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Sottomessa al Piacere-Natale perverso-Cap9#6


di Membro VIP di Annunci69.it giorgal73
13.07.2026    |    2.108    |    1 5.0
"Da quando le ho viste uscire dal bagno dell’autogrill, ridotte a ciò che volevano essere, la mia ossessione si è caricata di elettricità..."
CAPITOLO 9 – Natale perverso – Ritorno a Milano Parte 6

— DANIELA —

Usciamo dal bagno, io per prima, con Michela che mi tallona, la testa bassa ma la camminata ancora piena di quella grazia oscena che ti rimane addosso quando sai di essere stata vista, toccata, marchiata. Nel corridoio dei bagni c’è un fiume di gente, soprattutto uomini, camionisti e pendolari con la faccia stanca. Qualcuno ci punta addosso uno sguardo che è una carezza sporca, qualcuno ride, qualcuno abbassa gli occhi all’ultimo secondo, come se la vergogna fosse contagiosa. Le voci si rincorrono come le onde di una radio sintonizzata male: «Guarda, sono quelle di prima», «Che troie», «Chissà cosa hanno fatto lì dentro».

Mi fermo a pochi metri dall’ingresso, aspetto Michela che mi raggiunge e si mette al mio fianco, la mano destra che stringe il polso sinistro come se volesse ancorarsi a sé stessa. Dietro di noi sentiamo il tintinnio delle porte dei bagni che si aprono e si chiudono, i passi pesanti dei ragazzi che ci hanno appena usato, ora di nuovo ragazzi qualunque, la faccia arrossata ma il cuore pieno di quella gloria effimera che solo il sesso anonimo regala. Uno di loro, quello col giubbotto nero, si avvicina e ci guarda senza dire nulla, poi sputa a terra vicino ai nostri stivali, forse per marcare il territorio, forse solo perché non ha altre parole. Un altro, il biondino, ride e si avvicina a Michela, le sussurra qualcosa all’orecchio che non riesco a sentire, ma vedo la mia schiava che arrossisce ancora di più.

Alle mie spalle, una donna sulla cinquantina, i capelli raccolti in una crocchia grigia e il trench beige che sembra una corazza, ci lancia uno sguardo disgustato e dice a voce alta: «Questa generazione è perduta». La sua voce squarcia il silenzio come uno schiaffo, ma non mi offende, anzi mi fa sentire ancora più viva. La guardo negli occhi e sorrido, poi mi volto verso Michela e le dico ad alta voce: «Ti sei comportata bene, oggi». È una sfida e una dichiarazione di guerra, e so che la donna la raccoglierà. Infatti, scuote la testa e si allontana, borbottando qualcosa sulla fine dei tempi.
Superiamo il corridoio dei bagni come due regine cadute in disgrazia, le gambe nude e le calze strappate che attirano più attenzione di qualsiasi vestito elegante. All’uscita, un gruppo di adolescenti ci fotografa col cellulare, si fanno selfie con noi alle spalle, ridono, uno di loro urla: «Guardate che troie, sono famose adesso!». Io lo fisso negli occhi, poi tiro su il mento e rispondo con freddezza chirurgica: «Oggi solo pompini, la figa è per veri uomini». I ragazzi scoppiano a ridere, ma sento che quella frase gli si è infilata sottopelle, come un chiodo.

Troviamo Abdul appoggiato al bancone del bar, il bicchiere di tè caldo che fuma tra le dita. Ci vede, sorride, e il suo sorriso è quello di uno che ha già letto tutta la storia ancor prima di vederla rappresentata. Si avvicina, mi poggia una mano sulla spalla, poi si piega verso Michela e le annusa l’alito, un gesto rapido ma preciso. «La tua schiava anche oggi ha fatto il pieno di sperma,» dice, e la voce è un misto di rispetto e sarcasmo, «sento l’odore fino qui». Michela abbassa la testa, ma io la sollevo per il mento e le fisso gli occhi: «Fa parte del ruolo. E oggi te lo sei meritato». Lei deglutisce, si morde il labbro, e per un attimo penso che potrebbe mettersi a piangere o a urlare, invece sorride, un sorriso piccolo ma vero.

Paghiamo il conto e usciamo dall’autogrill, fuori c’è una luce di vetro che taglia la nebbia in fettine sottilissime. Camminiamo verso la macchina, gli stivali che ticchettano sull’asfalto, e ogni passo è una sfida, uno schiaffo al decoro pubblico. Da una macchina parcheggiata esce un fischio, uno di quei suoni da cantiere, ma invece di ignorarlo mi fermo, mi volto e chiedo: «Vi serve una lezione di educazione, ragazzi?» I due uomini nella macchina restano muti, poi abbassano la testa, sconfitti, e io mi sento la padrona del mondo.

Abdul apre la portiera e ci fa salire. Io entro per prima, poi prendo posto dietro, con Michela al mio fianco. Lei si rannicchia subito, ma io la costringo a tenere la schiena dritta, le allungo una mano e le sistemo la frangetta che le cade sugli occhi. «Non c’è niente di cui vergognarsi,» le sussurro, «sei quello che sei». Lei annuisce, e per la prima volta da ore la sento davvero con me, non solo il mio giocattolo, ma la mia complice.

