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Gay & Bisex

Sei mio fino a domenica - parte 3


di Membro VIP di Annunci69.it agenore999
28.10.2026    |    1.485    |    5 8.3
"Io resto lì, sotto casa, con lo zaino in mano e il cazzo che mi diventa di nuovo duro nei jeans..."
Episodio 3 – La domenica

Nell’episodio precedente vi ho raccontato il venerdì notte e il sabato nella villa di Pescara, e la serata con Franco e Sergio. Erano rimasti a dormire sul divano, troppo ubriachi per guidare, e Franco prima di andare a letto mi aveva fatto una promessa. Riprendo dalla domenica mattina, l’ultimo giorno.

Mi sveglia una mano sulla caviglia.

Fuori è appena chiaro, una luce grigia che passa dalle fessure delle persiane. Ho la bocca impastata, la testa pesante del whisky, e per un momento non capisco dove sono. Poi la mano sulla caviglia tira, il lenzuolo scivola via, e vedo Franco in piedi ai piedi del letto. Nudo, i capelli bianchi spettinati, il cazzo già duro che gli punta in avanti.

«Te l’avevo detto. Prima del caffè.»

Accanto a me Davide si gira sul fianco e apre un occhio. Guarda Franco, guarda me, e sorride.

«Fai pure. Io guardo.»

Franco mi tira per le caviglie fino al bordo del letto. Mi gira a pancia in giù senza dire niente, mi tira su il culo, mi apre le natiche con le mani e ci sputa sopra. Sento la saliva calda colare sul buco ancora gonfio da stanotte.

«È ancora aperto,» dice. «Bravo.»

Mi entra dentro in una volta, fino in fondo. Il buco è sensibile, indolenzito, e la prima spinta mi strappa un gemito. Lui si ferma.

«Troppo?»

«No. Continua.»

Continua. Mi scopa in piedi davanti al letto, le mani sui miei fianchi, colpi lunghi e secchi come la sera prima. Io ho la faccia nel materasso e vedo Davide a pochi centimetri, steso sul fianco, che si è preso il cazzo in mano e se lo mena piano guardandomi.

«Avvicinati,» gli dice Franco. «Dagli qualcosa da fare con la bocca.»

Davide si sposta sul letto e mi mette il cazzo davanti alla faccia. Me lo prendo in bocca. Sa di sonno, di pelle calda, di stanotte. Lo succhio mentre Franco mi sbatte da dietro, e ogni colpo me lo spinge più a fondo in gola.

Dalla porta arriva Sergio, in mutande e canottiera, gli occhiali in mano, la faccia stropicciata. Si appoggia allo stipite e guarda.

«Neanche il tempo di fare il caffè,» dice. «Che maleducati.»

«Il caffè lo fai tu,» dice Franco senza fermarsi.

Sergio non si muove. Si abbassa le mutande, si prende il cazzo in mano e guarda, menandoselo piano, come la sera prima.

Franco viene per primo. Sento i colpi farsi più corti, il respiro più pesante, poi esce da me, mi tira su per i capelli, mi gira e mi infila il cazzo in bocca al posto di quello di Davide.

«La prima colazione.»

Mi viene in bocca. La sborra del mattino è densa, forte. La tengo sulla lingua e lui mi guarda.

«Fai vedere.»

Apro la bocca.

«Ingoia.»

Ingoio. Davide mi rigira la testa verso di sé e mi rimette il suo in bocca, e cinque minuti dopo mi viene in gola anche lui. Ingoio anche quello.

Sergio dalla porta sorride.

«Io mi tengo per dopo. Prima il caffè. E prima ancora devo pisciare.»

Davide si alza.

«Vasca.»

Entro nella vasca per primo e mi inginocchio. Lo smalto è freddo, e ho ancora il culo bagnato della saliva di Franco. Loro tre si mettono intorno come stanotte, stretti nel bagnetto, Davide appoggiato al lavandino, Franco in piedi sul bordo di fronte, Sergio dall’altra parte con una mano sul muro.

La piscia del mattino è un’altra cosa. Dopo tutto quello che hanno bevuto ieri sera è scura, forte, e ne hanno tantissima.

