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Sottomessa al Piacere-Natale perverso-Cap9#1
giorgal73
05.07.2026 |
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"Altri hanno provato a raccontarla, ma lei ha scelto mia penna, anzi la mia tastiera, per svelare le sue fantasie più oscure..."
CAPITOLO 9 – Natale perverso – Ritorno a Milano Parte 1—-MICHELA—-
Mi sveglio lentamente la mattina del primo gennaio. La luce grigia filtra dalle tende pesanti della suite. Il mio corpo è una mappa di dolori dolci e umilianti. Ogni muscolo protesta, ma è tra le gambe che il ricordo è più vivo. La fica ancora gonfia e sensibile, il culo che pulsa intorno al plug mostruoso blu da 8,5 centimetri. I capezzoli grandi come ciliegie mature sono doloranti per i morsi e le pinze della festa di Capodanno. Sotto di me il lenzuolo è macchiato di sborra secca di almeno una ventina di uomini diversi. L'odore nauseante di sesso e sudore riempie ancora la stanza.
Ricordo tutto. La festa. Claudia e suo marito che ci guardavano. Io e Daniela, ridotte a troie da monta in mezzo al salone. Venti cazzi che mi hanno riempito la bocca, la fica e il culo fino a farmi diventare una maschera di sperma. Il plug blu che vibrava e lampeggiava dentro di me mentre un altro uomo mi sbatteva contro. Ogni volta che venivo, il plug mi costringeva a contrarmi intorno a niente, amplificando l'umiliazione. Il mio clitoride imponente sporgeva tra le labbra carnose, tradendomi a ogni sguardo, a ogni ordine.
Nel tardo pomeriggio Tatiana ci ha svegliato. La cameriera perfetta, con i suoi occhi da troia navigata e il plug nel culo che la fa camminare come una papera maldestra, ci ha portato del cibo su un vassoio. Mi ha guardato con un misto di disprezzo ed eccitazione repressa.
«Ho sentito Claudia e suo marito a tavola a mezzogiorno» ha detto con voce bassa e velenosa. «Dicevano che ieri sera voi due vi siete comportate da vere troie. Avete stupito tutti. Per quanti cazzi hanno usato i vostri buchi, Michela? Avrei voluto esserci e vedervi personalmente.» Io le ho sorriso, ancora sporca, e le ho risposto: «Sono stata usata da almeno una ventina di cazzi che mi hanno riempito il culo, la figa e la bocca. Ero una maschera di sperma. Come puoi notare dall'odore che c'è ancora nella stanza.» Tatiana ha deglutito, gli occhi fissi sul mio seno pesante che premeva contro il lenzuolo sporco.
—DANIELA—-
Non dormo quasi mai. Mi piace invece osservare. Farsi spettatrice della notte, delle sue promesse e delle sue ferite, è un mestiere segreto che nessuno insegna ma che si apprende a furia di vivere sempre – e solo – al limite. Così adesso sono seduta sull’orlo del letto, le braccia avvolte alle ginocchia nude, e guardo Michela. Dorme di un sonno pesante, ogni tanto la bocca si schiude in un singhiozzo di piacere postumo, come se anche in sogno non potesse fare a meno di cercare ancora una dose, un colpo, uno schiaffo d’umiliazione che la riporti a galla. Il suo corpo è una mappa violata e bellissima: la schiena sottile porta i segni unghiosi delle mie carezze, i seni enormi sparpagliano il loro peso sul lenzuolo lordo, i capezzoli gonfi e arrossati sporgono come moniti, promemoria del piacere che ieri notte ci ha travolto come una frana.
Ogni centimetro della sua pelle racconta qualcosa: il morso violaceo sotto la clavicola, la costellazione di lividi che le decora le cosce, le guance dove il trucco si è impastato con lacrime e saliva. Quando le tiro via il lenzuolo, la trovo spalancata come una ferita: le gambe aperte, il plug lì dov’era stato seminato, le dita della mano destra ancora contratte nel gesto di chi si sarebbe toccata, da sola, se solo io glielo avessi concesso.
Mi concedo il lusso di fissarla, di farla mia nel silenzio e nella luce opaca del mattino. Non sono mai stata una romantica, ma in queste mattine di scarto e di abbandono mi sento una madre feroce, una lupa che veglia sulla sua cucciola dopo che il branco si è cibato di quello che restava. Michela ignora tutto, o finge di ignorare: anche quando è sveglia, il suo sguardo è un misto di obbedienza e distanza, un modo elegante per arrendersi senza farsi annientare. Io invece non ho pudore. Sorrido nel vedere il clitoride sporgere tra le labbra tumefatte e penso che la mia donna sia la più bella maschera di perversione che abbia mai indossato. In ufficio la chiamano la regina dei numeri, una manager in doppio petto che non sbaglia mai un colpo, che umilia i rivali con la precisione di un bisturi e la grazia di una danzatrice russa. Solo io so che questa regina crolla ogni sera ai miei piedi, che il suo potere nasce proprio da questa vulnerabilità oscena, dal bisogno disperato di essere usata, svuotata, riempita di nuovo.
