bdsm
centimetro dopo centimetro
18.10.2025 |
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"Il secondo seguì subito dopo, più lungo, un fiume caldo che
si allungò in aria prima di schiantarsi sulle lenzuola con un rumore umido, sporco..."
La stanza aveva l'odore di sudore e desiderio, un odore animale che mi avvolgeva come unaseconda pelle. L’aria era densa, quasi masticabile, intrisa del sentore metallico del lubrificante e di
quel profumo muschiato che sale dalla carne quando sai che sta per accadere qualcosa di sporco,
violento, inevitabile. Avevo spento tutto: il telefono, la luce principale, la voce della ragione.
Volevo solo lui. Volevo soffrire. Volevo essere distrutto e ricostruito da quella bestia di gomma
nera che mi aspettava sul letto, eretta come un monumento al peccato.
Il dildo XXL era mostruoso. Non era un giocattolo: era un’arma. Nero come la pece, lucido come
la saliva di un demone, con venature che sembravano pulsare sotto la luce fioca della lampada. Lo
presi in mano e sentii il suo peso schiacciarmi le dita, la sua lunghezza sfidare la mia capacità di
immaginarlo dentro. La base era larga, grezza, fatta per essere afferrata con forza mentre ti scava
le viscere. La punta era arrotondata, ma solo per ingannarti—sapevo che dietro quella curva si
nascondeva una spietatezza geometrica, progettata per dilaniare prima di conquistare.
"Prendilo, puttana. Prendilo tutto." La voce nella mia testa non era la mia. Era lui che mi parlava.
Era lui che mi ordinava di cedere.
Mi spogliai lentamente, lasciando che i vestiti cadessero a terra come pelle morta. L’aria fredda mi
accarezzò la schiena, facendomi rabbrividire. Mi sdraiai sul letto, aperto, vulnerabile, con le gambe
divaricate e le mani che tremavano. Presi il flacone di lubrificante e ne versai una quantità oscena
sul palmo. Era denso, appiccicoso, quasi vivo mentre lo spalmavo lungo la sua lunghezza con
movimenti lenti, rituali. Ogni strisciata delle dita sulla sua superficie mi faceva immaginare come
sarebbe stato sentirlo dentro, e il solo pensiero mi fece gocciolare pre-sperma sul ventre, filante e
sporco.
Poi la siringa senza ago. La riempii fino all’orlo, osservando il gel scivolare dentro come sperma in
slow motion. Quando la punta fredda mi sfiorò l’ano, trattenni il fiato. Non era un gioco. Era un
avvertimento. Spinsi lo stantuffo e sentii il liquido infiltrarsi, gelido, invasivo, aprendo la strada
con una precisione chirurgica. Il bruciore fu immediato, tagliente, come se mi stessero iniettando
fuoco liquido. Gemetti, le dita affondate nel materasso, mentre il mio corpo si ribellava—si
stringeva, si chiudeva, protestava—prima di cedere, bagnato e tremante.
"Respira, cazzo. Respira e prendilo." Non attesi. Non volevo attendere.
Presi la base del dildo con entrambe le mani, sudato, il cuore che mi martellava nelle orecchie
come un tamburo di guerra. La punta premette contro di me, fredda, implacabile. Inspirai a
fondo e spinsi.
Il dolore esplose.
Era come essere squarciato da un coltello rovente. Lo sfintere si lacerò, urlante, mentre la carne
si tendeva oltre ogni limite. "Troppo", pensai, "troppo grosso, troppo lungo, troppo tutto." Ma era
proprio questo il punto. Volevo sentirmi strappare. Volevo sapere cosa significava essere
possesso fino all’osso.
Centimetro dopo centimetro, mi inchiodai su quella bestia. Il sudore mi colava negli occhi,
bruciando, la bocca aperta in un grido silenzioso, le dita che affondavano nel materasso come
artigli. Ogni millimetro era una battaglia: il mio corpo che si ribellava, il dildo che pretendeva di
entrare. Sentivo i muscoli strapparsi, la pelle bruciare, il respiro spezzarsi in singhiozzi.
"Respira, cazzo, respira!" mi ordinai, ma l’aria sembrava non bastare mai. Espirai con un gemito
lungo, animale, e spinsi ancora.
Il rumore bagnato del dildo che entrava e usciva era un schiaffo umido, un squish osceno che si
mescolava ai miei gemiti strozzati e al crepitio delle lenzuola strappate sotto le dita. Ogni affondo
era accompagnato da un pop sordo, come se il mio corpo stesse scoppiare.
