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L'allevamento del signor Torrisi - parte 2
23.06.2026 |
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"«Vediamo se riesci a guadagnarti la giornata senza fare la fine del tuo predecessore..."
La notte nel box passò lenta e tormentata. Il dolore alla gola per la rimozione delle corde vocali si era trasformato in un bruciore sordo e costante, e la fame cominciava a farsi sentire, costringendomi a stringere lo stomaco contro il fieno freddo. Attraverso le fessure del legno sentivo i respiri pesanti degli altri prigionieri e, di tanto in tanto, i nitriti soffocati di Principe nell'altra ala del fienile.Alle prime luci dell'alba, il rumore metallico dei chiavistelli mi fece sobbalzare. La porta del mio box si spalancò e apparve la figura snella di Tommaso. Indossava solo i suoi soliti calzoncini corti e teneva in mano una ciotola di metallo e un secchio d'acqua. I suoi occhi biondi e graziosi mi fissarono senza alcuna emozione, con la freddezza di chi ha ormai accettato il proprio destino da anni.
Posò la ciotola a terra. Conteneva una specie di pastone denso e insapore. Non appena feci per allungare una mano, Tommaso mi colpì leggermente le dita con un piccolo frustino che teneva alla cintura, emettendo un suono secco.
«I cani non usano le mani,» disse a bassa voce, indicando la ciotola. La sua voce era incredibilmente acuta, una conseguenza evidente della sua totale evirazione.
Capii l'antifona. Mi chinai sul pavimento di legno, appoggiando le ginocchia e i gomiti, e iniziai a mangiare direttamente con la bocca. Era umiliante, ma la fame era troppa. Tommaso rimase a guardarmi, poi prese una spazzola dal secchio e iniziò a strigliarmi la schiena con vigore per rimuovere i residui di fieno della notte. Il contrasto tra la durezza della spazzola e la docilità dei suoi gesti mi fece capire quanto fosse perfettamente addestrato.
Prima che potessi finire, i passi pesanti di Matteo e Lorenzo risuonarono nel corridoio. Entrarono nel box senza chiedere il permesso.
«Forza, Tommaso, sposta il cucciolo,» ordinò Matteo, che portava con sé una pesante imbracatura di cuoio nero ricca di fibbie e anelli metallici. «Oggi il signor Torrisi vuole vedere come se la cava Fido con il lavoro pesante.»
Tommaso si fece subito da parte, mettendosi sull'attenti. Matteo e Lorenzo mi afferrarono per le braccia e mi costrinsero ad alzarmi in ginocchio. Con movimenti rapidi ed esperti, mi infilarono l'imbracatura sul torso nudo. Le cinghie erano strette, stringevano i miei muscoli pettorali e si incrociavano sulla schiena, collegate a un grosso anello centrale all'altezza delle scapole. Un'altra cinghia mi passava sotto l'inguine, costringendomi a mantenere la schiena ben tesa. Infine, mi agganciarono un guinzaglio rigido di metallo all'anello posteriore.
«Oggi farai da assistente a Raffaele nelle stalle,» disse Lorenzo con un sorrisetto sadico, dandomi un buffetto sulla guancia rasata. «Vediamo se riesci a guadagnarti la giornata senza fare la fine del tuo predecessore.»
Mi trascinarono fuori nel corridoio centrale. Poco più avanti, Raffaele – o meglio, "buco da culo", come lo chiamavano ormai tutti – era già al lavoro. Era a quattro zampe, con il collo stretto nel pesante giogo di legno che lo costringeva a guardare verso il basso, e trainava a fatica un piccolo carretto di ferro carico di letame e fieno sporco. La grande cicatrice tra le sue gambe era visibile a ogni suo movimento.
Matteo agganciò l'estremità della mia imbracatura al retro dello stesso carretto. «Ecco qua. Adesso siete una pariglia. Raffaele tira davanti, e tu aiuti a spingere e a stabilizzare il carico da dietro, Fido. E muoversi, la stalla numero quattro va ripulita entro l'ora di pranzo.»
Raffaele girò leggermente la testa verso di me, emettendo un debole grugnito attraverso le labbra. Nonostante gli avessero rimosso i denti e la voce, i suoi occhi mi comunicarono tutto il peso di quella fatica.
Matteo fece schioccare la frusta in aria e il carretto si mosse con un cigolio sinistro. Le mie ginocchia e i miei palmi iniziarono a premere contro i mattoni duri del pavimento. Lo sforzo era immane; i muscoli delle cosce e delle braccia iniziarono a bruciare dopo pochi metri. Ogni volta che il carretto rallentava, Lorenzo colpiva la mia schiena o le natiche di Raffaele con il frustino, incitandoci a mantenere il passo dei cavalli del signor Torrisi.
Mentre ripulivamo i box dei cavalli, la combinazione di fatica, nudità e totale sottomissione creò in me un cortocircuito mentale. Nonostante il dolore alle ginocchia, il continuo sfregamento della cinghia sotto il mio inguine iniziò a stimolarmi. Mi resi conto, con immenso imbarazzo, che il mio membro stava ricominciando a indurirsi sotto lo sguardo divertito di Lorenzo, che si era appoggiato a una sbarra per godersi la scena.
«Guarda un po', Matteo,» gridò Lorenzo verso il corridoio. «Il nuovo cagnolino si eccita a fare il cavallo da tiro! Forse dovremmo chiedere al signor Torrisi di fargli fare un giro nell'arena insieme a Principe questa sera!»
Raffaele, sentendo quelle parole, accelerò il passo per il terrore, trascinando il carretto e costringendomi a muovermi più velocemente per non essere schiacciato dalle ruote di ferro. Il mio cuore batteva all'impazzata. Sapevo che ogni errore poteva costarmi caro, ma in quel fienile senza legge, governato dal signor Torrisi, la paura e il piacere si erano ormai fusi in un'unica, inevitabile condanna.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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