Sergio comincia per primo, senza aspettare. Me la dirige in faccia, sulla fronte, sugli occhi, e io li chiudo. Poi Franco, dritto sul petto, sul cazzo che mi si è già indurito. Poi Franco sale con il getto e mi prende la bocca.

«Apri.»

Apro. Mi riempie la bocca in un attimo, calda, amara, e io la lascio traboccare dalle labbra, mi cola sul mento, sul collo, sul petto. La sputo e riapro, e lui me la riempie di nuovo, ridendo.

«Guardalo. Sembra una fontana.»

Sergio sposta il suo getto e si unisce a Franco, e adesso sono due getti caldi insieme dentro la mia bocca spalancata, che mi esce da tutte le parti e mi scende addosso. Ho la faccia, i capelli, il petto, tutto bagnato del loro piscio.

«Girati,» dice Davide. «Apriti.»

Mi giro, sempre in ginocchio, e mi piego in avanti con la faccia quasi sul fondo della vasca. Porto le mani dietro e mi apro le natiche. Il buco è ancora gonfio e aperto per Franco.

Franco e Sergio mi pisciano sul culo. Li sento battere tutti e due sul buco, uno dopo l’altro, poi insieme. Il calore mi entra dentro dove il buco è più aperto, mi cola sulle palle, giù lungo le cosce. Io gemo con la guancia quasi sullo smalto, le dita affondate nelle natiche.

«Più aperto,» dice Franco.

Tiro di più. Il getto di Franco si concentra proprio lì, preciso, e lo sento riempirmi un po’, e poi uscire e colarmi giù.

Davide aspetta che finiscano. Poi mi fa girare di nuovo verso di lui, mi prende il mento con una mano e mi apre la bocca con il pollice.

«Adesso tocca a me. E questa la bevi.»

Il getto di Davide mi entra in bocca, e io ne bevo un sorso, poi un altro, piano, guardandolo negli occhi. Il resto lo lascio colare. Lui mi tiene il mento finché non ha finito, poi mi appoggia la cappella sulle labbra e me la fa pulire.

Sergio, che ha aspettato in silenzio, si avvicina e me lo appoggia sulla bocca.

«E adesso il mio, ma in un altro modo.»

Lo prendo in bocca e comincio a succhiarlo. Lui chiude gli occhi e si appoggia meglio al muro.

«Questo sì che è un buongiorno.»

Lo succhio a lungo, inginocchiato nella vasca bagnata del loro piscio, mentre Franco e Davide si siedono sul bordo e guardano. Sergio diventa sempre più duro, sempre più grosso, finché non riesco più a tenerlo tutto e devo usare la mano. Viene così, con un sospiro lungo, la mano sulla mia nuca, dritto sulla lingua.

«Tienila.»

La tengo in bocca. Lui fa un cenno a Franco, che si sporge nella vasca e mi bacia, e prende metà della sborra di Sergio dalla mia bocca alla sua. Poi me la ridà indietro. Poi la passo a Davide. Poi Davide me la rimette in bocca.

«Adesso sì.»

Ingoio.

Apriamo la doccia e ci laviamo in quattro come stanotte, stretti, scivolando, le mani dappertutto, e io con la testa che gira per il caldo e per tutto il resto.

La colazione la facciamo sulla terrazza. Il sole è uscito, il mare è piatto e luccica, e fa quasi caldo. Sergio fa il caffè nella moka grande, Davide scende al bar sotto e torna con un vassoio di cornetti e due bottiglie di prosecco.

«Io oggi devo guidare,» dice, posando le bottiglie. «Quindi prendo un bicchiere e basta. Voi bevete per me.»

Bevono per lui. Franco e Sergio si riempiono i bicchieri e riempiono il mio, e ogni volta che lo abbasso di due dita c’è qualcuno che me lo riempie di nuovo. Prima delle dieci ho già la testa leggera.

