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Gay & Bisex

Il comandante (3)


di Free79ve
18.04.2026    |    2.846    |    2 9.5
"Insegnandomi che le regole ammettono sempre eccezioni, che il controllo può essere rassicurante, ma che perdere il controllo significa vivere davvero..."
Rincasammo pochi minuti dopo e ci baciammo sull’uscio come se fosse un gesto abituale, come se si trattasse di una consuetudine consolidata nel tempo. Antonio mi disse che doveva fare una telefonata, e io gli concessi la dovuta privacy approfittandone per fumare una sigaretta in giardino.
Avevo smesso di fumare, in realtà, ma mi concedevo una sigaretta nelle occasioni speciali. E quella decisamente lo era. Non credevo che quell’incontro potesse andare così bene, neanche nelle mie fantasie più sfrenate osavo sperare di sentirmi tanto a mio agio con un perfetto estraneo. E l’aspetto paradossale era che più tempo passavo con lui, più ne desideravo.
Osservavo il fumo disperdersi nell’aria della sera, e scacciai il pensiero che il nostro tempo assieme stesse già finendo, che presto mi sarei dovuto separare da quel piccolo vulcano marchigiano e dallo tsunami che aveva scatenato dentro di me.

Rientrai e lo trovai sul divano, mentre controllava le ultime notifiche sul cellulare. Mi sedetti accanto a lui e iniziai ad accarezzargli la nuca con una mano. Dimostrò di gradire inarcando il collo, e dopo aver sollevato le gambe si distese di lato, appoggiando la testa tra le mie. Continuai ad accarezzarlo scendendo lungo il fianco, per poi risalire percorrendo le linee del suo corpo: braccia, spalle e collo, non risparmiai nulla. Ogni tanto scendevo a baciarlo, e lui si allungava per intercettare le mie labbra. Era abbandonato tra le mie braccia, totalmente in balia di quelle dimostrazioni di affetto spontanee.
Restammo qualche minuto così, in silenzio, poi gli proposi di andare a dormire. Salimmo le scale e a turno ci preparammo per la notte, dividendo il bagno della mia camera da letto. Per cavalleria gli cedetti il primo turno, e quando ebbi finito lo ritrovai infilato sotto le coperte. Se da un lato sembrava strano dormire con un uomo che conoscevo appena, dopo tanto tempo in cui avevo dormito da solo, dall’altro il fatto che quell’uomo fosse lui non mi creava alcun tipo di imbarazzo. Con Antonio mi sentivo nel posto giusto al momento giusto, come se tutti gli eventi passati mi avessero intenzionalmente preparato a quell’incontro.

Mi distesi al suo fianco e lo abbracciai, avvolgendolo con il mio corpo. Le mie mani andarono a intrecciarsi con le sue, la mia testa sul cuscino accanto alla sua. Il mio bacino aderiva perfettamente al suo fondoschiena, e non ci volle molto perché quel contatto tenero ed innocente risvegliasse desideri peccaminosi. Sotto il sottile strato di cotone, il mio cazzo pulsava alla ricerca di quell’anfratto che ormai riconosceva e bramava. Sarebbe stato inutile spiegargli che il momento era perfetto così, nella sua innocente tenerezza.
Antonio si accorse della pressione e iniziò ad assecondarmi spingendo il suo morbido culo all’indietro, in modo da avvolgere completamente la mia erezione. Il mio inguine reagì al nuovo stimolo aumentando all’inverosimile la tensione, finché il prigioniero ribelle non riuscì a sgusciare fuori dalla gabbia di tessuto.
Allungai una mano per risistemarlo, e nell’afferrarlo mi accorsi che era grondante di liquido. Quel ragazzo aveva la capacità di condurmi a vette di eccitazione che non avevo mai provato prima, e il mio corpo sembrava totalmente in sua balia.
Non avevo però tenuto conto delle intenzioni del mio compagno di letto, che evidentemente non voleva abbandonarsi alla stanchezza. Afferrò l’asta che avevo rinfoderato e la segò lentamente un paio di volte, quindi la liberò nuovamente dalla stoffa che la tratteneva a stento. Fece lo stesso con il suo liscio culo, portando il suo calore a contatto con il mio.
I suoi movimenti stuzzicavano il glande, il suo lento andirivieni esasperava la mia voglia di lui.
“Metti il preservativo”.
Obbedii al mio comandante e avvolsi nel lattice la mia indisciplinata appendice. Nel mentre lui si sputò sulla mano e lubrificò la sua elastica fessura. Poi raccolse altra saliva, e la distribuì sul membro incappucciato, con attenzione e precisione.
Entrai dentro di lui senza fatica. L’intensità del pomeriggio aveva ammorbidito le carni, e il desiderio abbatteva in lui ogni resistenza. Fu una scopata lenta e appassionata, governata da quella conoscenza che aveva vinto l’urgenza del traguardo.
Ci godevamo ogni movimento, condividevamo ogni respiro. Afferrai il suo membro e lo masturbai al ritmo della penetrazione, come se si trattasse di un unico circuito ben sincronizzato.
A volte interrompevo le spinte del bacino per raggiungere la sua bocca, e le nostre lingue si intrecciavano per condividere il piacere. E quanto mi eccitava sentirlo sussultare quando, senza preavviso, spingevo a fondo dentro di lui, interrompendo quella piacevole pausa.
Avremmo potuto continuare all’infinito, ma avevamo entrambi bisogno di dormire. Accelerai il ritmo di mano e bacino, cercando di percepire dai suoi gemiti la prossimità dell’orgasmo. Appena sentii gli spasmi del suo cazzo nella mia mano, mi lasciai andare e scaricai nel preservativo tutto il piacere accumulato.
La combinazione delle nostre sborrate sincronizzate fu letale: mentre mi riempiva la mano del suo sperma, sentivo il suo culo contrarsi intensificando il mio godimento, prosciugandomi fino allo sfinimento.
Rimasi immobile per qualche istante, stringendo quel corpo al mio. Annusavo intensamente il suo odore, quel misto di sapone, sudore e sesso che volevo memorizzare per quando non ci sarebbe più stato, per quando la sua presenza tra quelle coperte sarebbe diventata un semplice ricordo, di quelli che fanno sorridere con nostalgia.

