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Doppia Sottomissione 2
25.07.2026 |
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"Alessio una volta finito fece un passo indietro, guardando il Padrone in attesa di un cenno..."
La risposta arrivò nel giro di pochi minuti. Alessio diede una rapida occhiata allo schermo dello smartphone, poi lo rimise in tasca con un gesto calmo.«Ci riceve oggi pomeriggio,» disse, guardando Fabio negli occhi. «Ha detto di andare da lui verso le cinque. Abbiamo un'ora abbondante per arrivarci con calma.»
Fabio sentì una leggera stretta allo stomaco. La sensazione di stare muovendo un passo irreversibile era fortissima, ma non ci fu alcuna esitazione nella sua voce. «Va bene. Andiamo.»
Salirono sull’auto per seguire il tragitto verso la zona residenziale in cui viveva il Padrone. Il viaggio fu un alternarsi di concentrazione e pensieri: per anni Fabio aveva costruito scenari nella sua mente, ma ora si stava avvicinando a una porta reale, dietro la quale ogni parola e ogni gesto avrebbero avuto un peso concreto.
Arrivati davanti alla palazzina, un condominio sobrio e silenzioso, Alessio si avvicinò al citofono, suonò il campanello e il portone scattò dopo qualche secondo. Salirono al secondo piano in silenzio. Raggiunto il pianerottolo, la porta dell'appartamento si aprì prima ancora che potessero bussare.
Ad accoglierli fu un uomo sulla quarantina, con un fisico asciutto, un abbigliamento essenziale e una postura ferma che trasmetteva un'autorità naturale, priva di qualsiasi ostentazione. Il suo sguardo si posò su Fabio per qualche secondo, valutandolo con un'attenzione fredda e diretta.
«Entrate,» disse il Padrone con una voce ferma e dal tono calmo.
Varcata la soglia, Alessio si mosse con la disinvoltura di chi conosceva già ogni singola regola di quel posto. Si sfilò le scarpe e lasciò le chiavi e il telefono nel cestino posato sul mobiletto dell'ingresso. Fabio seguì subito il suo esempio, posando lo smartphone sul ripiano e avvertendo il gesto come un preciso taglio di ponti con l'esterno.
«Seguitemi in soggiorno,» ordinò il Padrone.
Il soggiorno era ordinato, essenziale, privo di distrazioni. Il Padrone andò a sedersi su una poltrona in pelle, mentre indicò con un piccolo cenno del capo due sedia di legno disposte di fronte a lui.
«Sedetevi.»
Fabio ed Alessio si sedettero. Alessio mantenne una postura impeccabile, lo sguardo leggermente abbassato, in attesa. Fabio cercò di rimanere composto, sentendo su di sé il peso dell'attenzione del Padrone.
«Alessio mi ha parlato di te, Fabio,» esordì il Padrone, appoggiando i gomiti sui braccioli della poltrona e intrecciando le dita. «Mi ha detto che sei una persona seria, riservata, e che sul sito ti dedichi alla scrittura di dinamiche di sottomissione.»
«Sì,» rispose Fabio, mantenendo il tono fermo. «È così.»
«La scrittura è un ottimo rifugio,» continuò il Padrone con un sottile cenno della testa. «Sulla carta sei tu che decidi ogni dettaglio, sei tu che hai il controllo su chi si piega e su come lo fa. Ma qui dentro la finzione non esiste. Qui le regole le detto io, e l'unica cosa che mi interessa è la capacità di eseguire gli ordini e di stare al proprio posto.»
«È esattamente quello che cercavo venendo qui,» disse Fabio.
Il Padrone rimase in silenzio per qualche istante, studiando la reazione di Fabio prima di voltarsi verso Alessio.
«Alessio è un mio schiavo, è con me da tempo e sa come lavoro. Per questo motivo, se decidi di entrare in questa casa, la struttura sarà molto chiara,» spiegò il Padrone, tornando a fissare Fabio. «Io non mi occuperò della tua gestione quotidiana. Sarà Alessio a fare da filtro tra me e te. Lui ti trasmetterà le mie direttive, verificherà la tua disciplina e mi riferirà ogni tuo comportamento. Risponderai in tutto e per tutto a lui. La tua obbedienza nei miei confronti si misurerà sulla precisione con cui saprai servire ed eseguire gli ordini di Alessio.»
Fabio incrociò per un secondo lo sguardo di Alessio. L'idea di doversi sottomettere non solo al Padrone, ma anche a un ragazzo con cui fino a poche ore prima stava parlando alla pari di fronte a un caffè, fece salire un brivido sottile lungo la sua schiena.
«Ho capito,» rispose Fabio.
«Bene,» disse il Padrone, alzandosi dalla poltrona. «Allora iniziamo a impostare le prime regole.»