Sono l’unico nudo. Loro hanno messo su qualcosa, Franco una maglietta e i boxer, Sergio l’accappatoio azzurro dell’ingresso, Davide la camicia aperta e i pantaloni della tuta. Mi fanno sedere in mezzo e parliamo come quattro amici in vacanza. Del mare, di Pescara d’estate, di un ristorante che Sergio conosce sulla costa. Franco racconta che lui e Davide si sono conosciuti in un locale a Roma nell’ottantanove, e che Davide allora aveva i capelli neri fino alle spalle.

«Davvero?»

«Ti mostro le foto,» dice Franco. «Sembrava un cantante.»

«Non gliele mostri,» dice Davide ridendo.

Le mani non stanno ferme neanche adesso. Sergio, seduto accanto a me, mi tiene la mano sul cazzo come si tiene la mano di qualcuno, e ogni tanto me lo accarezza. Franco mi versa il prosecco sul petto e si china a leccarlo. Davide mi passa dietro e mi infila due dita nel culo mentre mi chiede se voglio un altro cornetto.

Poi Franco alza il bicchiere.

«Facciamo un brindisi come si deve.»

Prende un bicchiere vuoto dal vassoio e lo mette in mezzo al tavolo. Poi si abbassa i boxer. Sergio capisce subito e si apre l’accappatoio. Davide ride e si abbassa la tuta.

«Inginocchiati qui,» mi dice Franco. «E aiutaci.»

Mi inginocchio sulle doghe della terrazza. Passo da uno all’altro succhiandoli, sotto il sole, il mare davanti, con il prosecco che mi gira in testa. Quando sono duri si alzano in piedi tutti e tre intorno al tavolo e si segano sopra il bicchiere.

Ci mettono un po’. Sono vecchi, hanno già sborrato stamattina, e lo dicono ridendo. Mi fanno succhiare a turno per aiutarli. Franco arriva per primo, la cappella puntata nel bicchiere, e la sborra cola giù lungo il vetro. Poi Sergio, che ne ha più di tutti anche alla seconda della giornata. Davide per ultimo. Il fondo del bicchiere è coperto di bianco.

Franco ci versa sopra il prosecco. Fa la schiuma. Me lo porge.

«Alla salute.»

Prendo il bicchiere. Mi guardano tutti e tre, in piedi intorno a me, con i cazzi ancora in mano. Lo porto alle labbra e lo bevo tutto, piano, il prosecco freddo e frizzante e sotto la loro sborra che scivola giù densa. Lo finisco. Ci passo la lingua dentro per prendere l’ultimo pezzo attaccato al vetro.

«Alla salute,» dico.

Applaudono tutti e tre, e Sergio mi dà un bacio sulla testa.

Verso le undici Franco si stende sul lettino al sole e dice che non si muove più. Sergio si mette sul divano dentro a leggere il giornale, gli occhiali sul naso. Davide comincia a sistemare la cucina.

Io sono ubriaco e ho voglia. Ho voglia di tutto. E loro lo sanno.

Vado da Sergio sul divano e mi inginocchio tra le sue gambe, senza che nessuno me lo dica. Gli apro l’accappatoio. Lui abbassa appena il giornale, mi guarda da sopra gli occhiali, e lo rialza.

«Fai pure. Io leggo.»

Glielo succhio mentre legge. Lento, a lungo, tutto il suo cazzo enorme che piano piano si risveglia nella mia bocca. Lui gira le pagine. Ogni tanto commenta una notizia ad alta voce verso la cucina, e Davide gli risponde, come se io non ci fossi.

Quando è duro del tutto abbassa il giornale.

«Siediti.»

Mi siedo sopra di lui come ieri sera, a cavalcioni, e scendo piano su quel cazzo. Il buco è indolenzito, ma è anche aperto, e lo prendo tutto. Comincio a muovermi. Sergio riprende il giornale e lo tiene alzato dietro la mia spalla.

«Continua. Ti dico io quando basta.»

Lo cavalco per non so quanto, su e giù, mentre lui legge. A un certo punto Franco entra dalla terrazza con la faccia rossa di sole, ci vede e si mette a ridere.

«Ma voi non vi fermate mai?»

«È lui che non si ferma,» dice Sergio, senza alzare gli occhi dal giornale.