Abdul mette in moto, il motore che vibra sotto di noi è una promessa di ritorno alla normalità, ma so che la normalità non esiste più. Nei primi dieci minuti di viaggio nessuno parla, ci limitiamo a guardare fuori, i cartelloni pubblicitari che scorrono come le tappe di un pellegrinaggio laico. Poi Abdul rompe il silenzio: «Dove andiamo ora, Padrona?» Lo dice senza ironia, con una deferenza che mi scalda. Sorrido: «A casa mia. Ho voglia di una doccia calda e di un letto vero». Lui annuisce e accelera. La macchina si infila nella nebbia autostradale, e per un attimo mi sembra che il Mondo fuori sia solo un’ombra rispetto a quello che sta succedendo qui dentro.

A metà strada tra Brescia e Milano si accende una spia rossa sul cruscotto. Abdul impreca in arabo, ma non si ferma. Sento il suono delle sue dita che tamburellano sul volante, una musica nervosa che accompagna i miei pensieri. Michela si è addormentata, la testa appoggiata sulla mia spalla, la bocca semiaperta che ancora sa di sperma e di fatica. Le carezzo i capelli, li annuso, ci sento l’odore di autogrill, di sesso, di sudore, di metallo. Voglio tenerla così per sempre, la mia creatura imperfetta.

Abdul parcheggia sotto casa mia, in una delle vie laterali dove i lampioni sembrano spenti apposta per nascondere quello che succede nelle macchine. Mi volto e lo vedo che fissa Michela con uno sguardo che non avevo mai notato prima, un misto di rispetto e di desiderio. «È una schiava speciale, la tua,» dice. «Non come le altre.» Gli rispondo: «Probabilmente non lo è mai stata, come le altre. E forse questa è la sua forza». Lui sorride, poi scende, apre il bagagliaio e prende i nostri trolley.

Scendiamo dalla macchina, io e Michela con la pelliccia e il cappotto spalancati, i corpi esposti alla notte milanese come due insegne al neon. Abdul ci segue, i trolley che rotolano sul marciapiede, e ogni tanto lancia un’occhiata alle finestre illuminate dei palazzi, come se volesse vedere chi ci osserva. E qualcuno ci osserva davvero: una signora anziana con la vestaglia lilla, un uomo con la sigaretta che fuma dal balcone, una coppia di ragazzi che si ferma per guardarci. Nessuno dice nulla, ma il giudizio è nell’aria, lo sento addosso come una seconda pelle.

Entriamo nell’androne del palazzo, il portiere che ci guarda con l’occhio bovino, la lingua che si inumidisce le labbra ma il coraggio che manca anche solo per salutarci. Abdul appoggia i trolley vicino all’ascensore e ci fa salire per prime. Nel piccolo ascensore c’è un silenzio carico di promesse, talmente fitto che basterebbe un respiro per scatenare una tempesta. Michela mi stringe la mano, mi guarda con quell’espressione da persona che sa di aver fatto qualcosa di irrimediabile e ne va fiera. Sento Abdul che ci osserva dallo specchio sopra i pulsanti, il suo sguardo ci sfiora come un vestito su misura, e per la prima volta nella vita vorrei essere la musa di un uomo come lui, che abbia avuto il tempo – e la fame – di contemplare l’umiliazione e la gloria senza mai confonderle.

Arriviamo al mio piano. Le porte si aprono sul corridoio buio, la moquette sottomessa al primo piede che la schiaccia. Cammino avanti, seguita dal rumore ovattato delle rotelle e dai passi incerti di Michela. Spalanco la porta di casa e l’odore, il “mio” odore, mi investe come uno schiaffo di infanzia. Forse è solo la miscela di carta stampata, parquet e un fondo di vaniglia della candela che non si spegne mai, forse sono io che ho bisogno di sentirla, di radicarmi qui dentro per ricordare chi sono e dove torno ogni volta che il mondo rischia di scomparirmi. Chiudo la porta dietro di noi, e appena Abdul lascia il corridoio col suo passo felpato sento la tensione che esplode nell’aria.
«Michela devi dare la mancia ad Abdul, dobbiamo ringraziarlo per averci riportato a casa sane e salve»

—ABDUL —

Percepisco la voce della padrona, Daniela, che mi chiama nella stanza come se stesse convocando un servo, ma riconosco nel timbro la soddisfazione di chi ha orchestrato il proprio trionfo e vuole goderselo fino in fondo. Sento il mio nome sulle sue labbra e subito dopo una risata, di quelle che si infilano sotto la pelle, umide e taglienti. Mi presento sulla soglia del salotto: la luce è soffusa, filtrata da una lampada Ikea truccata da design d’avanguardia. Michela è già lì, inginocchiata sul divano, la schiena dritta, i capelli che le cadono davanti agli occhi come una tenda. Daniela la sovrasta in piedi, una mano sulla spalla nuda della ragazza, l’altra a sorseggiare un bicchiere di vino rosso che sembra sangue appena spremuto. C’è un momento di sospensione, come se stessero aspettando una parola d’ordine—che ovviamente arriva.