Il Padrone rimase in piedi al centro della stanza, lo sguardo fermo e distaccato verso entrambi. Alessio si alzò subito dalla sedia con gesti calmi e misurati, assumendo una posizione eretta e composta di fianco alla poltrona del Padrone.
«Da questo momento,» disse il Padrone rompendo il silenzio, «la gestione di Fabio passa interamente nelle tue mani, Alessio. Fammi vedere come intendi impostare la sua disciplina.»
Alessio fece un passo verso Fabio. Il suo atteggiamento, fino a poco prima amichevole e colloquiale, si trasformò del tutto. Lo sguardo gli si fece freddo, privo di qualsiasi familiarità.
«Alzati,» ordinò Alessio a voce bassa ma perentoria.
Fabio si alzò dalla sedia, avvertendo il peso degli sguardi di entrambi concentrati su di lui.
«Nel tuo primo racconto sul sito ti vantavi di saper descrivere la totale perdita dell'orgoglio,» esordì Alessio, squadrandolo con un leggero sorriso di sufficienza. «Adesso vediamo quanto vale la tua teoria. Qui dentro non sei un autore, non sei un uomo e non hai nulla da pretendere. Sei soltanto uno schiavo, il mio nuovo giocattolo. Ti è chiaro, puttana?»
Il contrasto tra l'Alessio con cui aveva preso un caffè un'ora prima e l'uomo che gli si rivolgeva con quei termini provocò in Fabio una scossa immediata. Sentire quell'attribuzione femminile e umiliante pronunciata con tanta naturalezza gli fece salire una vampata sul collo, ma il contesto e la presenza del Padrone gli imponevano il massimo rispetto del ruolo.
«Sì... ho capito,» rispose Fabio a bassa voce.
«E ricordati che qua sei solo una puttana obbediente, niente di più. Ora spogliati. Completamente.»
Fabio esitò per una frazione di secondo.
«Hai sentito l'ordine?» sibilò Alessio. «Nudo. Subito. Ci spoglieremo insieme davanti al Padrone.»
Alessio portò le mani alla propria maglietta e iniziò a sfilarsela con calma, senza esitazione, mostrando a Fabio la totale assenza di vergogna nel compiere l'atto sotto il controllo del Padrone.
Fabio portò le mani alla maglietta. I bottoni della camicia e la zip dei pantaloni parvero improvvisamente pesanti. Sfilandosi i vestiti pezzo dopo pezzo di fianco ad Alessio, esposto allo sguardo analitico del Padrone, sentì crollare l'ultimo diaframma di protezione tra le sue fantasie scritte e la nuda realtà del suo nuovo ruolo.
Rimasti entrambi nudi al centro del soggiorno, Alessio si voltò verso Fabio, rimasto a capo leggermente chino.
«In ginocchio, servetta,» gli ordinò Alessio con voce ferma. «Ai miei piedi. E ringrazia il Padrone per avermi concesso di insegnarti qual è il tuo vero posto.»
Fabio si inginocchiò sul pavimento freddo del soggiorno, il respiro leggermente accelerato. La transizione dalla sicurezza delle sue storie scritte alla nuda concretezza di quella stanza era ormai completa.
Alessio, immobile al suo fianco, lo fissava dall'alto con totale distacco. Il Padrone osservava la scena dalla sua poltrona, la postura composta e lo sguardo attento a cogliere ogni minima reazione.
«Come vedi, Fabio,» disse il Padrone, la cui voce ferma ruppe il silenzio della stanza, «qui le parole non hanno più il peso a cui eri abituato. Non ci sono aggettivi da scegliere o capitoli da revisionare. C'è solo la realtà di un ordine e l'immediatezza dell'esecuzione.»
Alessio fece un piccolo passo in avanti, mettendosi esattamente di fronte a Fabio.
«Guardami,» ordinò Alessio, la voce secca.
Fabio alzò lo sguardo, incrociando gli occhi di Alessio. C'era un abisso tra il ragazzo tranquillo del bar e la figura che ora ne pretendeva la totale sottomissione.
«Da questo momento in avanti,» proseguì Alessio, «la tua giornata e la tua routine all'interno di questa casa saranno scandite dai miei ordini. Quando sono con te, la tua posizione predefinita è questa. La tua sola risposta sarà la conferma dell'ordine ricevuta.»
«Sì, Alessio,» rispose Fabio, mantenendo la voce ferma nonostante la tensione.
Alessio avvicinò il bacino al viso di Fabio «Succhiami il cazzo troia.»
