Gay & Bisex
L'accettazione di un desiderio
01.06.2026 |
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"La sua stazza da ex rugbista, ora tutta protesa in avanti, mi sovrastava completamente..."
Questo racconto segue "Il convegno a Bologna". Personaggi potrebbero essere reali ma i fatti sono di pura fantasia.VITTORIO
Era un’assurdità. Stava accadendo e, dentro di me, non vedevo l’ora. Il peso di Gabriele mi schiacciava contro il materasso; le sue ginocchia, piantate ai lati dei miei fianchi, erano l’unica cosa reale in quella stanza di motel. Il mio cazzo, fasciato stretto nel lattice del preservativo che avevo appena indossato con mani tremanti, premeva contro il suo culo, sodo e contratto. Il fatto che non avessi mai fatto una cosa del genere non contava più nulla: volevo scoparlo, volevo scardinarlo, quel desiderio represso per mesi stava finalmente esplodendo con la violenza di un treno in corsa.
Lui non perse tempo. Inclinò il bacino e, con una lentezza che mi faceva quasi impazzire, iniziò a scendere su di me.
«Piano, Vitto... guardami», mi ordinò. La sua voce mi costrinse a fissarlo negli occhi proprio mentre la punta vinceva la resistenza del primo anello muscolare. Una barriera tesa che cedette con uno spasmo violento, facendomi serrare i denti per un piacere atroce che mi ribaltò i sensi. Non mi fermai. Spinsi ancora, di pura istintività, superando anche la chiusura del secondo anello; quella muscolatura rovente mi inghiottì fino alla base con una morsa brutale che mi fece uscire un «Cazzo...» gutturale, uno shock che mi mandò in cortocircuito il cervello.
«Ci sei, entra tutto», mi incitò lui con una nota di comando che fece saltare ogni freno. Lo guardai in faccia: il collega misurato era sparito; al posto suo c’era solo un uomo scosso da una smorfia cruda, occhi lucidi e labbra socchiuse in cerca d'aria. Con un ultimo colpo, affondai fino a far scontrare le mie palle contro il suo culo, chiudendo ogni distanza.
Ero sepolto dentro di lui. Sentivo le sue pareti interne muoversi, contrarsi con una consapevolezza tutta loro, come se quel canale muscolare avesse una fame antica quanto la mia e mi stesse risucchiando, annullando ogni distinzione tra il mio corpo e il suo. Gabriele iniziò a muoversi con una foga ritmica, colpi sgraziati e pesanti che facevano gemere il letto, mentre la sua bocca, deformata dai respiri, sprigionava una sensualità che mi fece perdere il controllo. Sentii un interruttore scattare dentro di me: resettai tutto, le bugie, le paranoie, la mia vita precedente. Volevo solo prenderlo, volevo solo quel corpo.
«Sì, così... cazzo, Gabriele, sì», ringhiai, assecondando ogni suo affondo con le mani che gli scavavano la pelle sudata. Quando si piegò in avanti, annullando ogni spazio tra i nostri petti, non aspettai nemmeno un secondo. Mi avventai sulla sua bocca, gli infilai la lingua in gola con una voracità sporca, quasi violenta, in un bacio che sapeva di quella fame che, finalmente, non aveva più bisogno di essere negata.
GABRIELE
Non avrei mai pensato di spingermi a tanto con Vittorio. Eppure, sentirlo dentro di me aveva una carica diversa, qualcosa di molto più eccitante rispetto a chiunque altro. Non era dotato in lunghezza, ma compensava con uno spessore massiccio, una consistenza solida e prepotente che mi riempiva in modo assoluto. Nonostante la mia esperienza, l’impatto iniziale fu brutale: sentii le pareti del mio corpo aprirsi e tendersi, come se mi stesse letteralmente squarciando. Un dolore acuto, quasi lacerante, che però non mi fece desistere; al contrario, quella sensazione di essere invaso da una massa così importante alimentò un'eccitazione febbrile, un piacere proibito a cui mi abituai nel giro di pochi istanti.
Quando mi protesi in avanti per baciarlo, persi la connessione con la realtà. Il sapore della sua saliva, la nota pungente del suo deodorante e la sensazione della sua barba che grattava contro le mie labbra mi mandarono in cortocircuito. Sotto le mie dita sentivo la consistenza del suo petto, una distesa di muscoli duri e villosi che tradivano il suo passato da rugbista. Vittorio era un toro: spalle larghe, schiena imponente e un corpo segnato da una massa solida che, in condizioni normali, trasmetteva un senso di sicurezza statica. Ma vederlo così, sotto di me, trasformato in una macchina di puro desiderio, era uno spettacolo brutale. Le sue mani – giganti, pesanti, cariche di una tensione feroce – si piantavano sui miei fianchi, stringendo la carne con una presa che dettava un ritmo brutale.