Franco si mette dietro di me sul divano. Sento le sue dita sul mio buco, intorno al cazzo di Sergio, come ieri sera Davide. Poi sento la sua cappella che preme e cerca spazio accanto a quella di Sergio.

Mi irrigidisco.

«Rilassati,» mi dice nell’orecchio, la voce bassa. «Piano. Se non va, non va.»

Davide arriva dalla cucina con lo strofinaccio in mano e si ferma a guardare.

«Ci provi?» mi chiede.

Lo guardo. Ho il cuore che batte forte.

«Sì. Piano.»

Davide prende il lubrificante dal mobile e lo versa abbondante, su di me, sul cazzo di Franco, su quello di Sergio. Franco spinge piano. Non entra. Si ferma. Sergio mi tiene i fianchi fermi. Respiro. Franco spinge ancora, piano piano, e sento il buco che si allarga in un modo che non ho mai sentito, e la cappella che entra accanto all’altro cazzo.

Mi scappa un urlo. Si fermano tutti.

«Tutto bene?»

«Sì. Sì. Non vi muovete un attimo.»

Restiamo fermi. Sento i due cazzi dentro di me, uno accanto all’altro, che pulsano. Sono pieno come non sono mai stato. Davide si inginocchia accanto al divano e mi accarezza la faccia.

«Respira. Sei bravissimo.»

Respiro. Poi comincio a muovermi io, appena, pochi centimetri. Sergio geme. Franco geme. Io non so più nemmeno che verso faccio.

Non dura tanto. Non potrebbe durare tanto. Si muovono appena, piano, tutti e due insieme, e io sto in mezzo con la testa appoggiata sulla spalla di Sergio e la bocca aperta. Dopo qualche minuto Franco esce piano, e io sento il vuoto improvviso e il buco che pulsa.

«Basta così,» dice Davide. «Per oggi è abbastanza.»

Sergio mi solleva e mi fa scendere in ginocchio. Lui e Franco si mettono davanti a me, si segano sopra la mia faccia e mi vengono sulla lingua insieme, quel poco che gli è rimasto dopo la mattina. Ingoio.

Davide mi tira su dal pavimento e mi abbraccia. Ho le gambe che non mi reggono.

«Sei pazzo,» mi dice nell’orecchio. «Sei completamente pazzo.»

Franco e Sergio vanno via dopo pranzo. Abbiamo mangiato gli avanzi della sera prima e finito il vino. Loro hanno smesso di bere a mezzogiorno per poter guidare, ma ci hanno lasciato tutte le bottiglie aperte, e Davide mi ha fatto finire quello che restava mentre lui beveva acqua.

Sulla porta Sergio mi accarezza la guancia con il dorso della mano.

«Bravo ragazzo. Davide sa dove trovarmi.»

Franco mi prende il mento con due dita, come la prima volta.

«La prossima volta vieni a casa mia. Davide te lo porto io.»

«Non se ne parla,» dice Davide.

La macchina si allontana sulla ghiaia. Davide chiude la porta e restiamo soli. La casa è silenziosa all’improvviso, solo il mare fuori. Ci guardiamo e ci mettiamo a ridere, tutti e due, senza motivo.

«Stanco?»

«Morto.»

«Peccato. Perché prima di partire devo pisciare.»

Lo seguo in bagno. Entro nella vasca e mi inginocchio per l’ultima volta. Lui si mette sul bordo, mi prende la testa con una mano e me la piscia in bocca. Piano. Senza fretta. Ne bevo un paio di sorsi, il resto mi cola sul petto.

Poi mi lascia andare la testa.

«Girati. L’ultima la voglio lì.»

Mi giro e mi piego in avanti nella vasca, le mani dietro ad aprirmi il culo. Il buco è gonfio, indolenzito, ancora aperto dalla mattina. Lui finisce lì sopra, dritto sul buco, piano, e io sento il calore entrarmi dentro e colare giù, e gemo con la fronte appoggiata allo smalto.

Quando ha finito resta un momento a guardarmi così, piegato e aperto.

«Questa casa mi mancherà,» dice.

