osservare.
La casa comparve dietro una curva, circondata da un muretto di pietra alto quasi due metri, come quelli che si vedono nelle campagne del Somerset.
Un cancello in ferro battuto chiudeva l’ingresso, e sopra, fissate a un palo, due telecamere a circuito chiuso seguivano il movimento della strada.
All’interno, tra gli alberi spogli, scorsi una vecchia Range Rover verde bottiglia parcheggiata accanto a quella che sembrava la dependance.
Tirai dritto.
Guardai l’ora: erano appena le cinque e mezza.
Decisi di raggiungere il paese più vicino, fermarmi un po’, capire l’ambiente. Magari parlare con qualcuno.
Avrei detto di essere un agente immobiliare in cerca di informazioni su una casa in vendita nei dintorni.
Una scusa come un’altra.
Il villaggio era minuscolo, raccolto attorno a una strada principale che sembrava finire nel nulla.
Tutte le case uguali, muri grigio scuro, finestre piccole, tetti spioventi coperti di muschio.
C’era solo un pub, ovviamente, con l’insegna sbiadita e le finestre appannate.
Parcheggiai la macchina ed entrai.
Il rumore si spense di colpo.
Mi guardarono tutti, come solo gli inglesi di campagna sanno guardare uno straniero: senza ostilità, ma con una curiosità diffidente, come se avessero subito capito che non appartenevo a quel posto.
Andai al bancone e ordinai un tè, nel tentativo di sembrare meno fuori luogo.
Il barista, un uomo robusto dai capelli rossicci, mi fissò mentre versava l’acqua bollente nella tazza.
Gli raccontai la mia menzogna con voce tranquilla: ero un agente immobiliare, interessato ad alcune proprietà nei dintorni, in particolare una casa poco fuori dalla brughiera, a circa quattro chilometri da lì.
La sua risposta fu secca, senza nemmeno il tentativo di un sorriso.
“I have no idea.”
E si girò per asciugare un bicchiere.
Simpatici, da queste parti.
Rimasi ancora un po’ nel pub, fingendo di guardare la partita in TV, ma sentivo gli sguardi degli altri avventori addosso.
Occhi che ti scrutano senza dire niente, solo per ricordarti che non sei dei loro.
Guardai l’orologio.
Le lancette si muovevano lente, come se anche il tempo lì fosse più pesante.
Aspettai.
Ogni minuto che passava mi avvicinava all’ora fissata, e a qualcosa che non riuscivo più a definire — se paura, curiosità, o la semplice voglia di sentirmi, per una volta, dentro a una storia che non fosse già scritta.
A mezz’ora dall’orario fissato pagai il conto e uscii dal pub.
Fuori era già buio, un buio compatto che sembrava inghiottire tutto: la strada, le case, persino i suoni. Mi accesi una sigaretta e rimasi un attimo appoggiato all’auto, respirando l’aria fredda.
Ogni tanto passava una macchina, i fari disegnavano linee di luce sull’asfalto bagnato e poi sparivano.
Salii in macchina.
Accesi il quadro, presi il telefono e, senza pensarci troppo, composi di nuovo quel numero maledetto.
Silenzio.
Solo il suono sordo della linea che squillava nel vuoto.
Tirai una boccata di fumo, poi un’altra, così in fretta che la sigaretta si consumò prima che me ne rendessi conto.
Quando stavo per gettarla fuori dal finestrino, il telefono vibrò.
Un sms.
Anonima Lnd.
“Still waiting for you. Don’t call me, and leave your mobile in the car.”
Rimasi a fissare lo schermo, senza riuscire a capire se quella frase mi spaventasse o mi incuriosisse di più.
Mi passò per la testa l’assurdità di tutto: poteva essere chiunque, e io stavo davvero pensando di presentarmi lì.
Presi il telefono e chiamai il mio migliore amico.
Gli raccontai tutto, dalla serata al bar di Londra fino a quel messaggio.
Lui rise.
Mi disse che ero impazzito, che guardavo troppi film, poi mi mandò a fanculo e chiuse la chiamata.
Restai lì, da solo, con il riflesso del cruscotto sugli occhi e la sensazione precisa di essermi spinto un po’ troppo oltre.
Pensai di tornare indietro, di cancellare tutto.
Ma il tempo scorreva, e la curiosità era più forte della paura.
Misi in moto.
