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SONO MAGGIORENNE ESCI
Gay & Bisex

Ciccio


di mida65
14.09.2026    |    3.567    |    12 9.5
"Mi alzò la gamba sinistra, infilò le sue gambe tra le mie e mi trovai il suo piede sinistro davanti la mia bocca..."
Dopo un anno passato a studiare intensamente, finita la sessione estiva, decido di andare in vacanza con tre amici eterosessuali. Non sono loro, infatti, il centro della storia, anche se uno di essi è stato il catalizzatore del momento più intenso e inaspettato della vacanza. All’epoca non ero ancora dichiarato — oggi sono in coppia e iscritto nel registro delle unioni civili della mia città — e custodivo gelosamente il mio piacere omosessuale, mascherandomi di tanto in tanto dietro qualche avventura con il sesso opposto. Altri tempi. Sono i primi anni Novanta. Mia sorella aveva un appartamento in un piccolo paesetto della Calabria, non distante da Paola. La sera era di una noia mortale: nel paese c’era solo un piccolo bar, frequentato per lo più dagli anziani del posto. Non era, insomma, un luogo per ventenni. Mia sorella ci dice che in un paese vicino, Torremezzo, c’è una struttura dove si poteva ascoltare musica, ballare; insomma, era una sorta di piccolo villaggio turistico con tanto di animazione. Decidiamo di andare a vedere, per poter trascorrere una serata più adatta alla nostra età. Il posto era particolarmente animato, con molte persone che si divertivano, chiacchierando e ballando. Ci sediamo in un bar e cominciamo a bere qualche birra, sviluppando rapidamente quella tipica allegria alcolica. I miei amici decidono di fare un giro nei dintorni e io resto nel bar a gustarmi la mia birra fredda. Dopo un po’, uno dei miei amici torna e si avvicina al mio orecchio per parlarmi, dato il volume molto elevato della musica. Strilla: «Noi andiamo sulla pista da ballo: è pieno di ragazze e magari la serata prende una piega imprevista». Io, non essendo per nulla attratto dall’idea di rimorchiare qualche ragazza, gli dico che sarei rimasto ancora un po’ a bere qualche birra.
Come il mio amico si allontana, vedo un uomo avvicinarsi verso di me con uno sguardo amichevole. Lo osservo e penso: «Non è bello, ma è così sexy, mascolino». Inizialmente penso che stia dirigendosi verso il tavolo dietro di me, ma quando è a poca distanza mi porge, con fare deciso, la mano e dice: «Piacere, Ciccio». Rimango per un momento costernato. Non capisco, sono sorpreso. E lui, nuovamente: «Siete una coppia?». Io, ancora più confuso e sorpreso, rispondo: «Chi?»
E lui: «Il tuo amico, quello con cui vi siete baciati».
— Anni dopo, ripensando a quel momento e a quanto Ciccio fosse riservato, ancora si imbarazza.
«Assolutamente no!»
«Da dove ero seduto mi era sembrato proprio un bacio.»
«Veramente ti sbagli.»
Lui diventa rosso in viso e comincia a scusarsi, quasi balbettando per l’imbarazzo. Ma io, colpito dalla sua mascolinità, dalla voce calda e rauca da uomo del Sud, gli dico: «Comunque, a me fa piacere conoscerti. Ho sempre piacere nell’incontrare un uomo così maschile.»
Lui mi guarda stupito. «Allora vi stavate baciando!?»
«No, assolutamente. Ma se questa impressione ti ha portato a presentarti, sono felice che tu abbia visto un bacio inesistente.»
Mi invitò a fare due passi e mi offrì una sigaretta. Ci incamminammo verso la spiaggia, lungo un tratto appartato dove alcuni alberi e una fitta vegetazione creavano una sorta di riservatezza naturale, quasi un piccolo rifugio lontano dagli sguardi. Fu lì che, all’improvviso, mi strinse forte da dietro e mi baciò il collo con decisione, con un’intensità che mi lasciò senza fiato. Sentii il suo corpo aderire al mio e, in quell’istante, ebbi la certezza che non si trattava più soltanto di un gioco di sguardi e di allusioni. Mi toccò e, con un sorriso, disse: «Vedo che ti piaccio».
Io, quasi imbarazzato dalla mia stessa reazione, risposi sottovoce: «Moltissimo».
