Gay & Bisex
L'ETÀ CHE AVANZA ... 2
30.05.2026 |
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"Perché Giò, adesso, sapeva una cosa semplice e definitiva: non era più solo, nell'età che avanza, fuori dalla vita di qualcuno..."
Per il primo maggio Giò partì per il mare senza una vera idea di vacanza. Aveva accettato quasi per inerzia, come si accettano le cose che dovrebbero far bene sulla carta: un appartamento affittato a Chioggia, qualche giorno lontano da Bologna, il tentativo di respirare un’aria diversa. Ma già dal viaggio aveva capito che non sarebbe cambiato nulla. Portava con sé la stessa stanchezza, solo in un’altra luce.Il mare era fermo, quasi immobile, una distesa grigia che non prometteva nulla. Giò camminava sul lungomare senza meta, osservando le persone che ridevano in gruppo, le famiglie, le coppie, i corpi esposti con naturalezza. Si sentiva fuori posto, come se fosse arrivato in un tempo che non gli apparteneva più.
Fu nel tardo pomeriggio del secondo giorno che accadde.
Stava tornando verso l’appartamento quando lo vide. All’inizio pensò di essersi sbagliato, poi riconobbe il modo in cui si muoveva, la postura leggermente inclinata in avanti, il gesto della mano mentre parlava. Roberto Schulz.
Si fermò. Per qualche secondo rimase immobile, incapace di collocarlo in quel contesto. E subito dopo lo vide meglio: non era solo.
Accanto a lui c’era un uomo che Giò ricordava perfettamente. Lo stesso che aveva visto quella sera a Bologna, sotto i portici, mentre rideva con lui. Lo stesso sorriso aperto, la stessa confidenza evidente, la stessa leggerezza che a Giò era rimasta addosso come una scheggia.
Stavano camminando vicino al mare, parlavano fitto, e ogni tanto ridevano. Una risata vera, senza controllo, senza difese.
Giò sentì qualcosa chiudersi nello stomaco con una violenza immediata. Non era un pensiero, era un riflesso, un’increspatura fisica, quasi dolorosa.
Rimase a guardarli senza avvicinarsi. Roberto non lo vide subito. E quando lo fece fu un istante appena percettibile: uno sguardo che si spostò, una micro-pausa nel passo. Nulla di evidente, nulla che chiunque avrebbe notato. Ma non Giò.
Perché Giò in quel momento non stava guardando un uomo: stava guardando una possibilità che gli veniva sottratta senza che lui avesse mai avuto il coraggio di prenderla.
Sentì la gola stringersi. Il corpo diventò improvvisamente troppo presente: le mani, il respiro, il battito accelerato. Tutto troppo vivo, troppo esposto.
Abbassò lo sguardo.
Quando lo rialzò, i due stavano ancora parlando. E per la prima volta non gli sembrò di essere fuori da una relazione possibile. Gli sembrò di essere fuori da una vita intera.
Fece qualche passo indietro senza accorgersene, poi si voltò e tornò verso l’appartamento, con il mare alle spalle che non lo chiamava più.
E mentre camminava, una sola cosa gli rimase addosso con precisione assoluta: non era gelosia soltanto. Era perdita, prima ancora di aver avuto qualcosa.
Qualcuno gli si avvicinò alle spalle.
«Giò,» disse Roberto, la voce bassa.
«Vai da lui,» rispose Giò senza voltarsi.
Ma Roberto gli afferrò il polso e lo girò di forza. «Tu sei geloso.»
«E tu sei uno stronzo.»
Lo sguardo di Roberto era duro, ma tremava. «Luca è stato il mio primo amore. Quello vero. Ma l’ho perso. E da allora…»
«E da allora hai collezionato corpi, cazzi, bocche… vuoi collezionare anche me?» Giò era furioso, gli occhi umidi.
Roberto fece un passo avanti. «No. Tu non sei uno dei tanti. Tu sei quello che mi fotte il cervello. Quello che mi fa paura…»
E allora lo baciò.