Il ricordo della notte appena trascorsa mi spinge a toccarla anche ora, a scivolare piano tra le morbidezze, a infilare due dita tra le pieghe ancora umide e insaporite dal piacere di decine di sconosciuti. Michela geme, non si sveglia, ma le sue cosce si stringono piano sulla mia mano. Così, mentre la accarezzo, ripenso alla festa di Capodanno e mi lascio inondare dalle immagini: noi nude su quel pavimento tutto sporco di vino e di liquido seminale; le mani che ci afferravano, le lingue che ci leccavano ogni parte, le voci sporche che ci ordinavano cosa fare e come farlo.
Quando Tatiana entra in camera per svegliarci, la sento subito: muove l’aria come una corrente, anche se cammina leggera e con una finta premura, quasi avesse paura di disturbare un rituale antico. Io resto ferma, occhi chiusi, solo il respiro controllato; la osservo attraverso lo spesso velo del mio sonno simulato, pronta a non perdere nulla di ciò che accade nella stanza. La puttana si avvicina al letto, il vassoio tra le mani trema impercettibilmente, le tazze d’argento vibrano come piccoli cuori di latta. Pensa di non essere vista, ma io la vedo benissimo, la guardo con l’occhio della belva che vigila sulla tana.
Tatiana si rivolge direttamente a Michela, le parla con una voce bassa, quasi complice, e si permette una libertà che nessuna cameriera dovrebbe mai prendersi con la mia schiava. Si inginocchia a fianco del letto, si sporge verso Michela e le sussurra qualcosa che io non colgo, ma che leggo sui suoi occhi: una domanda sporca, una sfida da sottoscala, un piccolo veleno che cerca di mettere in crisi l’ordine naturale delle nostre cose.
Non posso tollerare questa insolenza. Tatiana non è una cameriera qualsiasi: la sua presenza è stata selezionata con cura da Claudia, che si diverte a circondarsi solo di creature ambigue, bulimiche di desiderio e vendetta, pronte a tradire o a essere tradite. So che Tatiana si è fatta strada qui dentro a colpi di servilismo e fellatio, so che quando nessuno guarda si masturba con il manico di scopa nei bagni di servizio, so che sogna da mesi di essere invitata alle nostre feste del piano superiore. Ma una cosa è il desiderio, altra cosa è la presunzione di poterselo prendere.
Lei pensa che io dorma e vuole approfittarne. Vuole guardare Michela nuda, vuole vedere come la tiene il plug, come si è ridotta dopo una notte intera di supplizi e orgasmi forzati. Magari sogna di potersi infilare nel letto, di lambire il sudore dalla pelle, di raccogliere lo sperma rappreso dal lenzuolo con la punta della lingua. Ma nulla di tutto questo accadrà senza il mio permesso. E se mai accadrà, sarà solo per mia volontà, per il mio piacere, per il mio gusto sadico di vederle competere, umiliarsi, sbranarsi a vicenda per un mio cenno.
Non appena sento Michela rispondere alla provocazione, parte sottovoce ma con ostentata fierezza, so che non posso più trattenermi. Ma è la parola --troie-- pronunciata da Tatiana, con quella sua erre arrotata e la sfumatura di desiderio malcelato, a strappare l’ultimo brandello di autocontrollo che mi illudevo di possedere. Una rabbia senza filtro, un misto di gelosia, orgoglio e vecchie ferite, mi attraversa e per un istante mi sembra di sentire il mondo restringersi, come se tutto fosse racchiuso tra il letto sfatto e i nostri corpi nudi, ipersensibili, saturi di notte e sudore.
Apro gli occhi, e la voce che esce dalla mia gola è tagliente, taglia l’aria come carta vetrata: «Serva, come ti permetti?» Tatiana indietreggia di mezzo passo, ma obbedisce, la schiena tesa e le spalle che tremano. La sua disciplina è stata addestrata a colpi di umiliazione, proprio come la mia, ma io ho imparato a restituirla con gli interessi. La afferro per il polso, la tiro verso il letto e in un attimo mi trovo con la mano stretta sul suo seno, il capezzolo freddo e duro sotto le dita. Lo prendo tra pollice e indice e lo torco, con tutta la cattiveria di cui sono capace. Sento la carne cedere, un gemito breve, gutturale, e la guardo negli occhi mentre la faccio mia.