Quando la metà fu dentro, mi bloccai, trafitto. Il dolore era ovunque: nella pancia, nella schiena,
nelle gambe che tremavano come foglie. Ma sotto, profondo, qualcosa cominciava a muoversi.
Qualcosa di nero, viscoso, delizioso. Il piacere non arrivava come un’onda: strisciava, si insinuava
tra le fessure del dolore, avvelenando ogni resistenza.
"Ancora. Prendilo tutto, troia." E lo feci.
L’ultimo affondo fu devastante. Sentii il mio corpo cedere, lo sfintere dilatarsi fino al limite, i
muscoli interni stirarsi intorno a quella massa immensa. Quando la base premette contro le natiche,
rimasi immobile, trafitto, con le lacrime agli occhi e il fiato mozzato. Ero pieno. Distrutto.
Completo.
Poi cominciai a muovermi.
All’inizio furono solo piccoli tremori, quasi timidi. Ma presto diventarono affondi violenti,
spietati. Ogni discesa era una lama che mi squarciava, ogni risalita un sospiro strozzato che mi
lasciava vuoto per un secondo—prima di precipitarmi di nuovo giù con un grido gutturale. Il letto
scricchiolava sotto di me, le molle che gemevano come se stessero per cedere. Il mio cazzo, duro
come pietra, sobbalzava a ogni colpo, pesante, dolorante, la punta già violacea per l’eccitazione,
il pre-sperma che colava in fili lunghi e appiccicosi sull’addome. Non l’avevo toccato, eppure
pulsava, minacciava, come se stesse per scoppiare.
Lui era freddo, duro, implacabile. Io ero bagnato, tremante, aperto. Era una guerra tra la sua
indifferenza e il mio bisogno disperato di essere riempito.
Immaginavo una mano che mi teneva giù, una voce che mi diceva: "Non ti fermi fino a quando non
ti scoppio." E io obbedivo.
E poi arrivò l’orgasmo.
Non fu un’onda. Fu un terremoto. Un crollo. Il mio cazzo, duro come l’acciaio, pulsava violento
contro il ventre, la pelle tesa al punto da sembrare trasparente, le vene gonfie come corde pronte a
scoppiare. Non l’avevo nemmeno toccato—era lui, quel mostro dentro di me, a farlo impazzire.
Il primo schizzo esplose come un colpo di pistola, denso, bianco, scagliato lontano sul materasso
con una forza che mi fece sobbalzare. Il secondo seguì subito dopo, più lungo, un fiume caldo che
si allungò in aria prima di schiantarsi sulle lenzuola con un rumore umido, sporco. Poi un altro. E
un altro ancora. Ogni spasmo era una scossa elettrica che mi percorreva dalla spina dorsale fino
alla punta del cazzo, contorcendomi, svuotandomi in razzi di sborra che si allungavano, si
attorcigliavano in aria, ricadendo in pozze lattiginose sul tessuto. Il materasso era già inzuppato,
il lenzuolo sotto di me impregnato di macchie spesse, appiccicose, alcune ancora colanti lungo i
fianchi. Il mio cazzo continuava a sussultare, indurirsi anche dopo l’ultimo schizzo, come se non
volesse smettere di urlare, come se il piacere fosse troppo grande per essere contenuto.
Non stavo venendo: stavo morendo. Ogni schizzo era un pezzo di me che si staccava, ogni goccia
di sperma una prova che lui mi aveva vinto.
Non eiaculai: mi svuotai. Un grido primordiale mi sfuggì dalle labbra, mentre il mio corpo si
contorceva, scosso da spasmi violenti e incontrollabili. Il dildo sembrò pulsare dentro di me,
come se fosse vivo, come se stesse bevendo la mia sottomissione.
Quando finalmente crollai, ero rotto. Il dildo scivolò fuori con un suono bagnato, lasciandomi
vuoto, aperto, usato. Il letto era un campo di battaglia: lenzuola strappate, cuscini gettati a terra,
il mio corpo coperto di sudore, sperma, lubrificante. Mi toccai l’ano con dita tremanti e sentii che
era gonfio, dolorante, aperto—come se potesse cadere a pezzi da un momento all’altro. Il sudore
mi bruciava gli occhi, ma non li chiusi. Volevo vedere. Volevo vedere quanto sporco stava
diventando tutto: il materasso imbrattato, le mie cosce lucide di lubrificante, le dita appiccicose di
sperma.
Ma sorridevo.
Perché sapevo una cosa sola: l’avrei rifatto. E la prossima volta, sarei andato ancora più in
profondità. Fino a perdermi. Fino a non tornare più indietro.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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