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L'amazzone e il serpente


di La-mandria
19.07.2026    |    40    |    0 6.0
"Con una delicatezza millimetrica, una spira massiccia, ma flessibile iniziò a risalire lungo il profilo del seno sinistro..."
La radura sacra di Artemisia non era un semplice spazio aperto tra la fitta vegetazione, ma un anfiteatro naturale protetto da pareti di roccia viva, levigate da secoli di vento e piogge incessanti.
Quella notte, l'oscurità profonda della foresta circostante era squarciata dal bagliore ancestrale di una pira cerimoniale che ruggiva al centro dello spazio sacro.
Il fuoco veniva alimentato costantemente dalle anziane della tribù con rami secchi di alloro, piante di mirto selvatico e abbondanti manciate di resine aromatiche d'oriente.
Il fumo che ne scaturiva, denso, purissimo e intriso di fragranze balsamiche, si alzava dritto verso il cielo nero, creando una colonna fluttuante che sembrava unire la terra alle stelle immote.
L'atmosfera era satura di un calore denso, quasi solido.
Il silenzio della natura selvaggia era del tutto cancellato dal battito implacabile dei tamburi cerimoniali, strumenti mastodontici ricoperti di pelle di lupo conciata che le guerriere percuotevano con cadenza ipnotica.
Le vibrazioni di quel ritmo non si limitavano a viaggiare nell'aria, ma penetravano profondamente nel terreno arido, risalendo lungo i piedi nudi delle donne, facendo vibrare le ossa e accelerando i battiti cardiaci in una sincronia perfetta con il battito stesso della terra.
Tutt'intorno al fuoco, le amazzoni della tribù avevano formato un anello compatto.
I loro corpi, temprati da anni di caccia, battaglie e fatiche indicibili, erano privi di armature o protezioni metalliche.
Quella notte non era concessa la fredda durezza del ferro; la carne esposta era l'unico vessillo accettato dal rituale.
Molte di loro portavano sul petto e sulle spalle i segni argentei delle ferite del passato, cicatrici esibite con l'orgoglio di chi ha guardato in faccia il pericolo e lo ha sottomesso.
La loro pelle era decorata con geometrici disegni cerimoniali tracciati usando un impasto sottile di argilla bianca e cenere del fuoco sacro.
Le guerriere iniziarono a danzare, muovendosi in senso orario intorno alla pira.
I loro piedi battevano il suolo all'unisono, sollevando microscopiche nuvole di polvere dorata che brillavano come faville sotto i riflessi delle fiamme.
Le voci si unirono in un inno di gloria primordiale, un canto privo di parole umane comprensibili agli stranieri, fatto di fonemi arcaici e gutturali che celebravano la purezza della stirpe e l'invincibilità delle donne guerriere.
La melodia saliva e scendeva seguendo le fiammate improvvise della pira.
Le braccia venivano scagliate verso il cielo come a voler afferrare la luna, i busti si flettevano all'indietro con un'elasticità felina, e le lunghe trecce di capelli scuri frustavano l'aria a ogni rotazione repentina.
La forza muscolare sprigionata da quella danza collettiva creava uno spostamento d'aria calda che accarezzava il perimetro della radura, alimentando la trance mistica delle partecipanti.
Dall'ombra più fitta della foresta, rompendo il cerchio delle danzatrici che si aprirono con impeccabile tempismo al suo passaggio, avanzò Lysandra.
Lei era la prima cacciatrice, l'amazzone designata dagli auspici per fungere da tramite carnale nel rituale della notte.
Il suo corpo rappresentava la massima espressione della perfezione atletica e della grazia marziale: le spalle erano larghe e modellate dall'uso continuo dell'arco, i muscoli delle braccia definiti ma flessibili, e gli addominali formavano una struttura scolpita che si muoveva ritmicamente a ogni respiro.
La sua pelle ambrata era stata cosparsa con abbondante olio di oliva infuso con essenza di gelsomino, cosicché ogni singolo millimetro del suo corpo riflettesse la luce del fuoco come se fosse bronzo fuso.
