bdsm
la casa del killer
Giobron
16.04.2026 |
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"Cominciai a succhiarlo e ad usare la lingua, di nuovo sentivo la sua forma scivolare intermittente tra la lingua ed il palato..."
L’ultima volta che avevo percorso quei sentieri era lontana nel tempo, circa una quarantina di anni, Il lockdown di quei giorni mi aveva portato a ripercorrerli e, anche se sbiadite, le vecchie immagini impresse nella memoria tornavano reali.
Le campagne intorno al mio paese sono ricoperte di boschi più che altro di leccio, le conoscevo abbastanza bene, le avevo attraversate un po’ dappertutto inizialmente da bambino con mio padre, con qualche amico o in solitudine. Di solito non ho una meta precisa, seguo i sentieri ma anche no, se voglio arrivare in un luogo a volte lascio la via intrapresa immergendomi nel bosco, risparmiando cosi tempo e a volte chilometri. Ho un innato senso dell’orientamento difficilmente mi perdo, la posizione del sole inconsciamente mi guida nel dedalo intricato dei rami. In quel momento sapevo che qualche centinaio di metri oltre il bosco con certezza c’era una strada sterrata se avessi tagliato in linea retta avrei risparmiato tempo.
Mi immersi nella boscaglia inizialmente amica ma procedendo man mano sempre più intricata. Notai subito la differenza di età rispetto a quando ero ragazzo. Nei tempi giovanili incurante degli ostacoli sarei avanzato abbassando la testa come un ariete forzando così la sterpaglia inaccessibile. Ora un bel po’ di anni dopo quel metodo non mi riusciva più, mi impigliavo nel groviglio di rovi spinosi del sottobosco, continuamente ero costretto a cambiare direzione per poter proseguire, tornando indietro sui miei passi. L’istinto comunque comunicava che il bosco stava per terminare. L’istinto lo sapeva ma la vista si fermava alla barriera di quella selva oscura che forse nemmeno Dante vide all’inizio della sua Commedia, ma Dante aveva Virgilio. La tecnologia pensai approfittiamone, presi il telefonino e con la mappa vidi che in realtà a pochi metri da me il bosco proseguiva ma più rado.
Riuscii ad attraversare quell’ostacolo, finalmente ora il bosco era ampio e curato. Alle mie spalle avevo lasciato il muro da cui era uscito. C’erano solo alberi anche se fitti senza quasi sottobosco, camminare così agevolmente mi rinfrancò ridandomi energia ed un grande senso di libertà.
Ogni tanto scoprivo luoghi sconosciuti e questo era uno di quelli.
Salii per un leggero pendio calpestando rumorosamente il tappeto di foglie, respiravo tranquillo e beato quando tra i tronchi intravidi qualcosa.
Una casa.
Osservavo quella casa mai vista prima. Non faceva parte, a meno che non fosse stata ristrutturata, di quelle costruite per la caccia dei tempi andati, ne conoscevo tre nelle vicinanze, una diroccata e due ben mantenute. Questa benché piccola era diversa era una abitazione a tutti gli effetti, non un cubo o parallelepipedo come le altre. Più mi avvicinavo più in me saliva la curiosità seguita da una certa ansia.
Aveva un piano vivibile, un piccolo portico ed una torretta, siccome era incastonata nel pendio del bosco aveva anche un piano sottostante. Una casa completamente immersa nel folto della boscaglia, sinistra, non riceveva mai la luce diretta del sole, gli alberi erano ovunque più alti delle sue mura, con le branche in parte invadevano gli spazi sopra il tetto. Una casa nella eterna penombra.
In che modo si può vivere una casa così?
La solitudine è bella ma in questo caso era come eclissarsi dal mondo. L’ansia scaturiva da questo, il rifiuto della luce.
Ero giunto sotto il portico, la porta era chiusa, i muri ben tenuti, non era abbandonata, ma non vissuta quotidianamente, sbirciai dalle finestre, impolverate e trascurate, si intravedeva un tavolo, delle sedie ed in fondo un lavello con delle mensole e dei barattoli appoggiati. Completai il perimetro rasentando il piano sottostante con finestre ed un’altra porta solo da un lato essendo l’altro interrato. La torretta aveva finestre su tutti e quattro i lati con vista sul niente. Più la osservavo più rabbrividivo, era una casa tetra, pensai se qualcuno mi prendesse mi portasse dentro sparirei per sempre. La casa del killer la soprannominai.
Mi ritrovai nuovamente sotto il portico, dove una panca polverosa era appoggiata al muro. Tirai un sospiro mi voltai e tornai sui miei passi per trovare la strada sterrata che mi ero prefissato.
