Il contadino del convento.
La comunità religiosa non era molto numerosa: era composta da soli quattro monaci che si dedicavano all’accoglienza di coloro che desideravano fare un percorso o anche soltanto vivere una semplice esperienza temporalmente limitata. Erano persone molto affabili. Io, di tanto in tanto, passavo a trovare il mio amico e a volte venivo invitato a cena.
Fuori dal convento c'era un terreno che veniva coltivato. Se ne occupava un contadino di un paese vicino, chiamato da tutti Tino. Era un uomo di sessantasei anni, un ometto di circa un metro e sessanta, con la pelle scurita e segnata dal sole, completamente calvo, il viso pieno di rughe e due occhi scuri e vispi. Era abituato a ogni tipo di lavoro di fatica e aveva l'aspetto di un uomo semplice, abituato a stare all'aria aperta. Spesso, quando mi fermavo a cena, era presente anche Tino, che a fine serata approfittava della disponibilità di qualche ospite per farsi accompagnare al paese, non lontano dal convento, dove viveva con la moglie Rosina, di otto anni più grande di lui.
Una sera, dopo aver cenato e aver esagerato con qualche bicchiere di vino di troppo, mi offrii di accompagnare quell'ometto a casa. Quando stavamo uscendo dal convento, salutai tutti con il consueto bacio sulle guance. Quando arrivò il momento di salutare Tino, accidentalmente le mie labbra sfiorarono le sue, prima che riuscissi a completare il tipico gesto del saluto guancia a guancia.
Lui ebbe una reazione di evidente disgusto. Mi sentii estremamente imbarazzato, perché mi resi conto che quel gesto, del tutto involontario, poteva essere stato interpretato come inappropriato. Sono gay, ma non avevo avuto nessun pensiero di natura sessuale nei confronti di Tino, che giudicavo lontanissimo dai miei standard di attrazione. Era esattamente l'opposto di quello che cercavo in un uomo e, per quanto mi piacessero gli uomini maturi, a ventidue anni sessantasei mi sembravano davvero troppi.
Salimmo in macchina. Lui aprì il finestrino e sputò un paio di volte, ma non disse una parola. Quando, dopo una decina di minuti, arrivammo alla sua abitazione, scese senza dire nulla e si allontanò.
La mia frequentazione del convento continuò regolarmente e, come sempre, i religiosi erano generosi nell'elargire vino. In una di quelle sere anche Tino rimase a cena. Mi osservava e io non sapevo bene come decifrare il suo sguardo. Quando la serata terminò, salutai tutti e uscii dal convento. Tino venne fuori con me. Mi si avvicinò e, improvvisamente, mi prese la mano, indirizzando il gesto in modo inequivocabile verso il suo pene.
Rimasi senza parole. Il primo impulso fu di rifiuto, quasi di disgusto, ma Tino non si scoraggiò. Fu allora che mi sorprese, mostrando una prestanza fisica che non avrei mai immaginato in lui. Sbottonata la cerniera, cacciò fuori dai pantaloni un pene enorme, tanto da suscitare in me una curiosità che, in seguito, mi portò persino a togliermi lo sfizio di misurarlo. Ventitré centimetri, dall’attaccamento superiore fino alla punta del glande, e una circonferenza di sedici centimetri.
La cosa che più impressionava era la dimensione del glande, che ricordava un pomello del cambio delle macchine di una volta. Rimasi francamente sbalordito. Quella sorpresa finì per cambiare completamente l'atmosfera tra noi. E fu proprio lì che cominciai a fare i conti con il mio punto debole. Per quanto cercassi di affidarmi alla razionalità, davanti a un uomo dotato di un certo «fascino fisico» finivo inevitabilmente per vacillare. Tino, senza che me ne rendessi conto, aveva trovato il modo di insinuarsi proprio in quella mia debolezza.
Invece di salire subito in macchina, ci allontanammo un po' dal convento, raggiungendo una zona boschiva. Fu lì che, quella sera, ebbe inizio la nostra relazione sessuale. Mi chinai e, dopo un attimo di esitazione, lasciai che le cose andassero avanti da sole. All'inizio ero un po' impacciato, ma poi mi lasciai prendere dal momento. Mi girai e, dopo aver indirizzato il suo membro in direzione del mio buco, Tino provò a spingere, ma non ci riuscì.
«Non ce la faccio», disse dopo qualche tentativo.
«Aspetta… forse è meglio così», risposi, ancora un po' confuso, abbassandomi e allargando con le mani le natiche il più possibile.
Ma non ci fu modo di essere penetrato, cosa che sarebbe accaduta in seguito. Lui si fermò e per qualche secondo restammo in silenzio. Ripresi la sua possente verga in bocca e dopo poco raggiunse l'orgasmo, ma senza eiaculare.
La cosa mi lasciò perplesso.
«Ma… non è uscito niente», gli dissi.
Tino fece spallucce.
«Eh, lo so. Sono stato operato alla prostata qualche anno fa.»
«E quindi?»
