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Sotto i tuoi piedi – Parte 2: La Dea nella Ca


di Alex_991
08.06.2026    |    212    |    0 6.0
"» Poi si alzò in piedi, lentamente, e tirò fuori dalla tasca della felpa un nastro di seta nera..."
La sera era scesa lenta, come una promessa mantenuta. Valeria tornò distrutta dalla palestra, ma non per questo meno attenta: aveva pulito il pavimento in ginocchio, strofinando con le mani nude. Aveva posato il cuscino dove Giulia lo voleva: al centro, davanti al divano. Aveva acceso l'incenso, lo stesso aroma leggero e floreale che lei amava. La casa era muta, eppure vibrava di tensione. Ogni cosa diceva: sta per arrivare.
Alle 21:04 la porta si aprì. Senza bussare. Come sempre.
Giulia entrò.
Indossava una semplice felpa grigia, larga. Jeans morbidi, sfilacciati sul fondo. Ai piedi, sandali piatti, da cui uscivano con naturalezza quelle estremità che per Valeria erano ormai simboli sacri: i piedi di Giulia, nudi, esposti, larghi e candidi, con dita lunghe e dritte, le unghie corte, smaltate di bordeaux. Le piante, lievemente callose sul bordo esterno ma ancora morbide al centro, si muovevano con autorità silenziosa.
Valeria abbassò lo sguardo. Subito. Senza pensare. Era il corpo stesso a reagire.
Non era più l’alfa. Non con lei.
Giulia si sedette lentamente. Poi sollevò un piede, lo liberò dal sandalo con un gesto svogliato, lasciandolo cadere sul cuscino. Non parlava ancora, ma ogni secondo era pieno di intenzione.
Finalmente:
«Ti sei inginocchiata bene?»
Valeria si posizionò. Maestosa nei muscoli, sì. Eppure… piccola. La voce le uscì bassa, roca.
«Sì... Dea.»
Quel titolo non era un gioco. Non era un soprannome. Era un giuramento. E anche se Giulia non glielo aveva mai chiesto… sapeva da sempre che ci sarebbero arrivate. Lei sapeva tutto.
«Baciami il tallone.»
Valeria si avvicinò, le labbra tremanti, le mani sulle ginocchia, mentre con una lentezza religiosa sfiorava con la bocca la parte più bassa e dura del piede di Giulia. Quel tallone tonico, un po’ ruvido sotto l’epidermide perfetta, portava tracce della giornata. Un odore lieve ma caldo, umano.
E Valeria lo desiderava come si desidera il pane quando si è digiuni da giorni.
Prese tra le mani quel piede. Lo sollevò di poco. Le labbra scivolarono lungo la curva dell’arco, poi si aprirono sulle dita, che le sfiorarono la lingua con noncuranza.
«Fammi godere con i miei piedi, senza fretta. Mostrami quanto mi veneri.»
Ogni dito venne accolto, adorato. Valeria leccava l'incavo tra l’alluce e il secondo, inspirava piano dal basso, inebriata da quella pelle fragile e larga, baciava con piccoli sospiri il centro della pianta, che ormai conosceva a memoria. La parte che preferiva era l’interno dell’arco: morbido, tiepido, elastico. Quella zona le dava un senso di pace e umiliazione insieme. Un luogo dove annullarsi e appartenere.
Giulia parlava con voce tranquilla, divertita:
«Sai, ti guardano tutte in palestra come una statua. Un idolo. Non sanno che io la statua la uso per pulirmi i piedi.»
Valeria ansimava. Il desiderio le annebbiava la mente. Il corpo le pulsava. Ma restava ferma. In ginocchio. Serviva.
«Ti sei allenata oggi?»
«Sì, Dea.»
«Quante ripetizioni di squat?»
«Cinque serie da dodici…»
«E ogni volta che scendevi… a chi pensavi?»
«A te. Ai tuoi piedi. Alla tua voce. Ai tuoi ordini.»
Giulia sorrise, senza nasconderlo.
«Hai imparato. Trasformi ogni contrazione… in adorazione. Ogni goccia di sudore… in un’offerta.»
Poi si alzò in piedi, lentamente, e tirò fuori dalla tasca della felpa un nastro di seta nera. Lo srotolò, con calma chirurgica.
«A terra. A pancia in giù. Voglio camminarti addosso.»
Valeria obbedì. Subito. Il suo petto toccò il tappeto. Il viso di lato. Le mani lungo i fianchi.
Il primo piede nudo di Giulia si posò tra le scapole. Leggero. Ma era come una firma. Un marchio a fuoco. Poi il secondo. Passo dopo passo, Giulia la attraversava, lentamente. Il suo peso era minimo, ma ogni centimetro percorso era una parola non detta, una consacrazione fisica.
«Ti ho trasformata,» mormorò, salendo lungo la schiena.
«E sai qual è la cosa più vera, Vale? Che tu non stai cedendo. Tu… sei rinata. Stai fiorendo. Solo ora sei vera.»
Poi si sedette sopra di lei. I piedi le premevano le scapole. Le dita accarezzavano piano la pelle sotto.
«E adesso… confessa. Chi sei?»
Valeria, con la bocca premuta contro il tappeto, rispose con un soffio:
«Una cosa… ai tuoi piedi. Il tuo tappeto. La tua adoratrice. La tua Valeria.»
Silenzio.
Poi:
«Non mia Valeria. Non più. Solo ‘mia’. Il tuo nome non ti serve più, bestia mia.»
E Valeria… tremò. Di gioia.
Quella notte si perse.
Tra i graffi lievi delle unghie corte di Giulia.
Tra i piedi poggiati in viso, e poi offerti come coppa d’acqua santa.
Tra frasi mormorate e respiri spezzati.
Tra orgasmi negati e silenzi imposti.
Alla fine, Giulia si accoccolò sul divano, le gambe rilassate, i piedi allungati su Valeria, che giaceva lì, nuda, sudata, col viso poggiato sulle piante larghe e vellutate della sua Dea.
«Sai qual è la cosa più divertente?» disse piano.
«Che io non ho mai dovuto chiederti niente. Tu sei venuta da me. Mi hai cercata. Mi hai adorata. E io ti ho solo lasciata… diventare.»
Valeria non rispose. Non serviva.
Un bacio sull’alluce. Un sospiro. Un’altra preghiera.
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