“Che ci fai qui!”
Trasalii, quella voce improvvisa mi fece fare un balzo, esterrefatto mi voltai.
La porta sotto il portico era aperta, un omone con folti baffi mi fissava con uno sguardo tutt’altro che rassicurante. Era vestito come un tagliaboschi una grande camicia a scacchi, dei jeans, muscoloso ma non palestrato, forse veramente faceva il taglialegna. Mi osservava con sguardo serio ed inquisitorio.
“Perché sbirciavi dalle finestre ti ho visto sai.”
“Ma la casa era vuota pensai.
Non riuscivo a rispondere, lo guardai, balbettai qualche parola di scuse. Irremovibile continuò. “Non hai visto che il cancello è chiuso?”
“Non vengo dal cancello” replicai “nemmeno so dove si trova, provengo da laggiù dal fondo del bosco”. Si stizzì ancora di più, guardando in quella direzione. “Non prendermi per il culo, nemmeno una volpe riuscirebbe ad infilarsi là dentro per quanto è intricato.”
Insistei nella mia tesi.
Non so come cambiò atteggiamento, cominciò ad essere più conciliante, così dalla mia mente sparì l’idea della casa del killer. Dopo qualche altro scambio di parole mi invitò ad entrare. Una volta all’interno mi avviai verso il tavolo mentre alle mie spalle sentivo la porta chiudersi con vari giri di serratura, mi parve strano quella chiusura stavo per voltarmi quando violentemente mi afferrò la nuca e con la stessa veemenza fui sbattuto sul tavolo. Nell’urto gli occhiali volarono via, scivolando per fermarsi sul bordo all’angolo opposto a pochi centimetri dal vuoto. Dalla vita in su mi trovavo completamente steso sul piano con la faccia schiacciata sul legno rugoso, sentivo l’odore della cera misto a polvere. La guancia mi faceva male ma la mano forte e callosa mi teneva fermo ed immobile. Ansimavo, a fatica vedevo la parete, lui mi stava sopra, respirava una po’ affannosamente si chinò su di me ed all’orecchio mi disse. “Non mi piacciono i bugiardi cosa ci fai qui, non mi freghi!” Avevo paura non sapevo cosa rispondere, la verità non sarebbe stata creduta. Continuava a spingermi sempre più sul piano del tavolo, il suo alito sapeva di sigaro, rimase così un po’ di tempo. Restai silenzioso. Si alzò ma la presa rimase salda e ferrea. “Non rispondi?” Gridando mi scrollò con violenza. Con l’altra mano si infilo tra me e il tavolo stringendo con forza l’inguine. “Ma cosa fai mi fai male!” Cercai di divincolarmi era troppo forte e grosso, la doppia presa mi bloccava saldamente. “Questo non è niente vedrai!” Con rabbia allentò la presa all’inguine, i testicoli mi facevano male. “Te li faccio scoppiare i coglioni se non stai fermo!” Con la mano salì lungo le cosce cominciò con lo slacciare la cintura sfilandola la gettò a terra non senza difficoltà, la nuca era sempre avvolta dalla sua mano, slacciò i pantaloni tirandoli a terra e così lo slip, cercavo di fare un minimo di resistenza ma era del tutto inutile, mi dette uno schiaffo violento sui glutei che mi tolse il respiro. Liberò il collo dalla presa della mano la mano. “Non ti muovere hai capito che non ti conviene, aggrappati con le braccia ai lati del tavolo!” In modo perentorio vomitò quell’ordine con una voce ancora più forte e determinata. Lentamente feci come voleva non avevo scelta. Mi allargò le gambe forzando con entrambe le mani all’altezza dell’inguine. Quindi mi dette una doppietta di sculacciate una più forte dell’altra, fui colto di sorpresa e gridando mi alzai, non perse tempo, mi spinse di nuovo sul tavolo intimandomi di non alzarmi. “Se hai desiderio di alzarti non lo fare, usa le braccia e stringi il tavolo invece di spingerti in alto!” Eseguii anche questo ordine. Stringevo talmente forte il tavolo che le palme della mano mi facevano male. Mi sculacciava con violenza in ogni parte, senza un ritmo particolare, si accaniva con forza, gli occhiali sul bordo vibravano ad ogni colpo ma non caddero. Ogni tanto smetteva. L’aria che circolava tra le cosce divaricate ed i testicoli mi dava un rassicurante senso di refrigerio, che contrastava il bruciore delle percosse sul corpo. A volte mi accarezzava i glutei con delicatezza, entrava tra le natiche con gentilezza, poi di colpo cambiava infilando violentemente il dito nel culo. “Hai un bel culo, vedessi come è diventato rosso, e questo mi eccita di più”. Quando infilò il suo grosso dito nel culo trasalii sia per la sorpresa che per il dolore, stringevo forte peggiorando solamente le cose. Mi dava fastidio mi contorcevo e gemevo, ma quel dito rimaneva piantato inesorabile esplorando l’interno. Si chinò prese la cintura, seguitando con quella a colpirmi. Sentivo sferzare l’aria prima che il colpo secco arrivasse sulla pelle irritata, gettò la cinta a terra ed ansimando mi colpì con altri tre o quattro schiaffi poi smise. Gli ultimi colpi quasi non li sentii, talmente erano indolenziti i glutei, ma il dolore era presente, da ultimo mi dette un colpo sui coglioni.