A un certo punto, nel pieno della foga, Vittorio tentò di voltarsi, provando a spingermi di spalle per prendermi a pecora. Voleva dominare, voleva affondare senza freni.
«No, Vitto... voglio guardarti», sibilai, bloccando il suo movimento con una spinta secca del bacino. Preferivo sentirlo così, supino. Volevo vederlo. Volevo fissare i suoi lineamenti deformati da una smorfia selvaggia, gli occhi sbarrati dal piacere, la mascella contratta nello sforzo. Mi stesi completamente, sollevando le gambe verso il petto per offrirmi, vulnerabile e senza più difese.
Vittorio non se lo fece ripetere. Con un movimento secco e sapiente, mi afferrò le caviglie e le caricò sulle sue spalle, sbilanciandomi e aprendomi ancora di più. Poi, con una spinta poderosa, rientrò dentro di me fino in fondo. La sua stazza da ex rugbista, ora tutta protesa in avanti, mi sovrastava completamente. Si accanì su di me con una violenza che mi tolse il fiato. Le sue spinte erano colpi sordi e pesanti, talmente forti da far vibrare l’intera struttura del letto e riempire la stanza del rumore umido della sua carne che sbatteva contro la mia. Ogni volta che entrava in profondità, sentivo la colonna muscolare della sua schiena contrarsi sotto la pelle sudata, un lavoro meccanico e disumano. Non era un bell'uomo, Vittorio — aveva i lineamenti segnati e squadrati — ma nel pieno di quella furia, il suo corpo imponente diventava uno spettacolo unico, erotico e devastante. I suoi gemiti erano rumorosi, gutturali, intervallati da imprecazioni sporche che mi arrivavano dritte nei timpani, alimentando il fuoco che avevo addosso. Sentirlo perdere il controllo, vederlo ansimare con quella brama cieca, mi teneva inchiodato al limite del collasso.
Quando arrivò al culmine, il suo corpo da toro si tese come una corda. Diede una serie di spinte finali, profonde e spietate, che mi scossero le viscere. Mi lasciò andare solo quando si accasciò su di me, il respiro un rantolo pesante contro il mio collo, il corpo ancora pulsante mentre scaricava dentro il preservativo.
In quel momento, la pressione che sentivo addosso si sciolse. Ero svuotato. Mi sentii finalmente leggero, come se quel peso enorme che avevamo trascinato per mesi si fosse dissolto in un istante. Senza nemmeno toccarmi, spinto solo dalla risonanza del suo piacere, il mio corpo reagì di riflesso: contrazioni violente mi scossero il bacino mentre venivo, un fiotto caldo e denso che si sparse tutto sulla sua pancia e sul mio basso ventre. In quell'istante mi sentii libero; una pace assoluta e rilassata mi percorse le membra, lasciandomi esausto e appagato, privo di ogni tensione mentale.
Vittorio si scostò appena, il fiato ancora corto, e mi fissò con uno sguardo che non riuscivo a decifrare.
«Ti ho fatto male?», chiese a bassa voce, il tono ancora graffiato dall'eccitazione.
Mentii, naturalmente. «No, per niente», risposi con un mezzo sorriso tirato, nascondendo il bruciore che mi pulsava dentro.
Vittorio rimase immobile sopra di me, il peso del suo corpo massiccio, la testa affondata nell'incavo del mio collo. Sollevò di poco il viso, guardandomi con un'intensità che non apparteneva al solito collega con cui condividevo i turni in reparto. C’era una fragilità grezza, quasi infantile, in quella sua richiesta.
«Gab... ti va se restiamo a letto ancora un po'? Non voglio tornare a casa. Per favore», sussurrò, la voce rotta da una supplica roca.
Lo guardai, studiando le rughe d’espressione che gli segnavano il volto, le tempie umide di sudore. Niente dolcezza, non tra noi. Tuttavia, sentire quella richiesta mi fece scattare qualcosa dentro.
«Sto qui, Vitto», risposi asciutto. «Non mi muovo. Abbiamo buona parte della giornata, finché non cala il sole o finché non decidiamo che è il caso di sparire da qui».
Non era una dichiarazione, né un invito a confidarci. Era solo un tacito accordo tra due uomini che avevano appena fatto a pezzi ogni difesa e non erano ancora pronti a rimettersi la maschera. Vittorio espirò profondamente, chiudendo gli occhi e accoccolandosi di nuovo contro di me. Si ripulì il ventre dal mio seme con un movimento distaccato, raccogliendone una traccia con l'indice e portandoselo alla bocca; poi, senza aggiungere altro, mi diede un bacio rapido sulle labbra prima di sprofondare nel sonno, lasciando che il respiro pesante e il suo lieve russare riempissero il silenzio claustrofobico del motel.
Poi venne il COVID.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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