Aveva mani grandi, forti, mani che in seguito avrebbe definito scherzosamente «operative»: le mani di un uomo abituato al lavoro e alla fatica. Proprio per questo rimasi sorpreso quando mi raccontò di essere un professore di matematica. Quella contraddizione tra l'aspetto concreto e quasi ruvido delle sue mani e il suo mestiere intellettuale mi incuriosì immediatamente. La situazione divenne sempre più intensa. Mi sollevò la maglietta e cominciò a baciarmi, dedicandosi con particolare attenzione ai miei capezzoli. Lo faceva con un'intensità sorprendente, arrivando quasi al limite del dolore, ma senza mai oltrepassarlo. Fu una sensazione così forte e inattesa che persi completamente il controllo. Dopo più di due anni senza vivere un momento di intimità con un uomo, mi sembrava quasi di essere tornato improvvisamente a una parte di me che avevo tenuto a lungo in disparte. Ero sorpreso dalla forza delle mie stesse reazioni, ancora di più quando mi resi conto che l'eccitazione non accennava a diminuire. Lui allora mi girò verso di sé, mi strinse forte e mi baciò. Quel bacio, a ripensarci oggi, fu molto più importante di quanto potessi immaginare in quel momento. Fu l'inizio di una storia che sarebbe durata per anni. Mi feci coraggio e presi il suo cazzo con le mani e lui, istantaneamente me le riempì del suo sperma, e con leggera vergogna mi disse «Erano cinque anni che non toccavo un uomo.»
Non fece in tempo a terminare la frase che anche io provai un brivido di piacere e venni copiosamente. «Come vedi sei in buona compagnia.» Restammo vicini in silenzio e poi ci recammo sulla spiaggia dove siamo stati seduti per un po’ semplicemente guardando il mare nella notte. Non una parola, solo le nostre mani che si cercavano e che poi passano con dolcezza l’una sul corpo dell’altro. Ciccio, poco dopo, mi disse: «Io non abito lontano. Vuoi venire a casa mia questa notte?».
La domanda mi mise davanti alla realtà della situazione. Io ero lì con i miei amici e non potevo semplicemente sparire. Gli dissi che avrei fatto il possibile, ma che avrebbe dovuto avere pazienza. Mi lasciò indicandomi l’ingresso di un residence, dicendomi «Tra un’ora sarò lì ad aspettarti». Sembrava ancora un po' dubbioso, forse temeva che non mi sarei fatto più vedere. Lo tranquillizzai e, prima di separarci, ci scambiammo un ultimo bacio. Non potevo ancora saperlo, ma quello non sarebbe stato un incontro destinato a rimanere soltanto un ricordo di una vacanza.
Tornai verso il bar e mi venne incontro un mio amico «Dove cazzo sei stato, sono 40 minuti che ti cerchiamo». Io dissi che mi era venuta voglia di andare in spiaggia e li mi ero messo a passeggiare godendomi il rumore del mare con la musica in sottofondo. Arrivano anche gli altri e si torna a casa. Ciccio aveva ragione: quella notte non tornai da lui. Non avevo una scusa plausibile per allontanarmi nuovamente dai miei amici. L’immaginazione, però, non mi mancava e, dentro di me, avevo già cominciato a pensare a come avrei potuto rivederlo.
L’occasione si presentò la mattina successiva. Mia zia, che abitava a Cosenza, telefonò semplicemente per salutarmi. Fu sufficiente per farmi venire un’idea. Raccontai ai miei amici che mia zia aveva bisogno di aiuto e mi aveva chiesto di raggiungerla a Cosenza. Vista la distanza, avrei dormito da lei e sarei tornato la mattina seguente. Alle sei del pomeriggio li salutai e mi misi alla guida.
Arrivato a Torremezzo, parcheggiai la macchina sotto un ponte, all’ingresso del paese. Poi mi feci un giro nella zona del bar, con la segreta speranza di incontrare Ciccio. Entrai nel bar, ordinai una birra e cominciai a guardarmi intorno. Ma di lui nessuna traccia, nessuna traccia di quell’uomo che ormai desideravo rivedere. Dopo circa un’ora andai a fare un giro sulla spiaggia, ma anche lì non lo trovai. Sconsolato, tornai verso la macchina, cercando di capire cosa fare. Avevo raccontato ai miei amici che sarei rimasto a Cosenza per la notte e ora non sapevo nemmeno se avrei avuto la possibilità di rivederlo. Ero quasi arrivato alla macchina quando, girandomi verso il ponte, me lo trovai improvvisamente davanti. Ciccio sgranò gli occhi, in un'espressione che mescolava sorpresa e felicità.