“Rimani così non ti muovere, devo riposarmi.”
Non avevo più parlato, anche i gemiti li avevo ridotti al minimo. Immobile sul piano del tavolo guardavo fisso la parete, contavo le asperità del muro, minacciose in quella penombra. Non lo vedevo ma sentivo la sua presenza, il suo respiro i suoi movimenti, non sapevo cosa stesse facendo ma non stava fermo. I suoi passi tradivano i suoi spostamenti nella stanza. Mosse una sedia. Uscì dalla cucina. La paura iniziale era mutata in una sensazione di impotenza e passività. L’attesa era colma di emozioni miste di paura e curiosità. Dopo parecchi minuti simili ad ore, ruppe il silenzio. “Bravo vedo che hai capito.” Ora usava un tono calmo tutt’altro che rassicurante. Stava seguendo uno schema, il suo gioco. Chissà se ero il primo, visto la sua sicurezza non credo. Fulmineamente si avvicinò. Con passi veloci mi sfiorò le natiche con un dito, un dito bollente. Indietreggiò. “Alzati, ma non ti voltare!” risposi con un si. “Non hai perso la voce, bene, stai fermo!” Mi tolse la felpa e la maglietta, lo aiutai come potevo. Strisciò con le dita lungo tutta la schiena per finire sulla rotondità dei glutei sino al retro dello scroto. Rabbrividii quando sfiorò la pelle dolorante, mentre sfiorava l’interno delle natiche. “Voltati!” Lentamente girai su me stesso e guardando di fronte fui incatenato dalla sua espressione. Due occhi scuri severi mi fissavano fermi e duri. Era nudo! Si era spogliato. Accorgendosi della mia sorpresa ghignò soddisfatto. “Guardami bene, osserva il corpo”. Quasi divertito scandì quelle parole, rimanendo sempre con lo stesso sguardo freddo. Aveva la muscolatura di un lavoratore, si rafforzò la mia idea che fosse un taglialegna, massiccio, una leggera pancia rotonda ma nulla più, avambracci e polpacci grossi e forti, bei polpacci, peloso sul petto. Affermando, con le gambe leggermente divaricate, la sua autorità mi lanciò un altro ordine con stizza. “Guarda il cazzo, maledizione!” Sempre più incazzato continuò “Non lo evitare, prima era lui che ti ha accarezzato il culo era sveglio, ora dorme di nuovo.” “Ecco perché era così caldo quel dito” pensai. I peli del pube erano una selva scura che verso l’alto con una striscia più diradata si univa a quelli dei pettorali. Come aveva detto lui il cazzo era tranquillo e forte. Sembrava disegnato pendendo perfettamente al centro dei coglioni, questa perfezione per un attimo mi aveva distratto e fatto dimenticare perché ero là. “Inginocchiati!” seguitò.
“Cosa, dici sul serio?”