Con forza. Con disperazione. Lo spinse contro la porta di casa socchiusa, lo prese per il collo e lo baciò come se non ci fosse nessun domani, nessun altro. Giò lo afferrò per la maglietta, gliela strappò via, poi i pantaloncini. Roberto era già duro, eccitato da quella tensione, da quella rabbia che li rendeva folli.
«Qui? Davvero?» sussurrò.
«Sì. Adesso. Ti marchierei anche davanti a quel figlio di puttana.»
Giò lo spinse a terra, lo montò sopra, si abbassò e gli prese il cazzo in bocca con una fame nuova, diversa. Non era solo voglia: era possesso, rivendicazione, urgenza. Roberto gemeva, mordendosi il dorso della mano per non urlare. La spiaggia era quasi deserta oltre la porta socchiusa, ma l’idea di essere scoperti li eccitava ancora di più. Giò lo cavalcò, lo fece godere, poi si fece penetrare così, lì, sul pavimento, e la passione che gli incendiava la pelle diventò quasi violenta. Roberto lo prendeva con forza, le mani strette sulle anche, i denti che affondavano nel collo. Ogni spinta era una dichiarazione: sei mio, non ti mollo, mai più.
Quando vennero, si strinsero così forte che sembrava volessero fondersi.
Dopo, stesi ancora nudi, Roberto sussurrò: «Non voglio più tornare indietro. Tu sei quello giusto. E io sono stanco di scappare.»
Giò chiuse gli occhi, sorridendo. «Allora resta. Ma sappi che da oggi… sei mio.»
Roberto si muoveva ancora piano, le mani che accarezzavano la schiena di Giò con una calma improvvisa, quando sentirono un rumore di passi e la porta spalancarsi.
«Roberto?»
La voce era inconfondibile; accento veneziano, tirata, piena di qualcosa che somigliava troppo alla rabbia.
«Luca?»
Giò si irrigidì, senza muoversi. Il gelo che lo attraversò fu immediato.
Luca era lì.
Li guardò per un istante lungo, poi sorrise. Un sorriso che non aveva nulla di allegro. «Dovevate proprio farlo ora, voi due?»
Giò non rispose. Roberto si sollevò appena, come a proteggerlo. «Luca… non era previsto.»
«No? A me sembra tutto molto previsto.»
Fece un passo avanti, poi un altro. La sua presenza riempì la stanza. Si chinò appena, sfiorando prima Roberto, poi Giò, con una lentezza quasi provocatoria. «Posso unirmi a voi? Per i vecchi tempi.»
Roberto si voltò verso Giò, cercando uno sguardo. Ma Giò era fermo, teso, lo sguardo vuoto e tagliente. «No,» disse.
Luca rise piano. «Sei geloso?»
Giò si alzò lentamente. «Non sono geloso. Sono innamorato. E non condivido ciò che amo.»
Silenzio.
Roberto si mise in mezzo, completamente nudo, tra loro due. «Luca… basta. Questo con Giò è diverso.»
Per la prima volta Luca non rispose subito. Lo sguardo gli cadde a terra, appena per un secondo. Poi rialzò gli occhi, di nuovo ironico, di nuovo distante.
«Allora goditelo. Finché dura.»
Si girò e se ne andò.
Il silenzio che seguì era pesante, pieno di mare e tensione.
Giò si sedette lentamente a terra, ancora scosso. «Non voglio un triangolo.»
«Lo so.»
«Non sono un gioco.»
«Non lo sarai mai.»
Roberto si inginocchiò davanti a lui e gli prese il viso tra le mani. Lo baciò, lentamente, come se stesse cercando di riportarlo indietro da qualcosa di troppo vicino al crollo.
«Solo tu,» disse. «Solo adesso. Te lo giuro.»
E quella volta non c’era più furia. Solo silenzio. Solo bisogno. Solo due corpi che cercavano finalmente di restare nello stesso punto senza distruggersi.
Perché Giò, adesso, sapeva una cosa semplice e definitiva: non era più solo, nell'età che avanza, fuori dalla vita di qualcuno. Era dentro. E questo, più di tutto, lo spaventava.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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