«Anche a me.»

«No. A te mancherà la vasca.»

Ridiamo. Poi entra nella vasca con me, apre la doccia e mi lava tutto, piano, i capelli, la schiena, il culo, le gambe, i piedi. Mi asciuga con l’asciugamano azzurro. Poi mi porge i miei vestiti piegati.

«Puoi vestirti. Ma niente mutande.»

Chiudiamo la casa alle cinque. Il sole è già basso dietro i pini, e il mare è diventato arancione. Davide carica le valigie, chiude il bagagliaio e si mette al volante. Io salgo accanto a lui. Il sedile di pelle è caldo.

«Cintura.»

La allaccio.

Lui mette in moto e parte senza dire niente, come venerdì. Passiamo per le stesse strade di villette chiuse, le stesse pensioni con le insegne spente, e poi la rampa dell’autostrada. Il sole ci batte negli specchietti.

Appena siamo in autostrada mi prende la mano e se la porta tra le gambe.

È duro.

«Ma come fai?» gli chiedo, davvero stupito.

«Con te è facile.»

Si apre i pantaloni con una mano sola, come venerdì. Bottone, zip, l’elastico dei boxer. Se lo tira fuori, e la mano destra mi si posa sulla nuca.

«Il tuo posto.»

Mi slaccio la cintura e mi piego su di lui. Lo prendo in bocca. La leva del cambio mi preme sul fianco, le ginocchia contro il cruscotto, il collo storto. Tutto uguale a venerdì sera. Solo che adesso conosco ogni centimetro di quel cazzo, ogni vena, come si gonfia la cappella prima che venga, come gli piace essere succhiato quando guida.

Mi tiene giù per un tempo lunghissimo. Non ha fretta. Ogni tanto mi lascia tirare su per bere un sorso d’acqua dalla bottiglia, poi mi rimanda giù. Lo succhio con gli occhi chiusi, cullato dal motore, mezzo addormentato con il suo cazzo in bocca.

Passiamo davanti all’area di servizio dove ci siamo fermati venerdì. La riconosco dal cartello. Lui rallenta.

«Ti ricordi?»

«Sì.»

«Vuoi fermarti?»

Ci penso. Il bagno, i neon, l’uomo con il giubbotto scuro che mi guardava.

«No. Continua.»

Lui sorride e accelera di nuovo.

Viene vicino a L’Aquila. Mi tiene fermo con il naso nei suoi peli e mi riempie la bocca come la prima sera, e io ingoio tutto e glielo pulisco piano con la lingua, e resto lì con la guancia appoggiata sulla sua coscia e il suo cazzo morbido che mi riposa sulle labbra.

Lui mi accarezza i capelli e guida.

Sono le otto quando la macchina si ferma sotto casa mia. È buio. La strada è la stessa di venerdì, lo stesso lampione, lo stesso marciapiede dove ho aspettato con lo zaino ai piedi e il cuore che batteva. Mi sembra passato un mese.

Davide spegne il motore. Si gira verso di me e mi guarda a lungo.

Ho le labbra gonfie, le ginocchia segnate, il culo che mi fa male a ogni movimento, e ho ancora in bocca il sapore di tre uomini diversi.

«Il weekend è finito,» dice. «Non sei più mio.»

«Lo so.»

«Sei sicuro?»

Lo guardo. Ci pensiamo tutti e due.

«No.»

Lui ride piano. Si sporge, mi prende la nuca con la mano e mi bacia. Lungo. Come non mi ha mai baciato in tutto il weekend.

«Vai,» dice. «Ti scrivo io.»

Prendo lo zaino ed esco. L’aria di Roma è più calda di quella di Pescara, sa di smog e di pizza al taglio. Mi giro sul marciapiede. Il finestrino si abbassa.

«Marco.»

«Sì?»

«Il mese prossimo Franco ha una casa in montagna.»

Il finestrino si richiude. La macchina riparte e gira l’angolo.

Io resto lì, sotto casa, con lo zaino in mano e il cazzo che mi diventa di nuovo duro nei jeans.

Fine del terzo e ultimo episodio.
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