bdsm
Mi sono abbandonata a lui
12.05.2026 |
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"Alternava spinte profonde a momenti in cui mi lasciava respirare solo per schiaffeggiarmi di nuovo il culo e torturarmi i capezzoli attraverso il bustino..."
Il primo incontroMi tremavano leggermente le mani quando entrai nel bar. Avevo scelto un posto pubblico, affollato ma non troppo rumoroso, con tavolini defilati. Era la prima volta che incontravo qualcuno conosciuto online per una cosa del genere. Precettore — così si era il suo nick — aveva 35 anni, voce calma nei messaggi vocali e un modo di scrivere che mi faceva sentire contemporaneamente impaurita ed eccitata.
Arrivò puntuale. Castano, spalle larghe, camicia nera semplice. Non era bello in modo classico, ma aveva una presenza che occupava lo spazio. Mi vide, sorrise appena e venne al tavolo. Una naturalezza e disinvoltura che mi trasmettevano calma.
«Ciao, Sara. Sono contento che tu sia venuta.»
La voce era esattamente come nei messaggi: bassa, controllata. Ci salutammo con due baci sulle guance, come due persone normali. Ordinammo da bere — io un bicchiere di vino bianco, lui uno spritz bianco— e per i primi dieci minuti parlammo di cose banali: lavoro, città, come era andata la settimana. Mi rilassai un po’. Poi cambiò tono.
«Ora parliamo di cose serie» disse, appoggiando i gomiti sul tavolo. «Voglio che tu mi risponda con assoluta sincerità. Niente filtri. Se in qualsiasi momento vuoi fermarti, lo fai. Ma se rispondi, lo fai fino in fondo, più sincera sarai e più ne trarrai beneficio.»
Annuii, il cuore che batteva forte. Ero diffidente, eppure qualcosa dentro di me voleva buttarsi.
Tirò fuori un piccolo taccuino nero e una penna. Iniziò il questionario con voce bassa, quasi clinica, ma con uno sguardo che mi inchiodava.
• Esperienza BDSM precedente?
• Fantasie che ti eccitano di più?
• Limiti assoluti (hard limits)?
• Limiti morbidi?
• Parole di sicurezza (ne vuoi una sola o traffic light system)?
• Cosa ti spaventa e cosa ti eccita dell’essere sottomessa?
• Hai mai fatto anal? Oral profondo? Ti piace essere usata come oggetto?
• Quanto sei disposta a cedere il controllo questo weekend?
Rispondevo con la voce bassa, le guance che bruciavano. All’inizio esitavo, ma lui non mi metteva fretta. Mi guardava e aspettava. Più rispondevo, più mi sentivo strana: nuda, anche se eravamo vestiti in un bar ma anche molto più libera e tranquilla. Quando ammisi che non ero mai stata penetrata analmente ma la fantasia mi terrorizzava ed eccitava allo stesso tempo, lui annuì lentamente.
«Niente vaginale. Solo bocca e culo. Questo ti aspetta, lo capisci?»
Deglutii e annuii. Non sapevo perché, ma quella frase mi aveva bagnata.
Parlammo per quasi un’ora, decine e decine erano le domande. Quando finì, chiuse il taccuino.
«Ora andremo a casa, avrai il tempo di pensarci o ripensarci se ti vorrai affidare a me. Se te la senti di provare ti voglio per tutto il weekend. Da Venerdì sera a domenica sera. Ho già pensato ad una casa con piscina privata fuori città. Ti mando indirizzo e codice di ingresso. Arriverai alle 18:00 e fino a quando non ti dirò altrimenti, saremo solo due persone che si conoscono. Dopo … cederai il controllo di tutto.»
Mi lasciò lì con un bacio leggero sulla guancia e pagò il conto. Rimasi sola a finire il vino, le gambe molli e la mente che correva.
Transizione e inizio del weekend
Il fatidico venerdì arrivai alla casa con venti minuti di anticipo. Era bellissima: moderna, isolata, con una piscina illuminata che brillava nell’aria calda di inizio estate.
Mi aprì la porta in jeans e camicia bianca. Sorrise, mi abbracciò come si fa con un’amica.
«Benvenuta, Sara. Sei bellissima.»
Parlammo per quasi un’ora in cucina mentre preparavamo una cena leggera. Ridemmo, scherzammo, bevemmo un bicchiere di vino. Era gentile, attento, quasi dolce. Quella normalità mi confondeva ancora di più.
Poi guardò l’orologio.
«Sono le 19:30. Da questo momento il gioco inizia. Vai in camera da letto. Trovi una scatola sul letto. Indossa solo quello che c’è dentro, niente altro. Poi torna qui in ginocchio, mani dietro la schiena, e silenzio.»
Il cambio di tono fu improvviso. La voce era diventata più bassa, più ferma. Sentii un brivido lungo la schiena.
Andai in camera. Nella scatola c’erano: un collarino di pelle nera con anello metallico, mascherina, calze aperte, un piccolo bustino, un plug anale piccolo con coda, del lubrificante, un perizoma di pizzo nero quasi trasparente e tacchi alti.
Mi spogliai con le mani che tremavano. Inserii il plug oliato lentamente, mordendomi il labbro per il fastidio della prima volta ma soprattutto per vergogna. Indossai il resto e mi guardai allo specchio: sembravo già un’altra persona.
Tornai in salotto in ginocchio.
Lui era seduto sul divano. Mi osservò a lungo, in silenzio.