Il cazzo di Alessio era già duro, grosso e venoso, vederlo così vicino era impressionante. Alessio si avvicino ulteriormente puntando la cappella sulla bocca di Fabio. A quel corpo inginocchiato venne spontaneo aprire la bocca e accogliere tutto il cazzo eretto di Alessio.
«Scopagli la gola,» ordinò il padrone. Il cazzo di Alessio entrò tutto facendo tossire Fabio non abituato a simili dimensioni. I colpi iniziarono ad aumentare sia di intensità che di velocità. Le lacrime iniziarono a scendere dagli occhi di Fabio, ma Alessio non accennava a fermarsi, anzi prendendolo per i capelli aumentò ulteriormente il ritmo.
Arrivato al limite Alessio si fermò, non avendo il permesso del Padrone di sborrare, spinse la testa di Fabio verso i suoi piedi.
Vedendo entrambi gli schiavi eccitati il Padrone si avvicinò ad entrambi, li accarezzò afferrando entrambi i cazzi, poi lentamente passò ai coglioni, schiaffeggiandoli e stritolandoli nelle sue possenti mani.
Entrambi gli schiavi si dimenavano sul pavimento, ma il Padrone non accennava a mollare la presa.
«Saì Fabio che anche Alessio è uno scrittore?»
«No, non me lo aveva detto,» rispose sforzandosi Fabio con le palle ancora nella morsa delle sue mani.
«Ora voglio che me li leggi in ginocchio.»
«Leggi “Nel silenzio dei tuoi piedi”» ordinò Alessio, scambiando un’occhiata di intesa con il Padrone.
Fabio in ginocchio sul pavimento iniziò a leggere, il cazzo di Alessio era nuovamente davanti al suo viso. Fabio sentendo il profumo di maschio faticò non poco nel suo compito. Il cazzo di Alessio era così vicino che gli sfiorava le labbra ad ogni parola.
Ad un cenno del padrone, Alessio si allontanò di un poco. Fabio intanto continuava nella lettura, quando ad un tratto sentì un liquido bagnargli la testa.
Dalla sorpresa volse lo sguardo e vide Alessio pisciargli lentamente sulla testa, passando poi su tutto il corpo, tenendosi il cazzo con una mano per prendere meglio la mira e dirigere il getto con precisione.
Fabio continuava a leggere mentre sentiva scivolare il liquido caldo sul suo corpo.
Il Padrone osservò la scena dal suo angolo della stanza, il volto impassibile. La tensione nel soggiorno era densa, quasi tangibile. Fabio, rimasto con il capo chino verso i piedi di Alessio, sentiva la resa della mente, si sentiva sottomesso ad uno schiavo e la cosa lo eccitava. Ogni residuo di controllo, la sensazione di poter plasmare le storie a suo piacimento dietro lo schermo di un computer, era svanito.
Alessio una volta finito fece un passo indietro, guardando il Padrone in attesa di un cenno.
«Può bastare per oggi,» disse il Padrone, la voce pacata ma netta. Si alzò dalla poltrona e portò lo sguardo su Fabio. «Hai capito la differenza tra l'immaginare una regola e doversi piegare a essa.»
Alessio si chinò leggermente verso Fabio, mantenendo un tono asciutto e privo di concessioni. «Rialzati, raccogli le tue cose e rivestiti. Se vorrai continuare la prossima volta ci saranno solo regole.»
Fabio si alzò lentamente. I muscoli erano intorpiditi, ma la chiarezza di ciò che era appena successo era assoluta. Si sfilò dalla paralisi del momento, recuperò i suoi vestiti e si rivestì in silenzio sotto gli occhi attenti di entrambi. Poi raccolse lo smartphone e le chiavi dal mobiletto dell'ingresso.
Alessio si era già rivestito a sua volta ed era pronto a muoversi. Salutò il Padrone con un breve cenno di intesa, ricevendo in risposta solo una rapida occhiata di approvazione.
«Ci vediamo la settimana prossima,» concluse il Padrone rivolgendosi a entrambi. «Vedete di farti trovare pronti.»
«Sì, Padrone,» risposero a bassa voce.
La porta si chiuse alle loro spalle con un click metallico e definitivo. Scendendo insieme le scale verso la strada, il silenzio del condominio sembrò quasi irreale. Nessuno dei due disse una parola fino al momento di risalire in macchina.
Alessio aprì la portiera del lato passeggero e salì a fianco di Fabio, che si mise al volante. Fabio appoggiò le mani sul servosterzo, girò la chiave e rimase un istante a fissare la strada prima di mettere in moto.
Il viaggio di ritorno fu scandito da un silenzio carico di tensione e consapevolezza. La finzione era ufficialmente finita: da quel momento in poi, la storia non la avrebbe più scritta lui, e il ragazzo seduto al suo fianco ne sarebbe stato il primo custode.
FINE
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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