«Sei tornato!».
Mi porse la mano e me la strinse con quella sua stretta forte e virile. Poi, quasi sottovoce, aggiunse:
«Ti bacerei, ma qui non è proprio il caso. Seguimi».
Entrammo nel residence e raggiungemmo il suo appartamento. Appena entrammo, mi strinse forte a sé e mi chiamò: «Piccolo amore mio».
Quelle parole mi rimasero impresse. E quella che sembrava una semplice espressione di affetto diventò, negli anni, il modo con cui continuò a chiamarmi. Lo fece per tutta la durata della nostra storia, fino all’ultima volta che ci sentimmo, qualche anno fa.
Ciccio aveva vent’anni più di me. Sono sempre stato molto attratto dagli uomini più grandi e, ancora oggi, il mio compagno mi porta diciannove anni. Entrammo in casa e lui si tolse la maglietta attillata che già lasciava intravedere un corpo definito, scolpito non dallo sport, ma dalla fatica. Aveva pochi peli sul petto, ma erano molto ispidi e pungenti. Mi strinse in un abbraccio intenso, nel quale sentivo mescolarsi il desiderio sessuale e qualcosa di più profondo: il bisogno di affetto e di contatto umano con un membro del mio stesso sesso.
In seguito mi avrebbe raccontato quanto vivesse male la propria omosessualità, abitando in un piccolo paese di poche anime non lontano da Vibo Valentia. Non che io, all’epoca, fossi messo molto meglio. Ero cresciuto in una città di profonda provincia, non mi ero ancora completamente accettato e vivevo la mia omosessualità cercando di nasconderla. Forse fu proprio questo a creare immediatamente tra noi una sintonia particolare: entrambi conoscevamo il peso del segreto e della paura di essere scoperti. Il buon professore appoggiò la sua mano ruvida sulla mia guancia e mi guardò. Una lacrima gli scese sul volto. Poi mi strinse a sé e mi baciò.
Quel bacio fu intenso, quasi impetuoso. Mi sentii travolgere dalla sua passione e risposi con altrettanta intensità. La sua lingua era decisa, potente, virile, mi sentii posseduto quasi come una fellatio. Rimanemmo così a lungo, stretti l’uno all’altro, come se in quel momento il resto del mondo non esistesse. A un certo punto si allontanò, mi guardò negli occhi e disse semplicemente:
«Spogliati».
Non ci misi molto. Dopotutto indossavo soltanto un pantaloncino e una maglietta. La sua attenzione tornò immediatamente ai miei capezzoli, una cosa che avrebbe caratterizzato il suo modo di vivere la nostra intimità per tutti gli anni successivi. Amava dedicarsi a loro con una cura quasi ossessiva, e quella sua attenzione mi eccitava moltissimo, tanto che spesso lo supplicavo di non smettere.
Mi invitò poi a seguirlo sul letto. Ci abbracciammo, stretti l’uno all’altro, lasciandoci trasportare dall’eccitazione. Lui cominciò a sfilarsi calzoncini ma io gli dissi che quello era compito mio. Lentamente glieli levai e dalle mutande bianche un gonfiore possente comparì e mi sentii subito prendere dall’eccitazione. Ricordo ancora la sorpresa nel rendermi conto delle sue effettive dimensioni. Sono abbastanza dotato e, tutto sommato, ne sono soddisfatto, ma Ciccio mi superava sia in lunghezza sia in larghezza. E, sinceramente, ero ben felice di perdere quella particolare sfida. Lentamente comincia a baciarlo sul torace, gustando la sensazione dei peli sul mio volto. Scesi lentamente verso il suo pene e un odore di eccitazione arrivò alle mie narici. Accolsi il suo glande nella mia bocca e lo sentii fremere intensamente. Il suo cazzo era pieno di vene sporgenti e, sotto i colpi della mia bocca lo sentivo pulsare e crescere ulteriormente. Io ne leccai ogni centimetro e lui mi implorò di farlo alla base del pene tra questo e l’ano. La serata proseguì in un’alternanza di desiderio, tenerezza e passione, con una naturalezza che mi sorprendeva. Nonostante ci conoscessimo da pochissimo, sembrava quasi che i nostri corpi avessero già imparato a riconoscersi. Presi nuovamente il suo membro durissimo nella mia bocca e quando fu tutto dentro vidi la sua faccia contrarsi in una smorfia di piacere. Subito dopo sfilò il pene dalla mia bocca e mi disse «ho bisogno di baciarti». La sua lingua entrò con sfrontatezza nella mia bocca e di nuovo abbracciati ci scambiammo effusioni, ma il suo cazzo premeva prepotentemente sul mio corpo. Si avvicina all’orecchio, me lo bacia, lo lecca e la cosa mi eccitava. Era la prima volta che venivo baciato in quel punto e la cosa mi piacque moltissimo. Poi mi sussurrò «Ti desidero, voglio penetrarti e infilarti dentro, completamente, il mio pisciolo».
