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Desiderio Profondo - 2° parte


di Membro VIP di Annunci69.it Ethanxxx
03.11.2025    |    1.177    |    3 9.7
"«Questo è il tuo modo di marchiare? Ora toccherà a te conoscere il mio, » sussurrai..."
Lei mi fissava, gli occhi azzurri incassati nel volto che non dava scampo. Attendeva. Niente sorriso, solo la richiesta muta di iniziare, di prendere possesso di quel silenzio pieno di promesse sporche.

Reggevo il suo sguardo, teso ma deciso. Ripensai ai viaggi, allo stress, al capo che ogni giorno mi manovrava e alla routine che mi aveva reso una cosa che non volevo essere. Ora basta. Nessuno avrebbe più avuto potere su di me, nemmeno quel padrone invisibile che almeno mi lasciava scegliere.

Guardai il tavolino. Le bottiglie erano lucide, uno specchio che restituisce solo la verità. Lo indicai, occhi nei suoi occhi.

«Vodka liscia, col tuo sapore.»

Non sorrise, ma il suo volto brillò di aspettativa. Mi spogliò del cappotto, le mani sfrontate. Le dita si attardarono sulle mie spalle, mi afferrò per la mano, mi fece sedere con forza sulla poltrona di velluto rosso. Percepivo la sua fame.

Mi sedetti, la fissai: pube liscio e nudo, il corsetto che le segnava i fianchi, il culo rotondo e alto nella luce arancione del fuoco. Una scultura pronta a essere toccata, posseduta.

Prese la Beluga, versò la vodka lenta nel bicchiere. Poi sollevò la gamba destra: lo stivale nero alto abbracciava la sua gamba fino sopra il ginocchio, lucido e teso sotto la luce del fuoco che ne faceva brillare la pelle levigata. La poggiò sul divano, il nero intenso dello stivale esaltava la curva della coscia nuda che scompariva sotto il corsetto. Bagnò il bordo coi suoi umori: passò il bicchiere nel solco, la mano ferma, la pelle che brillava. Lo sguardo era inchiodato al mio, voleva ferirmi, trascinarmi oltre.

Era già bagnata, io sentivo il cazzo teso sotto i pantaloni, duro e pulsante. Voleva vedermi cedere. Restai immobile, solo la mandibola contratta tradiva tutto quello che avevo dentro. La tensione era materia, il desiderio un ordine.

Si avvicinò e mi porse il bicchiere, occhi di ghiaccio piantati nei miei. Era lei a dominare, ma io avrei rovesciato presto il gioco.

Presi il bicchiere dalle sue mani affusolate, avvolte nei guanti di latex nero. Lo portai alle labbra, sentii il profumo dei suoi umori — pungente, caldo, salmastro. Bevvi tutto, senza esitazione. La vodka mi lasciò senza fiato e la sua essenza mi scorreva in bocca, nei polmoni, nella testa.

Chiusi gli occhi, il calore mi si diffuse in ogni nervo. Riaprii e la trovai fissa sulla mia erezione. Era esplicita: voleva vedere, voleva fare. Accennai un sorriso: il gioco ora era aperto, senza regole.

Le tesi il bicchiere.

«Ancora,» ordinai, «ma questa volta dalla tua bocca.»

Nei suoi occhi una scintilla di sorpresa, eccitazione. Tornò al tavolino, versò altra vodka, tornò verso di me, bevve senza pudore. Poi salì sulle ginocchia, le poggiò sui braccioli della poltrona — il suo pube appena sopra la mia bocca.

Mi invase il suo odore: era animale, acuto, profondo. Le mani aggrappate alla spalliera, il seno pieno, i capezzoli turgidi e scoperti. Irresistibile.

Si abbassò piano, a un respiro dalle mie labbra; io aprii la bocca e lei versò la vodka, ogni goccia lenta e precisa. La inghiottii fissandola, i suoi occhi accesi di soddisfazione.

Poi cambiò, si fece avanti, le labbra al mio mento, poi alla mia bocca — la leccò piano, mi baciò, la sua lingua incontrò la mia, senza pudore, con ferocia.

