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Barista Sottomessa 23 – Sborra in Faccia


di MarquisDeLaPhoenix
14.07.2026    |    347    |    0 9.2
"Camminò fino a casa sotto la luce dei lampioni, sentendo le gocce che ogni tanto le colavano..."
Sara aveva ventiquattro anni, capelli mori corti e spettinati alla Dua Lipa che le incorniciavano il viso con quell’aria da ragazzaccia ribelle. Il suo corpo atletico da runner – gambe lunghe e toniche, vita stretta, seni sodi e quel culo alto, rotondo e sodo – era ormai completamente segnato dal suo Padrone: il marchio della Fenice sulla natica destra ancora sensibile, il ricordo del plug, della bottiglia, del pugno. Quella sera indossava la solita uniforme che lo faceva impazzire: maglietta nera attillatissima che le segnava i capezzoli turgidi e jeans neri stretti che le fasciavano il culo come una seconda pelle.
Il locale era tranquillo. Lui arrivò poco prima della chiusura, lo sguardo più famelico del solito. Si sedette al bancone, ordinò il solito whisky doppio e la fissò senza parlare, mentre Sara serviva gli ultimi clienti con le guance già arrossate.
Quando l’ultimo avventore uscì, lui chiuse la porta a chiave e girò il cartello su “Chiuso”. Senza una parola la afferrò per i capelli corti e la trascinò dietro al bancone.
«In ginocchio, troia. Stasera ti segno la faccia.»
Sara ubbidì all’istante, il cuore che le martellava nel petto. Si abbassò sul pavimento freddo, alzando lo sguardo verso di lui con occhi lucidi di eccitazione. Lui tirò fuori il cazzo già duro, grosso e venoso, e glielo sbatté sulle labbra.
«Apri bene. Voglio usarti la bocca fino in fondo.»
Sara spalancò la bocca, lingua fuori, docile. Lui le afferrò la testa con entrambe le mani e iniziò a scoparle la gola con spinte profonde e brutali. Rumori osceni riempivano il locale vuoto: gorgoglii, saliva che colava copiosa sul mento, sulla maglietta nera. Sara aveva gli occhi pieni di lacrime, il mascara che colava, ma succhiava avidamente, stringendo le labbra intorno al membro grosso.
Dopo diversi minuti di scopata violenta in gola, lui la tirò su per i capelli e la fece appoggiare con la schiena contro il bancone, il viso rivolto verso l’alto.
«Occhi aperti. Voglio che guardi mentre ti marchio.»
Sara ubbidì, bocca aperta, lingua fuori. Lui si segò furiosamente davanti al suo viso, grugnendo. Con un ringhio animale venne.
Fiotti potenti, densi e caldi di sborra le esplosero sulla faccia. Il primo colpo le centrò la fronte e il naso, il secondo le riempì la guancia sinistra, il terzo le colò sulle labbra e sulla lingua. Spruzzi spessi le imbrattarono le ciglia, le sopracciglia, le colarono lungo il mento e sul collo, finendo sulla maglietta nera. Sara rimase immobile, respirando affannosamente, il viso completamente coperto di sperma bianco e vischioso del suo Padrone.
«Brava puttanella… guardati.»
La spinse davanti allo specchio del bagno. Sara si vide: il viso distrutto, coperto di strati densi di sborra che colavano lentamente. Una goccia pesante le pendeva dal naso.
«Ora pulisci tutto il locale così. Non ti pulire la faccia. Voglio che resti esattamente così fino a domani mattina.»
Sara annuì, la voce rotta: «Sì, Padrone…»
Per l’ora successiva pulì il bancone, i tavoli e il pavimento con la faccia ancora imbrattata. Ogni movimento faceva cadere qualche goccia densa. Mentre passava lo straccio sotto un tavolo, una grossa goccia le scivolò dal naso direttamente sulle labbra. Sara tirò fuori la lingua istintivamente, la raccolse e la ingoiò lentamente, gustandone il sapore salato e muschiato. Un brivido di piacere degradante le attraversò il corpo. La figa le pulsava, fradicia dentro i jeans stretti.
«Mmm…» mormorò tra sé, leccandosi le labbra sporche. «Grazie Padrone…»
Quando finì di pulire, lui le diede un ultimo schiaffo sul culo marchiato.
«Torna a casa così. Dormi con la mia sborra in faccia tutta la notte. Domani mattina voglio che ti presenti al lavoro ancora segnata.»
Sara uscì dal bar con il viso coperto di sperma secco e fresco. Camminò fino a casa sotto la luce dei lampioni, sentendo le gocce che ogni tanto le colavano. Ogni volta che una goccia le cadeva dal naso o dal mento sulle labbra, lei la catturava con la lingua, succhiandola avidamente, godendo dell’umiliazione profonda.
A casa si spogliò senza lavarsi il viso. Si mise a letto, nuda, con la faccia ancora imbrattata. Durante la notte si svegliò più volte: sentiva il sapore di lui sulla lingua, le gocce che lentamente si spostavano. Ogni volta allungava la lingua, raccoglieva un po’ di sborra dal naso o dalla guancia e la ingoiava con un gemito soffocato, la mano che scendeva tra le gambe per toccarsi mentre pensava a quanto fosse sua.
Al mattino, guardandosi allo specchio, vide il viso ancora segnato da croste bianche secche. Sorrise, passandosi la lingua sulle labbra.
«Sono la tua barista sottomessa… completamente tua.»
E sapeva che quella sera sarebbe stata pronta per il prossimo ordine.
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