«Pisciolo?» Ripetei sorridendo.
«Così lo chiamiamo dalle mie parti.»
Quando arrivò il momento di andare oltre, gli dissi di fare piano. Era passato molto tempo dall’ultima volta in cui avevo vissuto un’intimità così intensa e avevo bisogno di ritrovare gradualmente quella confidenza. Erano più di due anni che un pene non mi penetrava. Ciccio fu dolcissimo e paziente.
«Proveremo fino a quando non ti sarai abituato», mi disse.
Poi si alzò dal letto, andò in cucina e tornò con un bicchiere contenente un po’ d’olio e una tazzina di caffè, che appoggiò sul comodino. Usò l’olio per facilitare la preparazione e procedette con pazienza, fermandosi ogni volta che percepiva la mia difficoltà. Iniziò lentamente con un dito, poi le dita diventarono due, tre. All’inizio provai dolore e tensione, ma lentamente il mio corpo cominciò a rilassarsi e quella sensazione lasciò spazio al piacere. Ciccio procedeva con attenzione, senza avere fretta. Fui io stesso a fargli capire che ero pronto. Poggiò il suo caldo glande sul mio piccolo e stretto buco e comincio lentamente a esercitare una lieve pressione. Introdusse il glande ma il dolore che provai fu troppo grande. Lui se ne accorse e sfilò il pene dal mio ano e mi disse teneramente: «Non abbiamo fretta e se non riesci non è necessario.»
Avevo già avuto alcune esperienze da passivo e sapevo che dopo il dolore iniziale ci sarebbe stato il piacere, e questo piacere lo bramavo con tutto me stesso. Dissi a Ciccio che lo desideravo dentro di me.
Mi fece mettere sulle ginocchia al bordo del letto mentre lui era in piedi e poggiò dolcemente il suo glande sul mio buco stretto. Comincio a spingere lentamente, fermandosi ad ogni mio cenno, ma il piacere stava già cominciando a sostituirsi al dolore. Dopo qualche minuto mi sentii pronto e spinsi il mio ano contro il suo uccello. Il suo cazzo mi penetrò interamente e cominciai a sentire un calore intenso e un grande piacere. Ciccio mi chiese se poteva cominciare a muoversi e per tutta risposta cominciai a fare su e giù con il mio ano sul suo pene appagante. Da quel momento la sua passione aumentò e la nostra intimità divenne sempre più intensa. Cambiammo più volte posizione e ogni volta la sensazione era diversa. Dopo avermi penetrato con ardore per un po’ lo sfilava, andava a lavarsi in bagno perché non voleva che io provassi i miei umori, e poi tornava a donarmi il cazzo nella mia bocca. Andammo avanti alternando i due buchi. Passò molto tempo. Ero stremato, ma allo stesso tempo ancora completamente coinvolto. A un certo punto gli chiesi, quasi incredulo:
«Ma non vieni mai?».
Lui rise.
«Solitamente ci metto più di un’ora, ma oggi mi sembra di non arrivare mai».
In effetti eravamo a letto dalle sette e qualche minuto e ormai si avvicinavano le dieci. Non era stata un’attività ininterrotta: Ciccio alternava i momenti di passione a pause, durante le quali si prendeva cura di sé e tornava poi da me con la stessa attenzione.
A un certo punto mi fece mettere sul fianco destro e si avvicinò nuovamente a me. Mi alzò la gamba sinistra, infilò le sue gambe tra le mie e mi trovai il suo piede sinistro davanti la mia bocca. Pensai che aveva dei piedi bellissimi e cominciai a succhiargli l’alluce. Lui ne fu sorpreso ma gratificato; non glielo aveva fatto mai nessuno prima ma apprezzava con gusto. La sua passione crebbe ancora. Lo sentii ansimare sempre più forte, fino a quando emise un gemito profondo, quasi un lamento.
