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Barista Sottomessa 18 – Stanza delle torture
21.06.2026 |
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"«Ahh…» gemette Sara mentre il grosso fallo la apriva centimetro dopo centimetro..."
Sara aveva appena chiuso il locale. Erano le due e venti di notte. Stava spegnendo le ultime luci quando il suo Padrone entrò dalla porta sul retro. Il suo sguardo era diverso quella sera: più freddo, più oscuro, carico di intenzioni che lei non riusciva ancora a immaginare.«Prendi solo il telefono e le chiavi. Stasera ti porto in un posto che non hai mai visto.»
Sara sentì un brivido intenso lungo la schiena, ma non osò fare domande. Salì in macchina e rimase in silenzio per tutto il tragitto, durato quasi quaranta minuti, fino a una vecchia cascina isolata in mezzo alla campagna buia.
Quando lui aprì una porta pesante di metallo e la fece scendere lungo una scala che portava nel seminterrato, l’aria cambiò. Era più fredda, più umida. Quando accese le luci rosse soffuse, Sara rimase paralizzata.
La stanza era ampia, con pareti di pietra grezza. Fruste, catene, corde, paddle e vari strumenti di tortura erano ordinati perfettamente alle pareti. Al centro c’era un robusto tavolo di legno rinforzato con metallo, dotato di numerosi anelli di fissaggio. In fondo alla stanza, montata su un pesante supporto d’acciaio, troneggiava una fucking machine professionale: nera, imponente, con un braccio lungo e regolabile e un dildo gigantesco, spesso, venato e lungo quasi 35 centimetri.
«Spogliati. Tutta. Poi sali sul tavolo a pancia in giù.»
Sara ubbidì con le mani che tremavano. Si tolse la camicetta bianca, la gonna corta e le scarpe, rimanendo completamente nuda. Il Padrone la fece sdraiare sul tavolo freddo. Le legò prima i polsi, poi le caviglie, allargandole le gambe in modo osceno. Le passò una cinghia larga sulla vita e un’altra sotto il petto, bloccandola completamente. Infine le mise un cuscino spesso sotto il bacino, alzandole il culo in alto, esposto e vulnerabile.
Sara era totalmente immobilizzata. Non poteva muovere quasi nulla se non le dita delle mani e dei piedi.
Il Padrone versò una generosa quantità di lubrificante denso sul grosso dildo nero e posizionò la punta esattamente contro il suo ano.
«Stasera non userò il mio cazzo. Sarai sfondata solo dalla macchina. E tu implorerai… implorerai tantissimo.»
Accese la macchina a velocità molto bassa. Il braccio cominciò a muoversi avanti e indietro, spingendo lentamente il dildo dentro di lei.
«Ahh…» gemette Sara mentre il grosso fallo la apriva centimetro dopo centimetro.
La macchina continuava il suo movimento costante, entrando sempre più a fondo. Sara sentiva ogni vena del dildo mentre le dilatava le pareti interne.
Dopo qualche minuto lui aumentò la velocità. I colpi diventarono più decisi.
«Padrone… è grosso… mi sta riempiendo tutta…» mormorò lei con voce tremante.
Lui alzò ancora la velocità e regolò la profondità. Il dildo ora entrava per più di metà, colpendola con ritmo regolare.
Sara cominciò a respirare più affannosamente. Il piacere si mescolava al bruciore dell’allargamento.
«Più forte… ti prego…»
Il Padrone sorrise e spinse la macchina a un livello superiore. Il braccio meccanico ora martellava con forza, il dildo entrava quasi completamente a ogni spinta, con un rumore bagnato e osceno che riempiva la stanza.
Sara tirò le cinghie, il corpo che sobbalzava sul tavolo.
«Ahhh! Sì! Così! Più forte, Padrone!»
La velocità aumentò ancora. Il dildo la penetrava con colpi violenti, profondi, brutali. Sara sentiva la punta arrivarle sempre più in fondo, come se volesse sfondarla davvero.
«Ti supplico! Più forte! Sfondami il culo! Voglio sentirlo tutto!»
Ormai aveva perso ogni controllo. Urlava senza vergogna mentre la macchina la devastava.
«Più veloce! Ti prego! Distruggimi! Sfondami come la troia che sono!»
Il Padrone spinse la macchina al massimo. Il braccio si muoveva a una velocità impressionante, il grosso dildo nero scompariva quasi completamente dentro di lei a ogni stoccata violenta. Il tavolo tremava sotto i colpi.
Sara era in delirio. Venne per la prima volta con un urlo strozzato, il corpo scosso da spasmi violenti, la figa che gocciolava sul tavolo nonostante nessuno la toccasse lì.
Ma la macchina non si fermava.
«Ancora! Non fermarti! Sfondami più dentro! Voglio prenderlo tutto! Ti prego Padrone, fammi male! Sfonda il tuo culo!»
Venne una seconda volta, ancora più forte, urlando parole incoerenti. Le lacrime le rigavano il viso, il sudore le colava lungo la schiena, ma continuava a implorare tra un gemito e l’altro:
«Più forte! Più veloce! Spaccami! Voglio sentirlo spaccarmi dentro! Sono solo un buco per te! Sfondami senza pietà!»
La macchina continuò a martellarla senza sosta per quasi un’ora. Sara perse il conto degli orgasmi. Era ridotta a un corpo tremante, sudato e urlante, completamente in balia della macchina e della volontà del suo Padrone.
Solo quando la vide al limite estremo, quasi priva di forze, lui rallentò gradualmente fino a fermare la macchina, lasciando però il grosso dildo completamente affondato dentro di lei fino alla base.
Sara ansimava pesantemente, il culo rosso e dilatato, il corpo esausto e percorso da continui tremori.
Il Padrone le accarezzò lentamente i capelli bagnati e le sussurrò all’orecchio con voce bassa e soddisfatta:
«Brava la mia puttanella. Hai implorato proprio come volevo.»
Sara, con voce roca e spezzata, riuscì solo a rispondere:
«Sì, Padrone… grazie… il mio culo è solo tuo… usami sempre così…»
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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