Mentre la sua bocca divorava la mia, la mia mano arrivò sul suo pube. Le dita scivolarono subito dentro la sua vagina, bagnata, viscosa, calda. La infilai con facilità e vigore, sentii le pareti pulsare attorno alle dita, che muovevo lento, poi rapido, senza lasciare tregua. Lei gemette, la voce spezzata, profonda.

Mi morse forte il labbro inferiore. Il dolore fu acuto, mi alzai di scatto. Lei si ritrasse sorpresa; passai il pollice sul labbro, lo osservai: sangue vivo.

La fissai, il suo sguardo era cambiato, divertito, acceso. Le presi il collo piano, le passai il pollice insanguinato sulle labbra.

«Questo è il tuo modo di marchiare? Ora toccherà a te conoscere il mio,» sussurrai.

Lei tremò leggermente.

«Padrone, voglio mostrarti la nostra camera segreta. Ti piacerà.»

Le feci cenno di sì, la trattenni ancora con lo sguardo.

«Aspetta.»

Sfilai lentamente la cintura dai pantaloni, esagerando ogni movimento, lasciando che il metallo tintinnasse con un suono deciso e provocatorio. La piegai in due tra le mani, la pelle scura che risaltava nelle luci calde della stanza, mostrando chiaramente che ero pronto a tutto, che il mio controllo sarebbe stato assoluto.

Lei rimase ferma, interdetta. Gli occhi azzurri si spalancarono, colti di sorpresa, la bocca socchiusa in una smorfia che oscillava tra stupore ed eccitazione. Sulle sue spalle candide e nude si disegnarono gocce di pelle d’oca, visibili anche da lontano: il desiderio le attraversava il corpo con la forza di una scarica.

Mi avvicinai, senza distogliere lo sguardo dal suo viso, e con lentezza posai la cintura intorno al suo collo, la pelle morbida ma la presa salda. Serrando la fibbia a formare un cappio, la trasformai in un guinzaglio, il mio guinzaglio. Afferrando l’altra estremità con il polso deciso, le mostrai chi avrebbe condotto il gioco da quel momento.

Lei rimase lì, con il respiro incerto e il corpo teso, immobile tra il limite della resa e quello della sfida, incredula e completamente mia.

«Conducimi nella vostra stanza segreta.»

Nei suoi occhi azzurri correva tutto: la voglia, il fuoco, la resa. Era tutto lì, tra i nostri corpi, nessuna parola di troppo.

Mentre lasciavamo la stanza, lei mi precedeva con passo sicuro, e io, istintivamente, scrutavo ogni angolo alle nostre spalle. Cercavo segni, microfoni, telecamere — nulla era visibile, solo ombre complici e pareti silenziose che sembravano osservare senza mostrare nulla. Cosa ci stesse davvero guardando, dove si nascondesse quel fantomatico padrone, restava un mistero, e questo non faceva che inasprire la tensione.

Salimmo le scale, uno dietro l’altra. Non potei fare a meno di fissare il suo corpo che si muoveva a pochi passi da me: il fondoschiena rotondo e pieno, le cosce forti che si stringevano e si separavano ad ogni gradino, avvolte dagli stivali neri altissimi, la pelle lucida che luccicava nella penombra.

Fu allora che lo vidi: una scia chiara, lucente, il segno indecente e concreto della sua eccitazione che colava lenta dall’interno coscia e si allungava giù, tracciando una linea sfacciata fino a imbrattare la pelle lucida degli stivali. Il liquido si stendeva in piccole gocce, si attardava sui solchi della pelle nera e lì restava, erotico e visibile, un invito che mi fece trattenere il respiro e stringere i denti per non spingerla contro la parete e prenderla subito, lì dove il desiderio aveva già lasciato il suo marchio.

Il mio respiro si fece più affannoso, sentii la mia erezione, sempre più rigida, darmi fastidio nei pantaloni, rendendo ogni movimento una tortura dolce, ogni gradino una promessa. Per un istante fui tentato di fermarla, di possederla lì, senza più nessuna difesa.

Ma mi trattenni. Mi affidai all’attesa, al fiato corto dell’incertezza. Seguii il suo passo, i miei occhi divoravano ogni dettaglio nella penombra delle scale.

E ogni senso in me, in quell’attimo sospeso, sapeva che il vero inizio sarebbe stato appena dopo.
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