Sentii un calore immenso nel mio retto, e realizzai che mi aveva inondato di sperma. La sensazione fu talmente intensa che immediatamente venni anche io in uno schizzo che oltrepassò il letto. Poi arrivò il momento in cui tutto si fermò per qualche secondo. Ci guardammo. La tensione che avevamo accumulato durante quelle ore si sciolse improvvisamente e scoppiammo a ridere entrambi.
Guardai l’orologio. Erano le undici meno un quarto. Pensai: «Che bello. Abbiamo ancora tutta la notte».
Ciccio, dopo avermi abbracciato e stretto a sé, mi poggiò la testa sul torace. Mi godevo nuovamente la sensazione dei suoi peli sul volto, mentre osservavo il suo corpo e mi rendevo conto che la sua eccitazione stava tornando, il suo pene si avvicinava progressivamente alla mia bocca. Vederlo crescere era davvero eccitante. Mi avvicinai nuovamente a lui, ma, dopo un lieve contatto con la lingua, il mio professore mi portò delicatamente la testa verso di sé. I nostri sguardi si incontrarono per un istante, prima che le sue labbra cercassero le mie.
Il primo bacio fu lento, quasi esitante. Rimasi per qualche secondo immobile, assaporando quella vicinanza che fino a poco prima avrei considerato impensabile. Poi mi lasciai andare e ricambiai il bacio, stringendomi maggiormente a lui. Sentivo il calore del suo corpo e il suo respiro vicino al mio, mentre quel semplice gesto sembrava cancellare tutto ciò che ci aveva separati fino a quel momento. Quando ci staccammo, Ciccio rimase ancora vicino a me e mi disse che era quello il momento di sentire il calore dell’affetto, qualcosa che nei giorni seguenti, senza che ancora potessimo immaginarlo, si sarebbe trasformato in un sentimento ben più profondo.
Dopo qualche coccola mi fece mettere sul fianco sinistro e comincio a penetrarmi lateralmente. Quella notte, alle cinque di mattina, era venuto dentro me quattro volte. Non sarebbe più successo. Le volte successive furono sempre una o due, ma sempre intense, sensuali e appaganti.
Quando rientrai in città, ricevetti una lettera da Ciccio. Al suo interno trovai una cartolina raffigurante un albero in fiore. La osservai incuriosito, senza riuscire a capire subito perché avesse scelto proprio quell'immagine. Poi la girai e lessi: «Ero un albero secco, sterile, che non dava più frutti, ma da agosto ho cominciato a rinvigorirmi e sono tornato a fiorire».
Rilessi quelle parole più volte. Inizialmente pensai che volesse semplicemente ringraziarmi per quei giorni e per le emozioni che avevamo condiviso. Ma, continuando a guardare quella cartolina, cominciai a intuire che dietro quelle parole c'era qualcosa di più. Ciccio mi stava dicendo, a modo suo, che il nostro incontro aveva riacceso qualcosa dentro di lui. E quella frase finì per interrogare anche me. Perché sentivo così tanto la sua mancanza? Perché, appena tornato in città, continuavo a ripensare ai nostri momenti insieme, alle sue parole, ai suoi gesti e alla sensazione di stare bene accanto a lui?
Lo chiamai subito al telefono. All'inizio parlammo quasi con imbarazzo, cercando entrambi di capire che cosa ci stesse succedendo. Poi, lentamente, cominciammo a dirci quello che nei giorni trascorsi insieme avevamo forse soltanto intuito. Ci rendemmo conto che non si era trattato soltanto di attrazione, di affetto o della particolare intensità di quell'estate. Tra noi era nato qualcosa che continuava a crescere anche adesso che eravamo lontani. Fu durante quella conversazione che arrivammo, quasi senza accorgercene, alla consapevolezza più importante: quello che provavamo l'uno per l'altro era amore.
