Gay & Bisex
Il comandante (2)
12.04.2026 |
3.256 |
5
"Lo sentii nuovamente gemere, mentre ad ogni leccata il suo buco elastico reagiva ritmicamente..."
Sentivo l’acqua scorrere nel bagno adiacente alla camera. Non mi sembrava vero che Antonio, il bel comandante a cui avevo dedicato le mie seghe per mesi, fosse nudo a qualche metro da me, intento a levarsi di dosso il ricordo dei nostri amplessi.Rimanevo lì, solo tra le coperte, immerso nel suo odore. E l’idea che, se avessi voluto, mi sarei potuto infilare in bagno con una scusa per scoparlo sotto la doccia o anche solo per provocarlo con un inaspettato pompino, mi impediva di gestire la potente erezione che sembrava lo stato naturale del mio cazzo, quando Antonio si trovava nelle vicinanze.
Uscì dal bagno avvolto nel mio accappatoio ed ebbi un sussulto: quell’immagine inattesa di lui in quel contesto domestico, quasi familiare, mi generò un calore inaspettato. Per la prima volta non lo vidi come un compagno di letto, bensì mi resi conto di quanto mi risultasse naturale averlo attorno, vederlo muovere con disinvoltura nella fortezza della solitudine in cui mi ero rinchiuso negli ultimi anni.
Scattai in piedi e lo abbracciai. Il tempo di un bacio, delicato e spontaneo, e mi infilai sotto la doccia, delegando all’acqua l’incarico di trascinare lontano quei pensieri fuori luogo.
Quando salimmo in auto, Antonio cercò la mia mano appoggiata alla leva del cambio, e ci giocò lungo il breve tragitto. Arrivati al parcheggio scendemmo in quella serata calda per la stagione, quasi primaverile, e ci avviammo verso il centro.
Il mio bel comandante era più basso di me, ma solo di qualche centimetro. Capelli neri folti, occhi marroni, naso aquilino. Un passo spedito ma mai prepotente, di chi è abituato a cercare il suo posto nel mondo senza sgomitare. E poi quel fantastico culo sodo che nei jeans stretti calzava a pennello, sopra le gambe sottili. Quel culo che avevo adorato, leccato e scopato pochi minuti prima. E che ora ondeggiava per la strada a pochi centimetri da me.
Mi chiedevo se i passanti potessero anche solo immaginare l’intensità degli orgasmi che ci eravamo regalati, la frenesia con cui le nostre bocche e i nostri culi si erano aperti per accogliere i nostri cazzi. O se quello sarebbe rimasto sempre un segreto gelosamente custodito e imperscrutabile per chiunque altro, un’esclusiva magia della quale solo noi due eravamo consapevoli.
La pizzeria che avevo scelto la conoscevo bene. Ci avevo portato almeno un paio di ex e svariati primi appuntamenti. Sempre con il sorriso complice di Claudia, la ragazza alla cassa che aveva preso la scherzosa abitudine di commentare i miei accompagnatori. E ci vedeva lungo: quelli che non le piacevano spesso non arrivavano al secondo appuntamento, o si rivelavano dei perfetti coglioni poco tempo dopo.
Ci fecero accomodare a uno dei miei tavoli preferiti, nella saletta sul retro. Era la sala delle coppie, dove i tavoli erano solo per due e la relativa lontananza tra di essi garantiva intimità. Mi accomodai con Antonio, e gli spiegai le particolarità del menù e di quella pizza che mi piaceva tanto. Ma in realtà per tutto il tempo continuavo a rivedere, a ciclo continuo, gli spezzoni di quel pomeriggio, impressi nella pellicola della mia memoria, proiettati dal desiderio prepotente di aggiungere nuovi fotogrammi.
Ordinammo due pizze e due birre, e ci ritrovammo a parlare come forse non avevamo mai fatto, o almeno non così a lungo, con il rischio di scoprire un imbarazzo dal quale la passione ci aveva preservato. E invece le parole iniziarono a scorrere fluide, tra un brindisi e un boccone, mentre ci raccontavamo le nostre vite e i progetti per il futuro. Ci ritrovavamo nelle nostre riflessioni, condividevamo i nostri timori. La frenesia del sesso aveva lasciato spazio alla curiosità di conoscere e capire, di saperne di più su quel bel comandante trapiantato.