Mi ripulii e tornai a letto, trovandolo già addormentato. Dormiva con la bocca aperta, di lato, con la serenità di un bimbo. Sembrava impossibile che quello stesso ragazzo, all’apparenza innocente e inoffensivo, fosse capace di scatenare quella tempesta che mi aveva travolto mio malgrado, stravolgendo ogni parametro di riferimento che avessi avuto fino a quel pomeriggio.
Eppure tutto quello che volevo, in quel momento, era abbracciarlo e tenerlo stretto a me. Cullarmi nel pensiero che mi sarei svegliato l’indomani accanto a lui, che anche se per poco avrei potuto vedere nuovamente quegli occhi vispi che sorridevano ancor prima che le labbra si inarcassero.
Ma il pensiero di poter turbare il suo risposo, di rischiare di interrompere quella pace che lo aveva avvolto, mi spinse a girarmi dall’altro lato, evitando ogni contatto. Spensi la luce e chiusi gli occhi, e di me rimase solo il sorriso.

Aprii gli occhi alle prime luci dell’alba, ancora intorpidito dal sonno. Non realizzai immediatamente la situazione, e quasi trasalii quando voltandomi vidi quel corpo disteso accanto al mio. Dormiva beato, totalmente inconsapevole di quanto avveniva attorno a lui. Mi allungai verso la sveglia, che sarebbe suonata solo mezz’ora più tardi, obbligandoci a prepararci per ritornare alle nostre vite abituali.

Mi avvicinai al mio Antonio e lo abbracciai per condividere il suo calore, per sentirlo ancora una volta come un’estensione del mio essere. Lo avvolsi da dietro e gli baciai teneramente il collo, e lo vidi ritornare lentamente alla coscienza.
“Buongiorno”.
Ricambiò il mio saluto e si voltò leggermente per potermi baciare. Un bacio leggero e soffice, al quale ne seguì un secondo e poi un terzo. Ma già al quarto la lingua aveva reclamato le attenzioni di cui ormai si sentiva titolare, e ci ritrovammo a scavare nelle nostre cavità orali con intensità.
La sua mano scese a cercare quello che ormai era divenuto un compagno abituale di giochi, e lo tastò soddisfatto.
“Posso salutare anche lui?”.
Mi limitai ad obiettare che avevamo solo trenta minuti, e che stava a lui decidere come investirli. Potevamo fare colazione assieme, oppure…
“Posso sempre mangiare qualcosa in stazione. Questo, invece, posso mangiarlo solo adesso”.
Scese verso il mio inguine e portò le gambe verso la testiera del letto, lasciandomi libero accesso al suo bacino. Abbassai le mutande e mi ritrovai quel meraviglioso cazzo eretto che puntava minaccioso verso la mia bocca.
Iniziammo un sessantanove lento e bagnato, e mi godetti ancora una volta quella sua capacità di gestire la mia eccitazione con estrema lentezza e precisione, con gesti leggeri e calcolati, come se la sua lingua fosse seta e le sue labbra morbido cotone.
Il tempo attorno a noi smise di avere alcun significato. Nel mondo intero c’eravamo solo noi, i nostri cazzi e le nostre bocche. Nulla al di fuori di quel letto aveva alcuna rilevanza, per noi. Ma, come sempre accade, la sveglia ci riportò alla realtà.
Con grande dispiacere ci alzammo e lo invitai a usufruire per primo del bagno. Antonio si avviò rassegnato e mi lasciò lì a riassettare il letto. Aprii la finestra per arieggiare quella stanza indecentemente profumata di sesso, e cercai di ridare un senso a quel marasma di coperte e cuscini che avevano subito l’impeto dei nostri amplessi.
E sorridevo, mentre i flash delle ultime ore invadevano la mia mente, convincendomi che anche se avrei salutato il mio comandante da lì a poco, difficilmente lo avrei congedato da quel ruolo che aveva assunto nei miei ricordi.