La strada verso la casa era stretta, senza illuminazione. I fari dell’auto tagliavano il buio e lo restituivano in frammenti, in riflessi sulle pozzanghere, nei tronchi che apparivano ai bordi della carreggiata.
Le campagne inglesi di notte hanno qualcosa di irreale: un silenzio denso, profondo, che ti fa pensare di non essere più del tutto nel mondo reale.
Quando arrivai, il cancello era illuminato da un lampione fioco.
Mi fermai sul ciglio della strada, indeciso se parcheggiare fuori.
Stavo ancora pensando a cosa fare quando il cancello si aprì lentamente, da solo, con un rumore metallico che risuonò nel silenzio.
Qualcuno mi stava osservando.
Ne ebbi la certezza fisica, come una pressione leggera sulla nuca.
Feci un respiro profondo, mi feci coraggio e avanzai.
Entrai con l’auto nel vialetto e parcheggiai accanto alla vecchia Range Rover verde bottiglia.
Davanti a me la casa si stagliava contro il cielo basso, a due piani, con il tetto spiovente e il camino da cui usciva un filo di fumo. Una tipica casa inglese, solida, chiusa in se stessa, come se da sempre avesse imparato a difendersi dal mondo.
Rimasi qualche secondo in silenzio, poi guardai il telefono.
Lo lasciai sul sedile, come richiesto, anche se non ero affatto convinto.
Chiusi la portiera con un colpo secco.
Il rumore rimbalzò contro il muro di pietra e poi scomparve.
Mi avvicinai all’ingresso.
La porta era socchiusa.
Mi fermai un istante, con la mano sulla maniglia, e sentii il battito del cuore accelerare.
Tutto in me diceva di tornare indietro.
Ma feci un passo avanti.
Appena entrai, il calore mi avvolse. Non era solo sulla pelle, arrivava più in fondo. Le luci erano basse, il mondo sembrava rallentare, trattenere il respiro. Davanti a me la scala si perdeva nell’ombra. Alla sinistra, una porta chiusa, austera. L’arredamento era una dichiarazione silenziosa: elegante, niente fuori posto, nessuna esagerazione. Un tappeto persiano, vissuto, smorzava il suono dei miei passi. Nell’aria sentivo l’odore di legna bruciata, sandalo, un accenno di fiori secchi. L’ansia si scioglieva, qualcuno lì dentro sapeva esattamente come farmi abbassare la guardia.
Dalla porta socchiusa sulla sinistra filtrava la luce del fuoco. Feci qualche passo in avanti, entrai nella stanza.
La luce danzante del camino disegnava ombre sulle pareti.
Lei era lì.
Era seduta su una poltrona in velluto rosso, schiena dritta, testa inclinata di poco. Indossava una maschera nera in latex, che le lasciava scoperti gli occhi, la bocca e il mento: sembrava un’altra pelle che seguiva i contorni del viso. Il corsetto nero, sempre in latex, le avvolgeva il ventre, seguiva i movimenti ma lasciava i seni scoperti. La pelle chiara e curata rifletteva il bagliore della fiamma, come se prendesse fuoco anche lei. Non riuscivo a definirle l’età — forse l’età non le apparteneva.
Le gambe erano accavallate, stivali alti in latex con lacci serrati oltre il ginocchio, tacchi vertiginosi che facevano sembrare il pavimento più lontano.
Si alzò, più alta di quanto avessi immaginato. Nei suoi movimenti c’era una sicurezza che scioglieva la distanza.
Sorrise — il rossetto rosso accendeva il suo viso, i denti bianchi brillavano nel gioco di luce. Indossava guanti in lattice, lucidi, che le salivano sopra il gomito. Una coda bionda, raccolta con precisione, spuntava dietro la maschera. Gli occhi, grandi e azzurri, contenevano qualcosa che muoveva le cose.
Mi prese per mano, senza chiedere il permesso.
Mi portò davanti al fuoco, e la stanza diventò uno spazio nostro.
Quando parlò, l’inglese aveva dentro un ritmo americano che mi era familiare. La voce era profonda, precisa, sicura.
Mi disse:
«Solo per stanotte. Sarò la tua schiava. Farò quello che tu desideri.
O, se scegli il silenzio, sarà il mio padrone a comandare, quello che ci vede e ci ascolta.
Decidi tu.»
Sentii la paura sciogliersi nella curiosità. E mentre la ascoltavo mi resi conto che, forse, avevo già scelto.
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