Quando scivolammo nella politica, argomento sempre spigoloso su cui si schiantano a volte le migliori premesse, gli esposi le mie perplessità sullo stato attuale delle cose, senza mezzi termini. Dichiarai il fastidio quasi fisico che mi procurava la demagogia dilagante, il ricorso esasperato ai sentimenti più bassi delle persone per ottenere consenso. L’assurda pretesa di avere un diritto assoluto di nascita, come se il venire al mondo in una parte o in un’altra del mondo fosse un merito acquisito, e non una semplice casualità.
Antonio continuò a fissarmi in silenzio, con attenzione, fino a quando non ebbi finito. Poi prese la birra, bevette un lungo sorso e mi guardò dritto negli occhi con fare minaccioso.
“Dopo tutto quello che ho sentito, ho solo una cosa da dirti”.
Il suo sguardo rimaneva imperscrutabile, mi chiesi se non avessi esagerato.
“Sposiamoci”.
Scoppiammo a ridere entrambi, in modo spontaneo e spettinato, tra la perplessità dei pochi clienti annoiati.
Finimmo le nostre pizze e su proposta di Antonio ordinammo il dessert, un tortino al cioccolato che soddisfò le nostre aspettative. Lo mangiammo dallo stesso piatto, posto al centro del tavolo, consapevoli che il vero dolce lo avremmo gustato una volta giunti a casa.
Quando arrivammo alla cassa non diedi il tempo al mio ospite di estrarre il portafoglio, e pagai il conto. Rassegnato, Antonio ne approfittò per andare in bagno. Seguii con lo sguardo il suo culo sodo che spariva dietro l’angolo della sala, sotto l’occhio esaminatore di Claudia.
“Devo aspettarmi i confetti?”.
Guardai Claudia con sconforto.
“Troppo distante, non potrebbe mai funzionare”.
“Dal modo in cui lo guardi, potresti attraversare l’oceano a nuoto per rivederlo”.
Aveva ragione, come sempre. La cena aveva confermato quello che avevo provato a letto e ancor prima nei mesi zeppi di messaggi, audio e foto piccanti. Antonio aveva smosso qualcosa che era rimasto paralizzato a lungo, aveva risvegliato desideri che credevo di aver messo a tacere. Desideri che avrei dovuto imparare a gestire dopo la sua partenza.
Passeggiammo nel centro ormai addormentato, senza parlare. Ogni tanto Antonio fingeva di sbilanciarsi e mi dava una spinta sul braccio, ed ero costretto a fingere di sorreggerlo, ignorando che mi bastava quel tocco per avere di nuovo voglia di lui. Ridevo fuori, ardevo dentro.
Arrivammo al parcheggio deserto, e complice la birra e la sua imminente partenza, sentii il bisogno di agire. Lo strinsi a me e lo baciai lì, sotto la luce del lampione, incurante di chi potesse vederci. Nel posto in cui sapeva portarmi c’era solo la sua bocca, tutto il resto smetteva di avere significato. Strinsi il suo culo e lo tirai a me, costringendolo a sentire quanto era dura la mia fame di lui.
Il comandante staccò una mano dalla mia schiena e la lasciò scorrere lungo il mio fianco, per poi farla insinuare tra i nostri bacini.
“Ma non ne hai mai abbastanza?”.
Chiese mentre scendevo a baciargli il collo.
“No, di te non ne avrò mai abbastanza”.
Fissai i suoi occhi e capii che aveva anche lui un’urgenza che non poteva attendere, un desiderio che pretendeva immediata soddisfazione. Mi guardai attorno, e ricordai quel cantiere che avevo notato arrivando, sembrava stessero ammodernando un condominio degli anni settanta. Senza esitare gli chiesi di seguirmi.
Lo trascinai oltre le transenne nel luogo meno romantico del mondo: lo stretto spazio nascosto tra un bagno chimico e l’edificio in ristrutturazione. Antonio riprese a baciarmi con foga, mentre armeggiava con la mia cintura. In pochi istanti mi abbassò pantaloni e slip, e iniziò a soppesare quel cazzo che reagiva a ogni suo tocco, come un cane scodinzola alla carezza del padrone.
Rapito dalla situazione (in passato mi aveva raccontato di quanto amasse il sesso all’aperto), si inginocchiò e si infilò il cazzo in bocca fino alle palle. Iniziò un’abilissima danza con la lingua, che percorreva e solleticava delicatamente la mia asta, alternata a potenti e inattesi risucchi sulla cappella esasperata.
Quando capì che non avrei resistito molto a quel trattamento, si alzò e si girò, dandomi le spalle. Si abbassò jeans e mutande quanto bastava per esporre alla luce della luna quei globi pallidi attorno ai quali orbitava il mio desiderio.