«E quindi non eiaculo più. Lo sperma va nella vescica.»
«Ah… non lo sapevo.»
«Nemmeno io, prima dell'operazione», disse sorridendo. «Poi mi hanno spiegato come funziona.»
Quella spiegazione, detta con una semplicità quasi disarmante, mi fece sorridere. In quel momento mi sembrò tutto incredibilmente strano: solo poco tempo prima non avrei mai immaginato di trovarmi lì con Tino, e adesso stavamo parlando della sua operazione alla prostata come se fosse la cosa più normale del mondo.
Gli domandai cosa fosse successo, visto che la sera incriminata mi era sembrato sinceramente disgustato.
«Ma allora perché oggi sei improvvisamente disponibile?» gli chiesi.
Tino rimase per qualche secondo in silenzio, poi mi raccontò che, dopo che le nostre labbra si erano sfiorate, quella stessa notte aveva fatto un sogno erotico in cui io e lui stavamo insieme. Mi disse che sua moglie non si concedeva più da anni, che lui non faceva più sesso e che quel mio approccio, per quanto casuale e imbarazzante, aveva risvegliato in lui passioni che credeva ormai sopite. Io potevo essere il mezzo per soddisfarle nuovamente.
Lo accompagnai a casa e ci salutammo con la promessa che sarei passato a prenderlo il giorno dopo.
All'epoca vivevo ancora in famiglia e non avevo quindi un posto dove poter stare con lui. Era estate, così caricai sulla mia 126 una coperta, del lubrificante e passai a prenderlo a casa. Ci recammo in un prato non lontano dal convento. Stesi la coperta sulle foglie, sotto un albero, e ci appartammo lì.
Per qualche momento nessuno dei due disse nulla. Poi mi voltai verso di lui. Tino mi guardò e sorrise appena. Non c'era più l'imbarazzo della prima volta: entrambi sapevamo perché eravamo lì. Mi avvicinai lentamente. Lui rimase fermo, come se aspettasse che fossi io a fare il primo passo. Gli appoggiai una mano sulla spalla e sentii che quella distanza che fino a pochi giorni prima mi sarebbe sembrata impensabile si stava accorciando rapidamente. Ogni esitazione sembrava durare solo un istante, prima di lasciare spazio a un gesto più deciso.
Tino aveva un modo di lasciarsi andare che mi sorprendeva: non aveva bisogno di parlare, gli bastava guardarmi per farmi capire che voleva continuare.
Devo essere sincero: come ho detto precedentemente, fisicamente Tino non mi attirava. Se avessi dovuto descrivere l'uomo che mi piaceva, lui sarebbe stato probabilmente l'esatto contrario. Non trovavo in lui quei tratti che normalmente suscitavano il mio interesse e, razionalmente, continuavo a considerarlo lontanissimo dai miei gusti. Eppure qualcosa non tornava.
Più cercavo di convincermi che non ci fosse nulla, più mi accorgevo che la mia attenzione tornava inevitabilmente su di lui. Era come se il mio giudizio e il mio desiderio procedessero in direzioni opposte: la testa diceva una cosa, mentre il corpo, con una chiarezza che non lasciava molto spazio alle interpretazioni, ne suggeriva un'altra, come la mia mano appoggiata sulla sua spalla.
C'era però una parte di lui che esercitava su di me un'attrazione fortissima, quasi istintiva. Ed era proprio quella, in quel momento, a concentrare tutta la mia attenzione. Era diventato soprattutto l'oggetto di un desiderio improvviso e travolgente che non sembrava interessato alle mie categorie, ai miei gusti o alle mie convinzioni, e che cresceva ferocemente.
Lui, per me, era solo il suo pene, enorme, piacevole al palato, con un glande spropositato, null'altro. Dopo aver ceduto al mio desiderio, volevo a tutti i costi che quell'uomo, così lontano dai miei abituali canoni di attrazione, entrasse completamente in me.
Decisi di gustare un’ultima volta quel glande appariscente, così gradevole al palato. La mia bocca lo assaporava, cercando di muovere la lingua, operazione che risultava complessa. Tino spinse un po’ il suo tronchetto dentro la mia bocca e immediatamente una sensazione di soffocamento prese il sopravvento. Mi ritrassi: non riuscivo davvero a prenderne di più.
La parte più difficile fu superare il primo momento: l’ingresso del grosso glande. In previsione della difficoltà ad accogliere quello che potevo definire quasi un fisting, mi ero premunito di zucchine di diverso calibro e chiesi a Tino di giocare con il mio ano, passando dalla misura più piccola a quella più grande, dopo aver lubrificato abbondantemente i vegetali e il mio ano. Quando mi sentii sufficientemente dilatato, dissi laconicamente: «È ora di provare.»
Feci sdraiare Tino sulla coperta e lentamente poggiai il mio ano sul suo membro. Con pazienza, non senza dolore, lasciai che avanzasse poco alla volta. Millimetro dopo millimetro, il mio corpo cedette a quella pressione; il suo pene procedeva lungo il mio sfintere, finché qualcosa cambiò.
