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Sottomessa al Piacere-Natale perverso-Cap9#4


di Membro VIP di Annunci69.it giorgal73
13.07.2026    |    2.120    |    2 6.0
"«Ti piacerebbe vedere anche l’altro lato?» gli chiedo, con la voce più untuosa che mi viene..."
CAPITOLO 9 – Natale perverso – Ritorno a Milano Parte 4

—DANIELA —

La limousine è come una promessa che non possiamo disattendere: pelle nera e lucida, vetri scuri come la notte prima degli esami, silenzio ovattato da crimini che non esistono ancora ma che sento di poter commettere, se solo mi concedo un altro giro di respiro. Abdul ci aspetta al volante, la schiena larga e il sorriso spento di chi ha già visto tutto e non si stupisce più di niente. I nostri trolley sono già nel baule – Pierre li ha caricati per noi, con la dedizione mesta di chi sta per perdere una battaglia che non ha mai creduto davvero di poter vincere – e quando infilo la testa nell’abitacolo sento l’odore inconfondibile di pelle fredda e di aspettativa. Salgo prima io, poi Michela, che per un secondo si lascia cadere sul sedile come una diva sovrappeso degli anni Sessanta, e subito le nostre chiappe nude si incollano al cuoio come se avessero sempre vissuto lì. Le pellicce sono adagiate sopra i sedili, pronte a nasconderci se la vergogna dovesse improvvisamente tornare di moda, ma io so già che non le indosseremo mai fino a Milano. Siamo sedute una di fronte all’altra, gambe larghe e minigonne arrese ai polpacci, ogni movimento è una dichiarazione di guerra contro il pudore che ci hanno insegnato a tenere nel taschino del cappotto.

Iniziamo a muoverci, lentamente, le ruote che solcano la ghiaia della villa sembrano volerci trattenere ancora per un ultimo abbraccio, ma poi la città si fa largo e improvvisamente siamo solo noi, la macchina, Abdul che ogni tanto ci guarda nello specchietto ma lo fa con la rassegnazione di chi ha ben chiaro il proprio ruolo nella gerarchia della lussuria.
«Hai voglia di fare la troia, vero?» — le sussurro, abbastanza piano da non svegliare Abdul ma abbastanza forte da farmi tremare la voce. Michela non risponde, si limita a sorridere con quel suo modo da criminale in pausa pranzo, poi si strofina la figa sopra la pelle fredda del sedile finché non la sento gemere piano, come un animale che si prepara a partorire il futuro. Il viaggio diventa un esercizio di resistenza: ogni sguardo, ogni sussurro, ogni passaggio di lingua sulle labbra ci avvicina sempre di più a una follia che non vogliamo nominare ma che ormai è l’unica lingua che conosciamo. Il tempo sembra schizofrenico: corre veloce nei momenti di silenzio e rallenta all’improvviso quando una di noi decide di accarezzarsi o di mostrare qualcosa all’altra, come se la macchina avesse un suo calendario segreto su cui marcare ogni orgasmo che le regaliamo. Fuori i paesaggi scorrono, la neve e le luci delle stazioni di servizio lampeggiano come i ricordi di una vita che non sappiamo più riconoscere.

Siamo a meno di mezz’ora da Verona, e l’autostrada è un nastro di ghiaccio e monotonia che scorre sotto la limousine come un rasoio lento. Abdul guida sicuro, la sua sagoma massiccia appena un’ombra all’altro capo del vetro fumé. Dentro, invece, l’aria è satura di tensione, di odori femminili, di quella specie di ansia spessa che ti stringe le costole quando sei sul punto di concederti troppo e troppo poco, tutto insieme. Michela si è addormentata con la testa sulle mie cosce, la bocca socchiusa come se sognasse ancora di succhiarmelo, e non faccio niente per svegliarla, mi piace il peso tiepido del suo corpo, la fiducia cieca con cui si abbandona a me ogni volta che può permetterselo.