Lui mi aveva dato affetto, tenerezza e piacere, e io avevo fatto lo stesso per lui. Ma, più di tutto, ci eravamo restituiti qualcosa che entrambi pensavamo di aver perduto. Quell'albero in fiore rappresentava proprio questo: non soltanto la rinascita di Ciccio, ma anche quella di un sentimento che, nato quasi inaspettatamente, stava finalmente mettendo le sue prime radici. Da allora, per diversi anni, il nostro rapporto continuò a vivere soprattutto durante le mie vacanze in Calabria. Agosto divenne il nostro mese, quello che aspettavamo entrambi e nel quale potevamo finalmente ritrovarci e stare insieme. Per otto estati fu così: quando arrivavo, tornavamo a essere semplicemente noi due, senza la distanza e il tempo trascorso a separarci. Erano giorni in cui vivevo completamente accanto a lui, notte dopo notte, ritrovando ogni volta quella complicità, quella tenerezza e quell'affetto che negli anni erano diventati sempre più profondi. Lontano dal suo paese lui era libero, senza le sue paure e i suoi condizionamenti culturali. Nel resto dell'anno i nostri contatti erano soprattutto telefonici. A volte andavo a trovarlo, ma lui non voleva che le mie visite diventassero troppo frequenti. La sua difficoltà ad accettare ciò che provava lo portava a vivere nel timore che qualcuno, in paese, potesse intuire la natura del nostro rapporto. Era una paura che non riusciva a superare e che, con il passare del tempo, imparai a comprendere, anche se non sempre era facile accettarla. Io, intanto, stavo cambiando. Ero diventato più consapevole di me stesso e, lentamente, anche più sereno. Ciccio se ne accorse e, a poco a poco, cominciò a dirmi una cosa che allora mi faceva soffrire, ma che col tempo avrei imparato a considerare una delle più grandi prove del suo affetto: «Devi farti una vita. Non puoi rimanere legato a un uomo che non sa affrontare la propria repressione».
Alla fine lo ascoltai. Mi feci una vita, conobbi nuove persone e intrapresi il mio percorso, ma l'affetto per Ciccio rimase immutato. Ogni tanto tornavo a trovarlo e, ogni volta, ritrovavo quella familiarità e quel piacere di stare insieme che gli anni non avevano cancellato.
L'ultima volta che lo sentii fu la vigilia di Natale del 2018. Ero in macchina, al telefono con lui in vivavoce, mentre accanto a me c'era il mio attuale compagno. Ciccio ci invitò ad andarlo a trovare nel mese successivo e noi accettammo di buon grado. Sembrava un progetto semplice, una visita che avremmo fatto come tante altre volte. La prima settimana di gennaio lo chiamai per metterci d'accordo sul giorno. Ma il suo cellulare risultava irraggiungibile. Provai allora molte volte a chiamare il numero fisso, quel vecchio 0963 xxxxxx che avevo composto chissà quante volte nel corso degli anni. Non rispondeva nessuno. Passarono alcuni giorni, poi qualche settimana. Alla fine, anche quel numero risultava non più attivo. Cominciò a prendermi l'angoscia. Non riuscivo a liberarmi dalla sensazione che fosse successo qualcosa. Decisi così di cercare su Google il suo nome insieme a quello del paese. Tra i risultati comparve un collegamento a una pagina Facebook gestita da alcuni religiosi. Cliccai e lessi una frase che ancora oggi faccio fatica a dimenticare:
«Oggi sarà celebrata la messa a un mese dalla scomparsa del buon professor XXX XXXX, anima buona e ricordato da tutti come un uomo mite e generoso».
In quell'istante i miei timori trovarono una conferma che non ero pronto ad accettare. Ciccio era morto. Con lui se ne era andata una parte importante della mia vita, una parte che aveva attraversato decenni e che, nonostante il tempo e le distanze, era rimasta sempre dentro di me. Piangere fu inevitabile. Piangevo per lui, per ciò che avevamo vissuto e anche per tutto quello che non avremmo più potuto vivere. Ho sempre conservato quella vecchia cartolina che mi aveva mandato più di trent'anni fa, quella con l'albero in fiore e le parole che allora avevano rappresentato per me l'inizio di qualcosa di straordinario. Un giorno, quando avrò la forza necessaria, tornerò in Calabria, dove lui riposa. Andrò sulla sua tomba e porterò con me quella cartolina. La poggerò sulla sua lapide, perché torni finalmente da lui. Quell'albero era tornato a fiorire grazie al nostro incontro. E forse, tanti anni dopo, quella cartolina potrà accompagnarlo ancora una volta, come il simbolo di una parte della nostra vita che il tempo non è riuscito a cancellare.
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