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Segreti


di Perseo29
27.07.2026    |    17    |    0 6.0
"" La spingesti verso il letto, il tuo cazzo che pulsava così forte da far male..."
Entrasti in azienda un lunedì di settembre, con la camicia fresca di lavanderia e una valigetta che sembrava troppo pesante per le tue reali ambizioni. Trent'anni, una laurea in economia e un contratto a tempo indeterminato in una multinazionale che odorava di caffè bruciato e ambizioni altrui. Il tuo capo, un uomo sulla cinquantina dal sorriso troppo bianco, ti presentò al reparto con una stretta di mano che sapeva di potere e colonia.

"Questo è il nostro nuovo gioiello," disse agli altri, mentre tu cercavi di sembrare meno nervoso di quanto sentivi. "Spero che lo tratterete bene."

La prima volta che la vedesti era un giovedì pomeriggio. Entrò nell'ufficio aperto con un abito estivo che aderiva ai suoi vent'anni come una seconda pelle. Capelli corvini che le sfioravano le spalle, occhi così scuri da sembrare viola sotto la luce al neon. La figlia del capo. Elena.

"Mi scusi," disse con una voce che ti vibrò contro le ossa del petto. "Cerco mio padre."

Le tue dita si strinsero sulla penna che tenevi. "È in riunione. Può... posso aiutarla?"

Lei si appoggiò al bordo della tua scrivania e notasti come l'abito le saliva leggermente sopra il ginocchio. Un dettaglio insignificante, ma che si stampò nella tua retina come una fotografia sbiadita. "No, grazie. Aspetterò." Il suo sguardo scivolò lentamente sul tuo collo, sulla mascella, tornando ai tuoi occhi. "Sei nuovo qui?"

"Sì, da qualche settimana."

"Bene," sorrise, e il suo labbro inferiore si protese appena. "Benvenuto allora."

Le settimane seguenti diventarono un gioco di sguardi rubati nel corridoio, di "buongiorno" che duravano un secondo troppo a lungo. Lei passava dal tuo ufficio con scuse sempre diverse: cercare una penna, chiedere l'ora, restituire documenti che non erano mai stati tuoi. Un giorno, mentre le spiegavi un grafico, le sue dita sfiorarono le tue sulla tastiera. Il contatto durò forse due secondi, ma elettroshock.

"Scusa," disse senza togliere la mano. "Sono goffa."

"Non ti preoccupare," rispondesti, la gola improvvisamente secca. Le sue unghie erano smaltate di un rosso sangue che sembrava promettere qualcosa di proibito.

La tensione crebbe silenziosa. In mensa, i vostri tavoli erano sempre vicini ma mai troppo. Una volta, mentre passavi accanto a lei, sussurrò: "Questa cravatta ti sta benissimo. Ma mi chiedo come starebbe meglio... legata al letto o strappata via?"

Ti fermasti di colpo, il cuore che batteva contro le costole come un prigioniero. "Elena," provasti a dire, ma la voce uscì roca.

"Shhh," mise un dito sulle tue labbra. "Solo un pensiero."

Quella notte, ti masturbasti pensando a lei. Immaginasti la sua bocca, il modo in cui i suoi occhi ti avrebbero guardato mentre la possedevi. Venisti con un gemito soffocato contro il cuscino, sentendoti colpevole e incredibilmente vivo.

L'occasione arrivò un venerdì. Il capo era partito per una conferenza. Elena ti mandò un messaggio: "Incontro privato. Hotel Excelsior, stanza 312. 20:00. Non essere in ritardo."

Passaste l'intero pomeriggio a lanciarvi sguardi carichi di promesse. Lei si mordicchiava il labbro inferiore ogni volta che i vostri sguardi si incrociavano. Tu sentivi il cazzo indurirsi sotto la scrivania al solo pensiero di quella sera.

Alle 19:58 eri davanti alla porta della stanza 312. Bussasti. La porta si aprì e lei era lì, indossando solo un accappatoio bianco troppo grande per lei. "Entra," disse, la voce un filo.

La stanza odorava di lei. Di vaniglia e desiderio. "Chiudi a chiave," ordinò, e notasti qualcosa di diverso nel suo tono. Non era più la ragazza civettuola dell'ufficio. Era qualcos'altro.

"Vuoi davvero questo?" le chiedesti, mentre lei si avvicinava.

"Da mesi," rispose, le sue dita che scivolavano sulla tua camicia. "Voglio che tu mi prenda. Che tu mi comandhi. Che tu mi faccia tua."

Il tuo cazzo si indurì completamente, premendo contro i pantaloni. "E se qualcuno ci scopre?"

"Mi eccita," sussurrò contro il tuo collo. "Il rischio. Il proibito. Il fatto che tu sia l'uomo di mio padre."

Le sue mani scesero lungo il tuo torace. "Stasera non sono Elena, la figlia del capo. Sono la tua troia. E tu sei il mio padrone."

La prendesti per i polsi, più forte di quanto avessi mai fatto. "Sei sicura?"

I suoi occhi si dilatarono. "Più di qualsiasi altra cosa nella mia vita."

La spingesti delicatamente contro la porta, il tuo corpo premuto contro il suo. "Allora stasera le regole sono mie."

"Sì," ansimò. "Le tue regole."

Le tue dita si strinsero sui suoi polsi. "Prima regola: quando parli, mi chiami 'padrone'."

"Sì, padrone," la sua voce tremava di eccitazione.

"Seconda regola: fai tutto ciò che ti dico, senza domande."

"Sì, padrone."

"Terza regola..." la tua bocca si avvicinò al suo orecchio, "...stasera piangerai il mio nome mentre ti inondo di sborra."

Lei gemette, le ginocchia che cedettero leggermente. "Sì, per favore, padrone."

La baciasti, e fu come accendere una fiamma in una stanza piena di benzina. La sua bocca era aperta, desiderosa, la sua lingua che cercava la tua con una disperazione che ti fece venire i brividi. Le tue mani la strinsero, la possedettero, mentre lei si scioglieva tra le tue braccia come neve al sole.

Quando vi separaste, i suoi occhi erano pieni di lacrime di desiderio. "Padrone," sussurrò, "per favore..."

"Per favore cosa?" la tua mano scese lungo la sua schiena, sotto l'accappatoio. La sua pelle era calda, liscia, tremante.

"Usami," piangeva. "Riempimi. Fammi sentire la tua troia."

La spingesti verso il letto, il tuo cazzo che pulsava così forte da far male. "Stasera imparerai cosa significa essere posseduta veramente," dicesti, mentre l'accappatoio le scivolava dalle spalle, rivelando un corpo che era molto meglio di qualsiasi tua fantasia.

"E io," rispose lei, sdraiandosi e aprendo le gambe, "imparerò a pregare il nome del mio padrone."
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