Si aprì con le mani quel paradiso in cui avevo goduto nel pomeriggio, e indietreggiò con il bacino fino ad incontrare la mia cappella. Rimase così, esercitando una pressione costante, forzando l’ingresso millimetro dopo millimetro, finché il glande si ritrovò fermo sulla porta, incapace di decidere se fosse meglio avanzare o arretrare.
Sentivo la pressione del suo sfintere sul mio membro, e ogni movimento mi provocava spasmi di piacere. Antonio ne era consapevole e allentava la pressione quel tanto che bastava per illudermi di essere libero, salvo poi intrappolarmi nuovamente in quella morsa letale. Sarei potuto venire così, eruttando nel suo culo, inondandolo di denso piacere. Ma avevamo stabilito delle regole precise, il bareback non rientrava tra queste.
Con un ultimo sforzo di volontà, uscii dal suo culo e mi abbassai per infilare la lingua in quella caverna bollente. Lo sentii nuovamente gemere, mentre ad ogni leccata il suo buco elastico reagiva ritmicamente.
Lo sentii armeggiare nelle tasche dei jeans, dalle quali estrasse un piccolo riquadro argentato che mi allungò. La sua lungimiranza me lo fece apprezzare ancora di più, e glielo dimostrai affondando la mia lingua nelle sue viscere, letteralmente scopandolo con essa.
Il suo buchetto oscenamente aperto era pieno della mia saliva, e dai gemiti che non riusciva a trattenere capii che aveva bisogno di qualcosa di più consistente.
Senza staccare la lingua srotolai il preservativo sulla mia asta, quindi mi alzai rapidamente e puntai la cappella incappucciata sul suo buco. Non ci fu quasi bisogno di spingere, il mio cazzo e il suo culo si fusero in un’unica entità senza soluzione di continuità.
Iniziai a scoparlo con forza, spinto dalla cedevolezza dei suoi muscoli anali e dalla rumorosità dei suoi sospiri. Con una mano si sorreggeva contro la parete, con l’altra afferrava la mia chiappa destra e suggeriva il ritmo e l’intensità di quella cavalcata. Nell’aria fresca della sera, lontano da occhi indiscreti, la nostra voglia esplodeva scatenando incendi incontrollabili in entrambi, avvicinandoci al punto di non ritorno.
Quando le spinte si fecero più rapide e scomposte, mi disse che aveva sete. Si sfilò dal mio cazzo e si girò, piantandomi quegli occhi scuri nella memoria, colpendomi tanto a fondo da centrarmi l’anima. Se avessi dovuto descrivere il desiderio, dargli una forma fisica, lo avrei dipinto con gli occhi di Antonio in quel momento.
Si abbassò e mi tolse il preservativo, quindi Inghiottì il cazzo con una lentezza esasperante, limitando al massimo l’attrito, lasciandomi in attesa di quella rapida conclusione che il mio corpo bramava. Iniziò quel suo delicato risucchio sulla cappella, che mi aveva già portato all’esasperazione, e sentii ancora una volta la marea salire, l’orgasmo al limite di quella diga che poteva crollare in qualsiasi momento.
Ma come se conoscesse perfettamente le istruzioni del mio corpo, il comandante prese in mano la situazione e mi lasciò lì, immobile, ad implorare per un sollievo che ponesse la parola fine al piacere sconfinato che mi stava procurando.
“Ti prego…”.
Probabilmente aspettava proprio quella supplica, perché infilò subito la cappella in bocca e diede un unico, preciso colpo di lingua sul frenulo, accarezzando quel filetto di pelle che se stimolato in modo sapiente sa donare grandi soddisfazioni.
Esplosi per la terza volta, con un’intensità simile a un mancamento. Ricordo che guardai in basso e vidi Antonio con il mio cazzo pulsante tra le labbra, gli occhi fissi sui miei mentre gli sparavo in bocca una decina di getti viscosi.
Dopo avermi accuratamente ripulito il glande, si sollevò e avvicinò le sue labbra alle mie.
Mi baciò, prima delicatamente e poi voluttuosamente, lasciando che il sapore del mio sperma si mescolasse a quello delle nostre salive, creando un mix di dolcezza e oscenità che mi rapì totalmente.
Ci ricomponemmo e tornammo al parcheggio.
Salendo in auto, mi soffermai sull’orologio digitale al centro del cruscotto.
Erano solo le ventidue, e già ero venuto tre volte.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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