Non disse nulla fece un passo e mi rifilò uno schiaffo così violento che tentennai quasi a cadere. “Devi obbedire ancora non l’hai capito?” Tremando stavo per inginocchiarmi quando di nuovo parlò. “Aspetta togliti le scarpe ed i pantaloni.” Indietreggiò senza togliermi lo sguardo di dosso. Rimasi completamente libero dagli indumenti e mi inginocchiai. Si avvicinò molto lentamente. Non riuscivo ad evitare i suoi occhi sempre freddi e dominatori. “Guarda avanti a te!” Abbassai lo sguardo. Avvicinandosi si fermò quasi a sfiorare il mio naso. Sentivo l’odore del suo corpo e del suo sesso, non respiravo quasi ero pietrificato, un leggero aroma di sapone, aveva fatto da poco una doccia. Con una mano spinse violentemente la testa verso di lui, serrai la bocca più che potevo ed il mio naso affondò nei peli del pube, spingeva fortissimo, tentavo di staccarmi ma rimanevo incollato a quel groviglio che solleticava le narici, l’odore era più forte, acre e dolciastro, una mistura tra sapone orina tabacco e odore del suo cazzo. Mi tenne cosi per un po’. Quel pelo folto filtrava l’aria che cercavo di respirare. Quell’odore non mi disgustava. Le mie labbra ed i miei occhi erano serrati fortemente, appoggiati al calore della sua pelle. Sganciò la presa. Respirai avidamente l’aria libera senza intoppi. Rise. “Apri quella bocca altrimenti te la faccio aprire io, e non sarà piacevole per te!” Il suo cazzo cominciava ad avere un’erezione, palpitava di fronte a me, ad ogni sbalzo era più eretto e duro. Dolcemente prese la testa e la avvicinò. dischiusi le labbra sentii la superficie semisferica della cappella solleticare i bordi della bocca, la aprii ancora e di colpo spinse la testa verso di lui ed il corpo verso di me. Entrò completamente sino alla gola! Percepivo la sua forma che si stampava sulle muscose interne del palato. Mi teneva di nuovo fermo, respiravo avidamente con il naso e un lieve senso di nausea scaturiva da quell'attrito insolito. Inalavo avidamente aria con il naso, secernendo saliva che riempiva il cavo orale. Stantuffava leggermente. Per non perdere l’equilibrio mi aggrappai alle sue cosce le stringevo con forza. Liberò la mia bocca di colpo, respirai forte mentre il suo cazzo si ergeva forte verso di me. Imponente, sfacciato sfrecciava sicuro contro di me. “Dai lavora, fai quello che devi fare succhia troia!” Quella frase e quella parola, troia, mi eccitarono. Questa volta fui io ad avvicinarmi e ad ingoiarlo con calma. Cominciai a succhiarlo e ad usare la lingua, di nuovo sentivo la sua forma scivolare intermittente tra la lingua ed il palato. Assaporai il sapore acidulo della sua secrezione. Continuavo a fare quel che voleva senza smettere cadenzando il ritmo. Con le mani avevo cominciato a carezzare le sue cosce raggiungendo i suoi glutei solleticando la parte che scendeva verso l’interno del culo. Scesi con le mani massaggiando i coglioni rugosi. Continuai succhiarlo sempre più rapido e veloce. Mi stavo eccitando, quella situazione si stava tramutando verso un piacere che cercavo comunque di reprimere. Avevo un inizio di erezione ma non se ne accorse, di colpo gridando di nuovo troia, sentii la bocca riempirsi del suo sperma. Cercai di divincolarmi ma come sempre mi tenne saldamente fermo costringendomi ad ingoiare ogni sua goccia. Quegli schizzi caldi riempirono la bocca di un sapore forte salato mentre nel naso saliva il caratteristico odore di quel liquido. La tensione si sciolse lasciò libera la mia bocca e il fallo, ancora in semierezione, scivolò lentamente sulla mia guancia. Con un dito raccolse un po’ di sperma dalla guancia per poi infilarmelo in bocca. Avidamente succhiai. Rimasi in ginocchio ripensando al principio di erezione. Stava sempre in piedi a gambe leggermente divaricate. Il respiro ora era calmo e normale. La pancia si alzava e abbassava ritmicamente.
Rimanemmo così qualche minuto. Le ginocchia erano indolenzite ma non osavo muovermi. Guardavo il suo fisico con al centro il suo organo ormai tranquillo e fermo che ondeggiava impercettibilmente sul leggero movimento dei coglioni. “Tra poco sarai libero di andartene, ti vestirai e te ne andrai tranquillamente come sei venuto. Sono sicuro di rivederti, ho questa certezza.” Per la prima volta scandiva le parole in modo maturale. Mi fece alzare mi dette uno schiaffetto gentile come di approvazione poi guardando i miei vestiti in parte sul tavolo in parte a terra stette per dire qualcosa. Poi cambiò espressione, tornando a quella autoritaria ma meno violenta della precedente.
“Devo andare a pisciare!”
Se ne uscì candidamente con quella frase. Non sapevo cosa dire annuii. “Non hai capito? Mi devi accompagnare…”
Improvvisamente i miei pensieri afferrarono cosa intesse dire. “Ti prego questo no!”
Era troppo! la paura e soggezione erano tornati in me facendomi tremare.
“Non puoi negarti al tuo padrone.”
Mi prese delicatamente per un braccio guidandomi con calma verso i gradini che sicuramente portavano sulla torretta ove sulla destra si intravedeva la porta aperta del bagno.
(racconto già pubblicato come Giobro, ora chiuso dopo aver perso la password)
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