Quasi senza rendermene conto, fui attraversato da una sensazione completamente nuova. Il glande, superato il canale anale, sembrava essersi trasformato in un'ancora: il grosso pene restava saldamente dentro di me, incapace di tornare indietro, come se il mio corpo lo avesse trattenuto.
Rimasi per un istante incredulo. Quello che fino a pochi secondi prima avevo soltanto immaginato assumeva una consistenza concreta, intensa, quasi vertiginosa. Quella sensazione, inattesa e stranamente precisa, mi lasciò sorpreso al punto da fissarsi immediatamente nella memoria.
Cominciai a muovermi lungo il suo cazzo, lasciandomi guidare dal piacere inebriante. Mi muovevo con cautela, lasciandomi guidare dal piacere. Poco dopo ci spostammo insieme, lentamente, senza interrompere quel contatto, fino a ritrovarci nella posizione in cui ero sulle ginocchia e anche lui sulle sue.
Fu allora che iniziò il suo movimento, ritmico e sempre più sicuro. Mentre tutto il mio corpo partecipava nell’accogliere tanto vigore, pensai: «Vorrei avere uno specchio per vedere l’espressione stravolta della mia faccia».
Andò avanti per una decina di minuti, fino a quando, all’improvviso, Tino emise un urlo che sembrava quasi un ululato. Il suo corpo ebbe un fremito, il pene pulsò dentro di me, ma non avvertii la sensazione di calore che normalmente viene data dal liquido seminale quando inonda il retto, e ricordai la sua condizione.
Mi lasciai andare sulla coperta e lui si distese sopra di me. Mentre eravamo così, cominciò a mordermi il collo.
«Non lasciarmi segni», lo supplicai.
Trenta secondi dopo, ebbe un altro orgasmo. Rimasi sorpreso e lui mi spiegò che era sempre stato multiorgasmico. Quella rivelazione riaccese immediatamente il mio desiderio. La mia fame per il suo membro aumentò.
Ci rotolammo lentamente, con attenzione per permettergli di rimanere dentro me, fino a quando non mi ritrovai poggiato sul mio fianco sinistro. Continuammo ancora per un po’, immersi in quella strana, inattesa intimità. Cominciai a muovermi per sentirlo bene dentro di me e lui cominciò a spingere con prepotenza il suo membro sempre più in profondità e, incredibilmente, meno di un minuto dopo, un altro ululato.
Tre orgasmi in meno di due minuti. Mi sentii completamente appagato e, poco dopo, anche lui mi chiese di fermarmi.
Persino la conclusione di quel rapporto ebbe qualcosa di singolare: al momento della separazione si produsse un rumore secco, improvviso, quasi comico. Un piccolo «pop», netto e inconfondibile, che nella mia mente finì per assomigliare al rumore di un tappo estratto da una bottiglia. Era un dettaglio assurdo, persino buffo, ma proprio per questo destinato a rimanermi impresso.
In un amplesso così intenso e imprevedibile, anche quel piccolo rumore diventò parte del ricordo. Rimanemmo ancora qualche istante sulla coperta, quasi senza parlare. Poi ci rivestimmo in silenzio, recuperando i nostri vestiti con una calma che contrastava stranamente con ciò che era appena successo. Non c’era imbarazzo, né la necessità di commentare.
Tornammo verso la macchina.
Durante il tragitto mi sentivo stranamente tranquillo, ma dentro di me continuavo a girare intorno a una domanda alla quale non sapevo dare una risposta.
Che cosa avevo desiderato davvero?
Avevo sempre pensato al desiderio come a qualcosa che nasce dall’attrazione per una persona, dal modo in cui la si guarda, dalla fascinazione per il suo corpo e per ciò che comunica. Quella volta, invece, tutto sembrò funzionare al contrario. Non era stato Tino nel suo insieme a provocare quella reazione.
Eppure una parte di lui era riuscita a imporsi con una forza che non lasciava spazio ad altro. Avevo scoperto che il desiderio può essere molto meno ordinato di quanto immaginiamo, può ignorare le nostre preferenze, scavalcare le nostre aspettative e concentrarsi ostinatamente su qualcosa, fino a escludere tutto il contesto e ciò che gli sta intorno: una singola caratteristica fisica aveva preso il sopravvento sul resto, fino a diventare l’unico centro della mia attenzione.
Quella pulsione aveva seguito una strada tutta sua, quasi indipendente dalla persona che l’aveva suscitata, concentrandosi su un unico particolare: il suo membro. L’istinto non segue sempre una logica precisa. E io non avevo bisogno di trasformare Tino nell’uomo che normalmente mi attirava: mi bastava quella parte di lui.
Arrivati davanti a casa di Tino, mi fermai. Lui scese dalla macchina, poi si voltò verso di me, mi sfiorò una guancia con la sua mano callosa e mi chiese: «Ci rivediamo?»
Ci siamo rivisti. Tante volte, e in modi diversi.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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