Gay & Bisex
L'ETÀ CHE AVANZA ...
30.05.2026 |
1.817 |
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"Aveva la sensazione netta di essere in anticipo non su un appuntamento, ma su qualcosa che stava per accadere..."
Quando Giò arrivò nello studio dello psichiatra per la prima volta, non aveva alcuna voglia di parlare. Si sedette sulla poltrona vicino alla finestra e rimase in silenzio. Fuori pioveva, una pioggia sottile, quasi elegante, che scivolava lungo i vetri senza fretta.Aveva compito i cinquant'anni, una carriera universitaria rispettata, libri pubblicati, studenti che lo ascoltavano con ammirazione. Eppure da mesi si sentiva come una casa abbandonata. Dormiva male, mangiava poco e ogni mattina si alzava con la sensazione di avere un macigno sul petto. Le cose che un tempo amava — la filosofia, i viaggi, il mare d'inverno, le lunghe passeggiate sotto i portici di Bologna — avevano perso colore.
Lo psichiatra si chiamava Roberto Schulz. Aveva poco più di quarant'anni, occhi chiari e una voce calma che sembrava non avere bisogno di alzarsi mai.
«Da quanto tempo si sente così?»
Giò scrollò le spalle.
«Non lo so.»
«Mesi?»
«Forse anni.»
Per qualche secondo nessuno parlò. Poi Roberto annuì. Non sembrava impaziente né desideroso di riempire il silenzio. E questa cosa colpì Giò più di qualsiasi domanda.
Le settimane successive trascorsero lente. Ogni mercoledì pomeriggio percorreva le stesse strade e saliva le scale dello studio. All'inizio parlavano poco; poi, quasi senza accorgersene, Giò iniziò a raccontare. Del primo amore, delle occasioni perdute, delle persone che aveva lasciato andare e della paura di invecchiare da solo. A volte usciva da quelle sedute distrutto, altre leggermente più leggero, come se qualcuno avesse aperto una finestra in una stanza chiusa da troppo tempo.
Fu allora che iniziò a succedere qualcosa.
All'inizio Giò cercò di ignorarlo. Si disse che era una fase, una delle tante illusioni prodotte dalla solitudine. Dopotutto aveva trascorso una vita a studiare gli esseri umani, a leggere filosofi che avevano scandagliato ogni piega del desiderio e dell'inganno, a convincersi che nulla di ciò che accade nell'animo fosse davvero nuovo. Eppure quella volta era diverso. Roberto aveva occupato lentamente uno spazio che da anni era rimasto vuoto. Senza invaderlo, senza pretenderlo. Era entrato nella sua vita attraverso l'ascolto, e forse proprio per questo era diventato indispensabile.
I mercoledì assunsero una consistenza particolare. I giorni che li precedevano sembravano rallentare, quelli che li seguivano svuotarsi troppo in fretta. A volte Giò si sorprendeva a costruire mentalmente episodi da raccontare durante la seduta successiva; altre volte provava vergogna per quel bisogno crescente e cercava di reprimere ogni pensiero. Non funzionava. Una mattina, durante una lezione dedicata a Sartre, si accorse di aver perso il filo del discorso. Mentre parlava della libertà e della responsabilità individuale, gli tornò improvvisamente in mente un'espressione di Roberto osservata qualche giorno prima: un sorriso appena accennato, comparso per un istante mentre ascoltava un ricordo d'infanzia. Si interruppe, cercò di recuperare la concentrazione e proseguì la lezione, ma per il resto della giornata quella distrazione continuò a tormentarlo.
La consapevolezza arrivò lentamente. Non era tanto il desiderio di piacergli, né una fantasia romantica nel senso tradizionale del termine. Era qualcosa di più sottile e forse più pericoloso. Dopo anni trascorsi a sentirsi invisibile, Giò aveva incontrato una persona capace di guardarlo davvero. Non il professore universitario, non l'intellettuale, non l'uomo ironico e brillante che mostrava agli altri. Guardava lui, nelle sue fragilità più profonde, nei suoi fallimenti, nelle sue paure. E quella sensazione di essere finalmente visto aveva finito per assumere il volto di Roberto.
La settimana successiva Giò arrivò con un’ora di anticipo.
Non era da lui. Se ne accorse mentre camminava sotto i portici ancora semi vuoti, con quella luce lattiginosa che rendeva Bologna irreale nelle mattine d’inverno. Aveva provato a lavorare prima di uscire, ma non era riuscito a scrivere una sola riga. Le parole gli si erano fermate addosso, come se qualcosa dentro di lui avesse occupato tutto lo spazio disponibile.
Quando entrò nello studio, la sala d’attesa era ancora vuota. Si sedette senza togliersi il cappotto e rimase immobile, ascoltando i rumori dell’edificio: passi lontani, una porta che si chiudeva, il ronzio basso di un termosifone. Aveva la sensazione netta di essere in anticipo non su un appuntamento, ma su qualcosa che stava per accadere.
Quando Roberto aprì la porta e lo vide già lì, si fermò per un istante. «È presto oggi.»
Giò annuì appena. «Non riuscivo a restare a casa.»
Non era una frase importante, ma nell’aria prese un peso diverso. Roberto lo fece entrare e richiuse la porta. Per qualche secondo non si sedette subito, come se stesse valutando qualcosa che non aveva a che fare con la terapia. Poi prese posto di fronte a lui, con il solito gesto calmo, ma Giò ebbe l’impressione che quella calma fosse leggermente incrinata.
La seduta iniziò come sempre: sonno, pensieri ricorrenti, difficoltà di concentrazione. Giò parlava e si sentiva parlare da una distanza strana, come se la propria voce non gli appartenesse del tutto. Roberto ascoltava, ma ogni tanto lo osservava più a lungo del necessario, non in modo invadente, piuttosto come si guarda qualcosa che si è già notato ma che continua a cambiare significato.
Verso la fine si creò un silenzio diverso dal solito, più denso, quasi fuori posto. Giò non lo riempì. Nemmeno Roberto lo fece.
Poi disse, con voce più bassa: «In questi giorni mi sembra che lei stia trattenendo qualcosa con molta forza.»
Giò sentì un colpo netto nello stomaco. Avrebbe potuto restare nel linguaggio consueto, parlare di ansia, di depressione, di fatica. Invece non disse nulla per qualche secondo, poi alzò lo sguardo e lo tenne lì.
Per la prima volta non stava cercando soltanto aiuto.
Stava cercando lui.
Roberto non abbassò subito gli occhi. E quel dettaglio, minimo e decisivo, cambiò la temperatura della stanza. Non era più solo una seduta, e Giò lo capì con una chiarezza quasi fisica.
«Se continuo così…» iniziò, ma la frase si spezzò.
Roberto non lo incalzò. Rimase fermo, senza riportarlo nel consueto ordine delle cose. E in quel silenzio Giò ebbe una vertigine precisa: la sensazione che bastasse pochissimo per oltrepassare un confine che non sarebbe più stato ricostruito.
Si alzò senza decidere davvero di farlo. «Credo di aver bisogno di uscire.»
Roberto annuì appena. «Va bene.»
Giò uscì dallo studio con il cuore accelerato, senza sapere se quello che provava fosse paura o attrazione o una forma nuova di entrambe. Sotto i portici l’aria era fredda, ma lui sentiva addosso un calore che non riusciva a spegnere. E per la prima volta non gli sembrò più di essere soltanto depresso.
Gli sembrò di essere pericolosamente vivo.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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