«Devi ringraziare Abdul,» dice Daniela, lenta, calcando ogni sillaba. Michela non esita: si volta verso di me, si mette carponi, le ginocchia affondate nel velluto liso, le mani che strisciano fino a raggiungere il bordo del bracciolo. Si ferma lì, piega il collo, poi scosta i capelli con un gesto da bambina addestrata a piacere. Non mi guarda in faccia, ma il messaggio è chiaro. Allarga le gambe, prende fiato, e il respiro è già una supplica. La posizione è perfetta, spudorata, quasi animalesca. Fingo distacco, ma sento il sangue che mi martella nelle tempie. Da quando le ho viste uscire dal bagno dell’autogrill, ridotte a ciò che volevano essere, la mia ossessione si è caricata di elettricità. Ora posso finalmente scaricarla.

Mi avvicino, sfioro Michela con la punta delle dita, dal polpaccio nudo fino alla curva del gluteo, la pelle che si increspa come la sabbia sotto il vento. Daniela si siede e ci osserva, il bicchiere tra le dita e gli occhi che brillano di una malvagità lucida. Nel frattempo, Michela rimane immobile, ma il suo respiro si fa più pesante, le spalle tremano appena. Mi inginocchio dietro di lei e osservo il plug blu, infilato con una maestria che solo un’amante paziente può garantire. Lo afferro e lo faccio girare piano, sento il corpo di Michela che si tende e poi si rilassa di colpo. Quando lo estraggo, c’è uno schiocco umido che sembra il segnale d’inizio di una recita già provata mille volte.

Il suo buco è una caverna, dice Daniela dal divano, ma il suo tono è ammirato più che offensivo. Mi scappa una risata, la guardo dritta negli occhi, poi rispondo: «Per fortuna il mio cazzo è un obelisco e la riempirà in profondità.» Michela piega la testa verso il cuscino, ma non smette di guardarmi di traverso, come se stesse aspettando il mio prossimo passo. Dentro i jeans sento il cazzo che mi pulsa, così duro che quasi fa male. Mi libero dei pantaloni con una mano sola, la camicia la lascio aperta: basta una spinta e il mio cazzo salta fuori, teso come un obelisco, la pelle scura che contrasta con il biancore morbido dei fianchi di Michela.

La prendo per i fianchi, la stringo, la allineo al mio corpo. Lei geme, ma non è paura, è fame. Spingo il glande contro la sua apertura, sento la resistenza, poi il calore che mi risucchia. Lentamente, centimetro dopo centimetro, entro in lei, e ogni millimetro è una conquista reciproca, una resa dei conti tra carne e volontà. Michela si morde il labbro, geme ancora, stavolta più forte. Sento le pareti calde che mi avvolgono, il battito del suo cuore che arriva fino al mio. Daniela si avvicina, prende la testa di Michela e le sussurra parole che non ascolto, ma che la fanno tremare tutta. Prendo fuoco, accelero, la scopo con la forza che mi viene naturale, e ogni colpo suona come uno schianto di ossa e desideri mai detti.
Quando vengo, è tutto un’esplosione di luce nera: rimango dentro di lei, le dita affondate nei fianchi, il respiro in corsa come dopo una battaglia. Michela invece non si muove, la schiena coperta di sudore, la bocca semiaperta ma senza voce. Daniela si siede vicino a noi, mi sfiora il braccio, poi tira su la testa di Michela e le bacia la fronte come se stesse premiando la migliore delle sue creature.

«Adesso sì che puoi dire di aver ringraziato come si deve,» sussurra la padrona, e la sua voce è morbida come la seta che indossa.

*** NOTE ***

---CAPITOLO 9: Tuffo nel 1999 (Recuperate i primi otto!)---
Questo è l’ultimo capitolo del romanzo, quindi mi aspetto tanti commenti!!!

Allacciate le cinture: vi porto in un 1999 audace, decadente e senza filtri. Non aspettatevi un raccontino, questo è un romanzo vero e proprio con una forte dose di esibizionismo. Se apprezzate, fatemelo sapere con un pollice in su e un commento!

---La Musa e lo Scrittore---

Questa storia non è autobiografica, ma nasce dalle confidenze reali e bollenti della mia amica "Damabiancaesib" (potete ammirarla qui su a69, cercatela). Altri hanno provato a raccontarla, ma lei ha scelto mia penna, anzi la mia tastiera, per svelare le sue fantasie più oscure. Nessun plagio, solo la magia di trasformare i suoi segreti in letteratura. Io sono "solo" l'autore e vivo senza catene, ma lascio sempre la porta socchiusa a chi sa stupirmi con proposte intriganti.

---A Voi la Mossa---

Incoronatemi Maestro dell'Erotismo con un bel voto, o lasciate un commento spudorato. E se vi sentite audaci, scivolate nei miei messaggi privati: chissà che una proposta indecente non trasformi la fantasia in realtà in qualche Club Privé di Bologna...
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