«Brava ragazza» mormorò. «Da ora in poi mi chiamerai Padrone o Signore. Il tuo nome è “schiava” o “troia”, a seconda di come mi gira. Capito?»
«Sì, Padrone.»
Il weekend era appena iniziato.
Primi passi..
Mi tremavano ancora le gambe quando tornai in salotto in ginocchio, come mi aveva ordinato. Il collarino di pelle mi stringeva appena il collo, il bustino mi spingeva i seni in alto, il perizoma di pizzo era già bagnato. Sentivo la coda del plug piccolo muoversi a ogni respiro. Lui era seduto sul divano e mi osservò a lungo, in silenzio. Poi si alzò.
«Occhi bassi, schiava.»
Prima ancora che potessi elaborare le sue parole, sentii la mascherina scivolarmi sugli occhi. Il mondo sparì. Solo buio. Il cuore mi batteva così forte che lo sentivo nelle orecchie. Le sue mani forti mi presero per il collarino e mi tirarono delicatamente in piedi, guidandomi fino al tappeto. Mi fece appoggiare il busto su un ampio pouf, il sedere per aria, esposta.
Versò dell’olio caldo tra le mie scapole. Sentii le sue mani grandi iniziare a massaggiarmi la schiena, scendendo lente ma decise fino alle natiche. L’olio era tiepido, quasi riscaldante. Ogni movimento delle sue dita scioglieva un po’ della mia tensione, ma allo stesso tempo mi rendeva più consapevole di quanto fossi in suo potere.
Spostò il perizoma di lato. Le sue dita oliate iniziarono a giocare intorno al plug, girandolo piano, tirandolo leggermente fuori e spingendolo di nuovo dentro. Gemetti. Poi scesero più in basso, sfiorando le mie labbra gonfie, il clitoride, senza mai entrare dentro di me come avevamo concordato. Tocchi leggeri, circolari, esasperanti. Ogni volta che provavo a spingere indietro con i fianchi, lui si ritraeva. Mi stava facendo impazzire.
«Sei già fradicia» mormorò con voce bassa e divertita. «E non ti ho ancora nemmeno scopata.»
Versò altro olio direttamente tra le mie natiche. Sentii il liquido caldo colare. Tolse lentamente il plug piccolo. Trattenni il respiro, aspettandomi dolore. Invece arrivarono due dita oliate, che spingevano con calma, ruotando, aprendo. Poi tre. Il respiro mi diventò affannoso. Mi aspettavo bruciore, resistenza, fastidio… invece c’era solo una pressione intensa, strana, profonda che si trasformava in un piacere oscuro e crescente. Lui continuò con pazienza, aggiungendo altro olio, lavorando con movimenti lenti e circolari, fino a quattro dita. Non riuscivo a crederci. Il mio corpo si stava aprendo in un modo che non avevo mai immaginato, cedevole, caldo, quasi famelico. Nessun dolore. Solo una sensazione piena, proibita, che mi faceva gemere forte e spingere indietro nonostante la vergogna.
«Guarda come si allarga il tuo bel culetto per me» sussurrò, la voce roca. «Senza dolore. Solo perché lo vuoi davvero.»
Le sue parole mi fecero bagnare ancora di più.
Poi tolse le dita, lasciandomi per qualche secondo con quel vuoto insopportabile. Mi afferrò i capelli e mi tirò la testa indietro.
«Bocca aperta, troia.»
Obbedii subito. Sentii la cappella calda premere contro le mie labbra e spingere dentro. Non fu gentile. Entrò profondamente, fino in gola. Con una mano mi teneva la testa ferma mentre con l’altra iniziava a schiaffeggiarmi ritmicamente le natiche oliate. I colpi erano forti, sonori, che facevano bruciare la pelle. Ogni sculacciata mi spingeva più avanti sul suo cazzo.
«Più profondo. Fino in fondo. Voglio sentirti gorgogliare.»
Cercavo di rilassare la gola, lacrimando sotto la mascherina, mentre lui mi usava con ritmo costante. Alternava spinte profonde a momenti in cui mi lasciava respirare solo per schiaffeggiarmi di nuovo il culo e torturarmi i capezzoli attraverso il bustino. Li tirava, li torceva, li stringeva tra pollice e indice fino a farmi urlare intorno al suo membro. Il dolore si mescolava al piacere in un’onda continua che mi stava portando pericolosamente vicino all’orgasmo, senza nemmeno una penetrazione vaginale.
Se ne accorse.
«Non ancora» ordinò, uscendo dalla mia bocca con un suono bagnato. Mi girò, mi mise a quattro zampe sul tappeto e riprese a lavorare il mio ano con le dita oliate, più insistentemente ora, mentre con l’altra mano continuava a torturarmi i capezzoli senza pietà — tirando, schiaffeggiando i seni, pizzicando fino a farmi singhiozzare di piacere.
Stavo perdendo la testa. Il culo aperto e sensibile, il bruciore ai capezzoli, le sculacciate che continuavano a piovere, il buio totale della mascherina… tutto si fondeva in un’unica sensazione devastante di sottomissione totale. Venivo scossa da spasmi, bagnata fino alle cosce, gemendo parole incoerenti.
«Padrone… ti prego…»
Lui rise piano, soddisfatto, e mi diede un’ultima, forte sculacciata che mi fece contrarre tutto il corpo.
«Non ancora, schiava. Il weekend è lungo. E io ho appena iniziato a romperti come si deve.»
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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