Indossava esclusivamente un corto perizoma di pelle morbida che lasciava liberi i fianchi e lunghi lacci di cuoio scuro intrecciati con cura millimetrica attorno ai polpacci vigorosi.
Lysandra camminava a passo lento, lo sguardo fiero e privo di qualsiasi traccia di esitazione. Raggiunto il centro esatto della radura, proprio davanti alla struttura del trono, si arrestò.
Allargò lentamente le braccia verso l'esterno, palmi rivolti al cielo, offrendo la sua nudità e la sua forza come un altare vivente predisposto ad accogliere la divinità sotterranea.
Sul lato settentrionale della radura, sopraelevato rispetto al terreno grazie a tre imponenti gradini di roccia vulcanica nera levigata, si ergeva il trono della tribù.
Su di esso sedeva la principessa Thalestris, la custode delle leggi e futura guida assoluta delle amazzoni. Thalestris vestiva una tunica di seta leggerissima color porpora imperiale, priva di maniche e aperta interamente lungo i fianchi, trattenuta in vita solo da un cordone d'oro intrecciato a mano che ricadeva fin sulle sue ginocchia nude.
La sua postura era rigida, regale, la schiena perfettamente aderente allo schienale di pietra scura mentre le sue mani dalle dita affusolate riposavano sui braccioli scolpiti a forma di teste di leonessa ruggenti.
Thalestris non prendeva parte al canto, né muoveva il proprio corpo.
Il suo ruolo era quello di testimone supremo, l'occhio che doveva convalidare il passaggio del potere. I suoi occhi, scuri come la notte più profonda e carichi di un'intelligenza magnetica, erano fissi sulla figura di Lysandra.
La luce dorata della pira si rifletteva sulle sue pupille, revealing una tensione vibrante e un'attesa quasi febbrile. Tra la principessa seduta e l'amazzone immobile al centro dello spazio sacro si tese un filo invisibile di attrazione e intesa spirituale, che isolò le due donne dal frastuono circostante.
Fu allora che, ai piedi del trono di pietra, qualcosa si mosse all'interno di una cesta di vimini scuro, intrecciata con rami di salice e ornata sul bordo con piume di falco pellegrino.
Un sibilo prolungato, sottile e incredibilmente nitido, tagliò l'aria della radura, sovrapponendosi per un istante persino al fragore dei tamburi delle amazzoni. Dalla penombra della cesta emerse lentamente la testa il Custode dell'Altare, il grande serpente sacro della tribù.
Si trattava di un esemplare monumentale di pitone albino, la cui lunghezza superava i sette metri di puro muscolo flessibile.
Le sue scaglie non erano semplicemente bianche, ma possedevano una consistenza avorio cangiante che, sotto l'effetto della luce mobile del fuoco, assumeva sfumature dorate, madreperlacee e argentee, dando l'impressione che l'animale fosse ricoperto da una corazza di metallo prezioso finemente cesellato.
Il rettile sollevò la testa, oscillando con lentezza millimetrica da destra a sinistra per registrare le variazioni termiche dell'ambiente.
La sua lingua biforcuta, di un colore rosa intenso, saettava rapida nell'aria, assaporando l'aroma di gelsomino e olio che emanava dal corpo di Lysandra.
Con un movimento fluido e totalmente privo di rumore, il serpente iniziò a far scivolare le sue spire fuori dalla cesta, dirigendosi in linea retta verso i piedi dell'amazzone.
Il primo contatto tra l'animale e la donna avvenne sulla caviglia sinistra di Lysandra.
Le scaglie del serpente erano fredde come la pietra di fiume in inverno, un contrasto termico assoluto e violento con la pelle surriscaldata dell'amazzone e con l'aria torrida della radura.
Un brivido involontario corse lungo la spina dorsale della guerriera, traducendosi in una impercettibile contrazione dei muscoli delle sue cosce, ma il suo volto non tradì alcuna emozione, rimanendo fisso in una maschera di fiera imperturbabilità.
