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Le regole non dette


di Perseo29
27.07.2026    |    31    |    0 6.0
"«Mi incuriosiscono le persone che confondono l'autorità con il volume della voce..."
Erano trascorsi quattro giorni dal loro pranzo di lavoro, eppure **L. R.** continuava a ripensare a quell'incontro con un'insistenza che trovava quasi irritante. Non era il contenuto della conversazione a tornargli alla mente, né tantomeno gli aspetti professionali dell'accordo che avevano definito. Ciò che riaffiorava, con una precisione quasi fastidiosa, erano le pause, gli sguardi trattenuti, la sensazione di aver partecipato a un dialogo in cui ogni parola pronunciata ne nascondeva almeno un'altra.

Quella sera era entrato nel lounge bar con l'unica intenzione di concedersi un'ora di tranquillità prima di rientrare a casa. Il locale, elegante senza ostentazione, era immerso in una luce color ambra che attenuava i contrasti e rendeva i volti più difficili da decifrare. Dal pianoforte proveniva una melodia lenta che sembrava fondersi con il sommesso brusio delle conversazioni, creando un'atmosfera in cui il tempo perdeva consistenza.

Fu allora che la vide.

**S. M.** sedeva al bancone con la naturalezza di chi appartiene al luogo in cui si trova. Davanti a lei c'era un calice di vino rosso ancora quasi pieno; accanto, un libro chiuso con un segnalibro infilato tra le pagine. Non sembrava attendere nessuno e, allo stesso tempo, dava l'impressione di non essere affatto sola.

Come se avvertisse la sua presenza ancora prima di vederlo, sollevò lentamente lo sguardo. I loro occhi si incontrarono senza esitazione, e nessuno dei due sentì il bisogno di rompere immediatamente quel contatto. Non c'era sorpresa sul volto di lei, né imbarazzo su quello di lui. Sembrava quasi che entrambi avessero considerato, almeno una volta, la possibilità di ritrovarsi.

Fu **L. R.** ad avvicinarsi.

«Posso sedermi?»

Lei osservò per qualche istante lo sgabello libero accanto al proprio, come se stesse valutando qualcosa che andava ben oltre quella semplice richiesta.

«Può.»

La risposta arrivò con la stessa calma con cui aveva pronunciato ogni parola durante il loro primo incontro.

Per alcuni minuti rimasero in silenzio. Non era il silenzio impacciato di due sconosciuti costretti a cercare un argomento qualsiasi, ma quello di due persone che sembravano riconoscere il valore dell'attesa. Il barman servì un whisky a **L. R.**, posando il bicchiere con un gesto discreto; il lieve tintinnio del ghiaccio fu l'unico suono a interrompere quel momento.

Fu **S. M.** a parlare per prima.

«È curioso come alcune persone attribuiscano tutto al caso. È una spiegazione rassicurante, perché libera dalla responsabilità di chiedersi se certi incontri siano davvero accidentali.»

Lui sfiorò il bordo del bicchiere con le dita, osservandola senza mai distogliere lo sguardo.

«E lei crede che il caso non esista?»

«Credo che esista, ma molto meno di quanto siamo disposti ad ammettere. A volte scegliamo inconsciamente luoghi, orari e abitudini che finiscono per riportarci davanti alle stesse persone. Solo dopo li chiamiamo coincidenze.»

Quelle parole non avevano il tono di una teoria astratta. Somigliavano piuttosto a una riflessione nata da un'esperienza personale, ma **L. R.** comprese subito che domandarle di più sarebbe stato inutile. **S. M.** sembrava appartenere alla categoria di persone che rivelano soltanto ciò che decidono di concedere, mai ciò che viene chiesto loro.

«Mi dà l'impressione di osservare continuamente chi ha di fronte.»

Lei sorrise appena.

«Osservare è molto diverso dal giudicare. La maggior parte delle persone confonde le due cose.»

«E cosa vede quando guarda me?»

Per la prima volta lasciò trascorrere qualche secondo prima di rispondere.

«Vedo qualcuno che è abituato a guidare ogni situazione e che considera l'imprevisto una variabile da eliminare il prima possibile.»

Lui sorrise con un'espressione che avrebbe dovuto apparire rilassata, ma che tradiva un'attenzione crescente.

«È una critica?»

«No. È una constatazione.»

Fece una breve pausa, senza distogliere gli occhi da lui.