Mi chiamò a voce alta dal bagno, e andai da lui per capire se avesse bisogno di qualcosa. Aprii la porta e lo trovai nella doccia, sotto l’acqua corrente, l’asta sull’attenti e il sorriso sornione sulla faccia.
“Stavo pensando… forse se facciamo la doccia assieme guadagniamo qualche minuto, che dici?”.
Mi misi a ridere e mi liberai dei pochi indumenti che indossavo, gettandoli a terra. Mi precipitai su di lui e lo abbracciai, lo baciai, lo strinsi a me. Sapevo che il tempo era poco, ma il desiderio non ammetteva repliche.
Mentre le nostre bocche si fondevano, afferrai i nostri cazzi con una mano e li strinsi uno contro l’altro, cappella contro cappella. Li segai così, con forza, come se si trattasse di un unico organo, come se le nostre mucose fossero due metà della stessa libidinosa creatura.
L’orgasmo ci raggiunse rapidamente, e restammo lì a baciarci, mentre i nostri liquidi seminali si confondevano e mescolavano sui nostri addomi.

Finimmo di lavarci con dolcezza, ridendo e scherzando, infilando ogni tanto un dito in quei pertugi che avevamo esplorato ripetutamente, prendendo nuovamente in mano quelle appendici pendule che riposavano flaccide dopo averci regalato la loro prepotenza.
Bevemmo un caffè al volo dopo esserci rivestiti, e ci precipitammo in auto. Affrontammo il traffico della tangenziale arrivando nei pressi della stazione in orario utile, ma non con l’anticipo che avrei voluto. Non avevo il tempo per trovare parcheggio senza rischiare di fargli perdere il treno che lo avrebbe portato via da me.
Fui costretto a sostare e a salutarlo così, nell’abitacolo della mia auto.
“Sono stato veramente bene, sei un ospite perfetto”.
Gli sorrisi di cuore.
“Non mi devi ringraziare, ho fatto tutto con piacere. Anzi, sono io che ti devo ringraziare, non credevo potesse andare così bene. Non lo immaginavo neppure”.
Si avvicinò e mi baciò. Il mondo intero scorreva accanto a noi, nel traffico congestionato dell’ora di punta. Ma non sentivo alcun rumore, non percepivo alcun movimento.
“Lo sai, vero, che questo non è un addio?”.
“Lo spero. E magari la prossima volta sarai tu a ospitarmi”.
“Volentieri”.

Nessuno sembrava voler fare la prima mossa, ammettere che il nostro tempo era finito.
Lo baciai di nuovo, a occhi chiusi, cercando di trattenere sulle labbra il suo sapore. Nel mentre allungai una mano sul suo inguine, che trovai sensibilmente gonfio.
Sbuffai.
“Vattene, prima che cambi idea”.
Mi guardò un po’ deluso, ma raccolse le sue cose e aprì la portiera dell’auto.
“Ciao, allora”.
“Ciao, per ora”.
Sorrise, e per l’ultima volta incrociai quegli occhi vispi che tradivano il desiderio di restare.
Scese dall’auto e lo vidi allontanarsi verso la stazione, con quel culo ondeggiante che avevo scopato, portando con sé quel profumo che avrei presto dimenticato, scrivendo la parola fine su quell’avventura che aveva stravolto tutto quello che credevo di sapere. Insegnandomi che le regole ammettono sempre eccezioni, che il controllo può essere rassicurante, ma che perdere il controllo significa vivere davvero.

Antonio e io continuiamo a sentirci, mentre programmiamo il nostro secondo incontro. Senza ansia e fretta, senza impegni e promesse. Solo con la voglia di stare ancora assieme, di condividere quel tempo che sappiamo rendere memorabile.
E quando vedo la notifica di un suo messaggio, so come esordirà ancora prima di aprirlo.

“Buongiorno, pisellone!”.

E ogni volta sorrido, pensando al mio comandante.



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