In quel momento, l'attenzione si concentrò interamente sugli occhi del serpente.
Erano due sfere perfette di puro rubino cristallino, prive di palpebre, capaci di riflettere i bagliori della pira come se fossero gemme intagliate da una civiltà dimenticata.
Se vi si fosse letto uno sguardo umano, non vi si sarebbe trovata la minima traccia di esitazione o di calore, bensì la concentrazione assoluta di un predatore d'alto rango o di un sovrano spietato.
Era lo sguardo di un uomo che osserva la propria terra dall'alto, calcolatore, freddo e privo di empatia, ma pervaso da una consapevolezza magnetica e superiore.
Le pupille del rettile, due fessure verticali di un nero profondo, si contraevano come gli occhi di un guerriero che fissa il punto esatto in cui colpire, esprimendo un'intenzione pura, lucida e priva di morale.
Quel paio di rubini non possedevano la debolezza del dubbio umano; erano invece il ritratto di un'attenzione totale, un'osservazione silenziosa che non chiedeva permesso, capace di spogliare e dominare l'anima dell'amazzone con la sola forza di una presenza che sa già di aver vinto.
Il serpente iniziò la sua ascesa, avvolgendo la prima spira attorno al polpaccio di Lysandra.
La pressione era costante, una morsa muscolare studiata che misurava la consistenza dei tessuti e la fermezza della donna.
Le scaglie avorio scivolavano con una fluidità liquida, risalendo lungo la curva della gamba ambrata, lasciando dietro di sé una scia lucida di olio pressato.
Mentre intorno le amazzoni acceleravano il ritmo della loro danza, i canti di gloria si fecero più incalzanti e acuti, trasformando la radura in una gabbia di suono ed energia.
Il serpente, del tutto indifferente al frastuono, continuò la sua scalata geometrica.
Superò il ginocchio dell'amazzone e risalì lungo la coscia tesa, spostando il proprio peso massiccio verso il bacino.
Con una torsione sinuosa, la testa del rettile si posò sul ventre piatto di Lysandra.
Qui, i muscoli addominali dell'amazzone si contraevano e si rilassavano in base a un controllo respiratorio profondo e studiato.
Il Custode assecondò quel movimento, lasciando che il proprio corpo si adagiasse sopra l'ombelico della guerriera.
Gli occhi di rubino del serpente rimasero orientati verso l'alto, mantenendo una traiettoria visiva che cercava e intercettava lo sguardo della principessa Thalestris, la quale sporgeva ora il busto in avanti dal trono, completamente catturata dal gioco ipnotico delle spire.
Il rettile risalì ulteriormente, avvolgendo il punto vita dell'amazzone con due giri completi del suo corpo muscoloso, creando un disegno a spirale che metteva in risalto la silhouette slanciata e potente della cacciatrice.
La pelle di Lysandra, sotto il continuo passaggio di quella trama fredda e levigata, rispondeva con piccoli fremiti cutanei che l'olio non riusciva a nascondere.
La progressione del serpente raggiunse la cassa toracica, dove il cuore di Lysandra batteva con forza, un ritmo accelerato ma regolare che il rettile percepiva chiaramente attraverso i recettori del proprio ventre.
La testa dell'animale, guidata dal calore corporeo, si mosse con una lentezza calcolata verso il petto dell'amazzone. Con una delicatezza millimetrica, una spira massiccia, ma flessibile iniziò a risalire lungo il profilo del seno sinistro.
La scaglia fredda accarezzò la base soda e muscolosa del petto, sagomandone la forma con una precisione geometrica che sembrava quasi una stima del suo valore guerriero.
Lysandra gettò la testa leggermente all'indietro, esponendo la linea del collo, mentre le sue mani rimanevano tese verso l'esterno.
Il rettile non esercitava una pressione dolorosa, ma una presenza avvolgente e soffusa.