Quando la limousine rallenta, apro un occhio anch’io: il cancello dell’area di servizio sbuca dalla nebbia come una promessa di tregua, le luci dell’autogrill sembrano lanterne tristi appese a una festa di paese che nessuno ha voglia di festeggiare. Abdul scende e, come un maggiordomo che recita a memoria il suo copione, ci apre la portiera col gesto teatrale di chi sa bene quanto vale il proprio servizio. Appena l’aria gelida ci investe, scopro che il calore della limousine era molto più che una metafora: ci eravamo fuse, io e Michela, in una specie di bolla sensuale che qui fuori si spezza di colpo, lasciandoci nude, vibranti, scoperte.

Guardo Michela. Sta stiracchiandosi, i seni giganteschi che le sobbalzano come due promesse di disordine sotto la lana sottile del maglione. I suoi occhi sono ancora impastati di sonno e malizia. «Scendiamo, ma lasciamo le nostre pellicce in macchina. Indossiamo solamente questi maglioncini corti,» le dico, con un tono che non ammette repliche. Lei ride, tossisce un po’ e si passa la lingua sulle labbra come per bagnarle prima di una gara di resistenza.

Appena mettiamo piede sull’asfalto, sento come una scarica elettrica: la differenza di temperatura è uno shock, ma non è quella che mi eccita. È il modo in cui tutti, fermandosi a fare benzina o ad acquistare un caffè, si voltano verso di noi. Non c’è neanche bisogno di cercare lo specchio: so già cosa vedono. Due donne alte, truccate senza alcuna pietà, tutte gambe e curve e minigonne che non coprono davvero niente. Gli stivali neri a mezza coscia mi rendono fiera, la falcata è una coreografia da amazzone malata di esibizionismo. Michela oggi porta i suoi stivali verdi preferiti, smaltati come caramelle, e il contrasto con la pelle latte le dona un’aria da bambola russa, di quelle che si aprono e si aprono e dentro ci trovi sempre una sorpresa più perversa di quella prima. Sotto i nostri maglioncini di cachemire, tagliati così corti che basta una piega della vita perché la figa faccia capolino, ci sono solo i reggicalze, le calze nere balzate, gli stringi vita che esaltano le tette e le costringono a sporgere come due fari sempre in abbaglianti.

Ma il dettaglio più indecente è quello che ci siamo infilate lì sotto prima di uscire: i plug, i nasi di acciaio che ci tengono aperte anche quando pensiamo di essere chiuse. A Michela ne ho dato uno mostruoso, un plug blu che pulsa a ogni vibrazione, con la gemma blu che sporge come un gioiello impazzito. E poi, certo, i suoi anelli di acciaio: da qualche mese le ho forato le grandi labbra, ne porta uno per lato con dei dilatatori da 26mm, grossi, quasi da marinaio, e non perde occasione di farli tintinnare camminando come una che deve sempre dimostrare qualcosa agli altri. Anche io ne porto uno, più piccolo, solo per ricordarmi che ogni padrona può essere schiava, se trova la persona giusta.

Le porte scorrevoli dell’autogrill si spalancano e subito la scena si ripete: tutti smettono di parlare, di masticare, di respirare quasi, e ci osservano. C’è chi finge di guardare oltre, chi commenta a bassa voce, chi semplicemente resta con la bocca aperta e si gode lo spettacolo. Il pavimento lucido riflette le nostre cosce, le nostre calze, i nostri culi perfetti e provocatoriamente scoperti. Vedo una donna cinquantenne che sgrana gli occhi e si affretta a coprire quelli del bambino che le cammina accanto: fallisce, ovviamente, perché il ragazzino non riesce a staccare lo sguardo da Michela. Quattro ragazzi, poco più che maggiorenni, ci seguono come gabbiani che hanno adocchiato due pesciolini colorati; uno di loro si mangia le nocche dalla tensione, l’altro sorride con la tipica sicurezza di chi non ha ancora capito quanto il mondo può essere cattivo con la gente bella.