«Vieni qui» dico a Michela, la voce di nuovo controllata. «Bloccale i polsi.» Michela esegue senza esitazione, le dita che serrano i polsi esili di Tatiana con una complicità feroce. Sorrido: la mia schiava è adesso la mia complice, la mia ombra e la mia mano destra, e Tatiana - così fiera fino a un secondo fa - è solo materia molle tra le nostre cure sadiche. Sdraiata di schiena sul letto, Tatiana sembra più piccola, quasi ridicola nei suoi tentativi di mantenere un’ostentata dignità. Le gambe abbandonate sui bordi, il busto un po’ rialzato, gli occhi che cercano riparo sul soffitto. Mi inginocchio tra le sue cosce, le apro con un colpo secco e senza alcuna gentilezza.
Non chiedo permesso - non c’è alcun permesso da chiedere. Sento la figa di Tatiana già umida, pulsante, forse per la paura, o forse per quell’umiliazione che in casa di Claudia è pane quotidiano. Le infilo dentro un dito, poi due, poi tre, velocissima, senza nemmeno offrirle il lusso di abituarsi alla sensazione. Tatiana si divincola, ma ogni volta che cerca di chiudere le gambe, io spingo più forte, fino ad arrivare a tutta la mano. La vedo trasalire, il respiro che si spezza, le gambe che sussultano in uno spasmo di piacere e dolore. Quando le dita non bastano più, chiudo il pugno e lo spingo dentro di lei, fin quasi al polso. Poi mi accorgo del plug, sempre lì, piantato come un marchio di fabbrica tra le sue chiappe strette. Sorrido: lo tiro fuori di colpo, facendo attenzione a non sporcarmi, e lo lancio sul comodino dove atterra con un suono sordo, pieno di promesse e minacce future. Nel vuoto lasciato dal plug, infilo subito due dita, poi quattro. Tatiana urla, questa volta non per finta, e per un attimo temo che possa svenire. Ma non m’importa: la voglio distruggere, la voglio vedere in pezzi, annientata.
Mentre la trivello di pugni e dita, le chiedo: «Chi è la troia ora? Eh? Rispondi, serva!» Ma all’inizio lei non risponde, strizza solo gli occhi e cerca di non piangere. Allora le do uno schiaffo, uno solo, secco, sulla guancia sinistra, e ripeto: «Adesso chi è la troia, Tatiana?» «Io,» sussurra, la voce rotta, quasi spaventata dalla propria sincerità. «Io sono la troia.»
Mi fermo solo per un istante, il tempo di guardare Michela che mi osserva con un’espressione nuova, stranamente compiaciuta, eccitata e un po’ spaventata anche lei. La schiava che schiavizza le altre: ecco il miracolo della mia notte di Capodanno.
Non basta: le gambe di Tatiana ora tremano, ma non la lascio andare. Le mani di Michela sono ancora serrate attorno ai suoi polsi, e io abbandono la figa per concentrarmi sul buco del culo. Ci infilo tutta la mano, gliela affondo dentro quasi fino al polso, senza pietà. Tatiana urla come una bestia, ma non è più solo dolore: la sento sciogliersi, sento il suo corpo che si arrende a una nuova corrente, una vertigine irreversibile. Quando decido che può bastare, mi fermo. La osservo ansimare sul letto, la mascella disallineata e le lacrime che le solcano il viso. «Brava, adesso sei pronta.». La tiro su, la costringo ad inginocchiarsi davanti a me e a Michela, e le faccio leccare le nostre dita, una ad una, come una brava puttana di casa zarista.
*** NOTE ***
---CAPITOLO 9: Tuffo nel 1999 (Recuperate i primi otto!)---
Questo è l’ultimo capitolo del romanzo, quindi mi aspetto tanti commenti!!!
Allacciate le cinture: vi porto in un 1999 audace, decadente e senza filtri. Non aspettatevi un raccontino, questo è un romanzo vero e proprio con una forte dose di esibizionismo. Se apprezzate, fatemelo sapere con un pollice in su e un commento!
---La Musa e lo Scrittore---
Questa storia non è autobiografica, ma nasce dalle confidenze reali e bollenti della mia amica "Damabiancaesib" (potete ammirarla qui su a69, cercatela). Altri hanno provato a raccontarla, ma lei ha scelto mia penna, anzi la mia tastiera, per svelare le sue fantasie più oscure. Nessun plagio, solo la magia di trasformare i suoi segreti in letteratura. Io sono "solo" l'autore e vivo senza catene, ma lascio sempre la porta socchiusa a chi sa stupirmi con proposte intriganti.
---A Voi la Mossa---
Incoronatemi Maestro dell'Erotismo con un bel voto, o lasciate un commento spudorato. E se vi sentite audaci, scivolate nei miei messaggi privati: chissà che una proposta indecente non trasformi la fantasia in realtà in qualche Club Privé di Bologna...
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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