«La vera domanda è se questo bisogno di controllo le appartenga davvero oppure sia diventato, con il tempo, una forma di protezione.»

Quelle parole produssero un effetto inatteso.

Da molto tempo nessuno gli rivolgeva domande che non riguardassero il suo ruolo, il suo lavoro o i suoi risultati. Lei sembrava ignorare completamente tutto questo. Era interessata esclusivamente alla persona che sedeva davanti a lei.

«E lei?» domandò. «Ha sempre questa capacità di arrivare al punto senza dare l'impressione di farlo?»

Lei abbassò lo sguardo sul calice e lo fece ruotare lentamente.

«Preferisco pensare che ogni conversazione abbia una struttura invisibile. C'è sempre qualcuno che prova a condurla e qualcun altro che decide se lasciarsi guidare oppure cambiare direzione.»

«Sta parlando di potere?»

«Sto parlando di responsabilità.»

La risposta arrivò con naturalezza.

«Molti credono che guidare significhi imporre la propria volontà. Io penso che significhi soprattutto assumersi il peso delle conseguenze. È una differenza sottile, ma cambia completamente il significato di ogni rapporto umano.»

**L. R.** rimase in silenzio. Aveva la sensazione che quella conversazione si stesse svolgendo su due livelli distinti: uno evidente, fatto di parole perfettamente innocue, e uno nascosto, composto da significati che nessuno dei due aveva interesse a rendere espliciti.

«Mi sembra di capire che lei apprezzi la disciplina.»

Lei annuì lentamente.

«La disciplina non riguarda l'obbedienza. Riguarda la scelta. È sorprendente quanto possa essere forte una persona che decide consapevolmente di rispettare una regola, soprattutto quando avrebbe la libertà di infrangerla.»

Quelle parole rimasero sospese tra loro.

Nessuno dei due aggiunse altro.

Il pianista iniziò un nuovo brano e, oltre le grandi vetrate del locale, la pioggia cominciò a scendere con regolarità, trasformando le luci della città in riflessi incerti.

Dopo qualche istante, **S. M.** riprese a parlare con un tono ancora più pacato.

«Mi incuriosiscono le persone che confondono l'autorità con il volume della voce. Le più interessanti, invece, sono quasi sempre quelle che riescono a farsi ascoltare senza alzarla.»

«E lei a quale categoria appartiene?»

Un sorriso discreto le illuminò il volto.

«Preferisco che siano gli altri a rispondere.»

Rimasero a lungo senza parlare.

Quella volta il silenzio non rappresentava una pausa della conversazione, ma ne costituiva la parte più significativa. Entrambi sembravano comprendere che certe domande acquistano valore proprio quando vengono lasciate prive di una risposta immediata.

Quando **L. R.** terminò il whisky, il barman si avvicinò con discrezione.

«Posso servirgliene un altro?»

Prima ancora che lui aprisse bocca, **S. M.** si limitò a voltarsi verso il barman e disse, con la stessa calma che aveva accompagnato ogni gesto della serata:

«Credo di no.»

Il barman annuì e si allontanò.

**L. R.** la osservò con un'espressione curiosa.

«Ha appena preso una decisione al posto mio.»

Lei sostenne il suo sguardo senza il minimo imbarazzo.

«No. Ho soltanto verificato se sentiva il bisogno di contraddirmi.»

«E cosa ha scoperto?»

«Che ha riflettuto prima di rispondere. Molte persone reagiscono d'istinto; lei, invece, valuta. È una qualità rara.»

Si alzò con eleganza, indossò il cappotto e raccolse il libro.

«È stato un piacere rivederla, **L. R.**»

«Ci rivedremo?»

Lei lo guardò con un'espressione serena, quasi divertita.

«Le conversazioni più interessanti non finiscono mai davvero. A volte hanno semplicemente bisogno di qualche giorno di silenzio prima di riprendere.»

Detto questo uscì nel buio della sera, lasciando che la porta si richiudesse lentamente alle sue spalle.

**L. R.** rimase ancora qualche minuto nel locale, osservando il riflesso della pioggia oltre il vetro. Aveva la sensazione che nessuna delle domande che si erano rivolti trovasse una risposta definitiva e che fosse proprio quell'incompletezza a renderle così irresistibili. Per la prima volta dopo molti anni, non avvertiva il desiderio di arrivare a una conclusione: gli bastava sapere che quella partita, fatta di intelligenza, misura e sottintesi, era soltanto all'inizio.
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