Io e Michela ci avviciniamo agli scaffali degli snack, facciamo finta di interessarci alle patatine e alle bibite gassate solo per il gusto di far vedere a tutti come ci si piega, come si sgancia una lattina senza tremare anche se hai il culo completamente scoperto. Le dico: «Raccogli delle palline nel ripiano più in basso, ma tenendo le gambe tese in modo che il tuo culo con quel mostruoso plug blu sia ben visibile a tutti». Michela obbedisce senza protestare, piegandosi in avanti con una lentezza da film porno anni ’70. Le calze le disegnano le cosce meglio di qualsiasi scultore, il plug sporge luminoso come il bottone di un campanello, e so che adesso tutti, proprio tutti, stanno guardando solo noi. Le faccio cenno di sbattere su e giù il culo, e lei esegue, facendo ondeggiare la coda del plug come fosse il trofeo di una partita già vinta.

Al bancone del bar mi accorgo che ci sono almeno due uomini adulti che hanno smesso di parlare ai rispettivi amici e ora discutono a bassa voce, mimando con le mani le nostre curve come se si potesse possedere una donna tracciandola nell’aria. Scelgo due caffè e li pago: la commessa mi guarda con odio e invidia, e io rispondo con uno sguardo dolcissimo, come a dirle che anche a lei potrei insegnare qualcosa sul piacere di farsi guardare. Quando torno verso Michela, la trovo circondata dai quattro ragazzini di prima: le hanno fatto il cerchio, ognuno la studia da una prospettiva diversa, nessuno osa toccarla ma tutti si leccano le ferite dell’imbarazzo a vicenda.

Uno di loro, il più brufoloso, si lascia sfuggire: «Avete visto che culo ha quella troia e quel grosso plug blu che lampeggia e vibra, la troia deve avere il culo sfondato, visto la grandezza di quel plug».
Mi viene da ridere, ma mi impongo la faccia da padrona. Mi avvicino, mi piazzo dietro di lui e gli sussurro all’orecchio: «Ti piace ciò che vedi vero?». Lui sobbalza, poi annuisce senza voltarsi. Gli passo un dito freddissimo lungo la spina dorsale, poi lo afferro per la giacca e lo spingo a girarsi verso di me. «Ti piacerebbe vedere anche l’altro lato?» gli chiedo, con la voce più untuosa che mi viene. Lui deglutisce, poi risponde: «Certamente».

Allora mi rivolgo a Michela: «Mostra a questi ragazzi l’altro lato del tuo splendido corpo». Lei si volta di scatto, spalanca le gambe come se fosse su un palco, e solleva il maglioncino fino a mostrare la pancia piatta, il piercing all’ombelico, i seni enormi. Le areole scure, i capezzoli tesi e grandi come ciliegie. Uno dei quattro, quello con la felpa rossa, arrossisce fino alle orecchie. Un altro, il biondino, si mette una mano davanti ai pantaloni ma non ha il coraggio di nascondere la sua erezione.

*** NOTE ***

---CAPITOLO 9: Tuffo nel 1999 (Recuperate i primi otto!)---
Questo è l’ultimo capitolo del romanzo, quindi mi aspetto tanti commenti!!!

Allacciate le cinture: vi porto in un 1999 audace, decadente e senza filtri. Non aspettatevi un raccontino, questo è un romanzo vero e proprio con una forte dose di esibizionismo. Se apprezzate, fatemelo sapere con un pollice in su e un commento!

---La Musa e lo Scrittore---

Questa storia non è autobiografica, ma nasce dalle confidenze reali e bollenti della mia amica "Damabiancaesib" (potete ammirarla qui su a69, cercatela). Altri hanno provato a raccontarla, ma lei ha scelto mia penna, anzi la mia tastiera, per svelare le sue fantasie più oscure. Nessun plagio, solo la magia di trasformare i suoi segreti in letteratura. Io sono "solo" l'autore e vivo senza catene, ma lascio sempre la porta socchiusa a chi sa stupirmi con proposte intriganti.

---A Voi la Mossa---

Incoronatemi Maestro dell'Erotismo con un bel voto, o lasciate un commento spudorato. E se vi sentite audaci, scivolate nei miei messaggi privati: chissà che una proposta indecente non trasformi la fantasia in realtà in qualche Club Privé di Bologna...
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