La spira proseguì la sua traiettoria diagonale, insinuandosi nello spazio caldo tra i due seni, per poi estendersi verso il seno destro.
La punta liscia della spira sfiorò con estrema e controllata delicatezza la sommità del seno destro, delineandone la curva perfetta della pelle ambrata prima di scivolare verso la clavicola.
Il contrasto visivo e sensoriale all'interno della radura toccò in quel momento il suo apice: la morbidezza e il calore intimo delle forme femminili erano interamente cinti dalla geometrica compattezza delle scaglie cangianti del pitone, un'armatura viva che univa la sensualità del corpo umano alla fredda sacralità della bestia antica.
Gli occhi rossi del rettile brillarono di un riflesso scarlatto ancora più intenso, quasi infuocati dalla vicinanza del sangue che scorreva nelle vene dell'amazzone.
Il contatto termico tra la freschezza rettiliana e il calore della carne tesa si fece ancora più intimo. La massa muscolare del rettile si adagiò con tutto il suo peso calibrato sopra lo sterno dell'amazzone, costringendola a respirare in modo più profondo, a sollevare il petto con piccoli respiri controllati che facevano sussultare le punte dei seni a ogni espirazione.
Il serpente parve gradire quel sussulto regolare; la sua testa avorio tornò indietro, adagiandosi nella conca tra le due curve calde del petto. Lì, la lingua biforcuta rosa saettò ripetutamente, sfiorando la pelle tesa, quasi a voler assaggiare la fragranza di gelsomino mischiata al sudore sottile che l'eccitazione e la tensione del rito avevano fatto fiorire sulla pelle dell'amazzone.
Una seconda spira, più spessa, si mosse con un fruscio impercettibile per stringersi intorno alla gabbia toracica, proprio sotto la linea del petto, sollevandolo ulteriormente ed esibendolo alle fiamme e allo sguardo della principessa.
La pelle di Lysandra era ormai percorsa da brividi costanti, i muscoli pettorali erano tesi, rigidi sotto quella carezza che non conosceva fretta.
Il pitone continuò a scivolare lateralmente, avvolgendo il seno sinistro in un abbraccio totale, coprendone la superficie con la trama regolare delle sue scaglie argentee e dorate che riflettevano la luce mobile della pira, creando un contrasto ipnotico tra la pelle nuda, scura, e la corazza mobile del Custode.
Arrivato finalmente alle spalle di Lysandra, il Custode non si arrestò.
Il suo corpo occupava ormai l'intero fusto dell'amazzone, avvolto come una veste sacra da cui emergevano soltanto il volto fiero e gli arti superiori.
La testa del serpente si sollevò al di sopra della spalla destra della guerriera, rimanendo sospesa nell'aria per alcuni istanti.
Poi, con un movimento rettilineo e prolungato, l'animale tese la parte anteriore del proprio corpo in avanti, superando lo spazio vuoto che separava Lysandra dai gradini del trono di pietra.
La principessa Thalestris rimase immobile, trattenendo il respiro, mentre la testa d'avorio del serpente andava a toccare il suo ginocchio nudo, risalendo lungo la seta porpora della veste.
Il corpo del pitone fungeva ora da ponte fisico e spirituale tra le due donne: la coda e le spire inferiori rimanevano saldamente ancorate ai fianchi e al petto di Lysandra, mentre la testa e i primi metri di muscoli si adagiavano sul grembo della principessa.
Gli occhi di rubino del serpente si fissarono infine, a brevissima distanza, negli occhi scuri di Thalestris. La lingua biforcuta sfiorò l'aria a pochi centimetri dal viso della regnante.
In quel preciso istante, le amazzoni che danzavano interruppero il loro inno con un urlo soffocato e unanime, e i tamburi emisero un unico, devastante colpo finale prima di cadere nel silenzio più assoluto. Nella radura rimase solo il crepitio della pira e il riflesso rosso degli occhi del serpente, custode del legame eterno tra l'amazzone, la principessa e la terra.

Vacca 24
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