Gay & Bisex
Il mio migliore amico: La verifica
07.09.2026 |
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"Continuavo a massaggiarlo piano mentre gli spiegavo le derivate, e lui annuiva, ma gli occhi erano socchiusi dal piacere..."
Eccomi di nuovo, dopo qualche mese di assenza. Sono pronto a raccontarvi un nuovo capitolo di questa saga: un capitolo reale, scritto da me e non generato dall’IA, come purtroppo si vede sempre più spesso ormai.
Dopo qualche settimana dal primo pompino, io e Mauro ci siamo presi un po’ di tempo lontano l’uno dall’altro, complice anche una brutta febbre che mi ha colpito e mi ha fatto saltare diversi giorni di scuola. Al rientro eravamo già a novembre. Con Mauro era tutto come sempre, come se non fosse successo niente. Appena mi ha visto mi ha fatto una festa enorme, contento che il suo amico – e vicino di banco – fosse tornato. Mi aveva preso tutti gli appunti e i compiti. Mi ha chiesto se poteva venire a casa mia così da spiegarmi cosa avevano fatto nei giorni di assenza. Io, senza nessuna esitazione e con un sorriso a trentadue denti, gli ho risposto: «Certo, anche oggi se vuoi, dopo le lezioni, al solito orario». Lui però mi ha rimbalzato, un po’ scontento: «Oggi ho allenamento di calcio, non riesco. Facciamo domani pomeriggio?». Io ho annuito, un po’ deluso. Il giorno dopo le ore di lezione sono volate. Senza nemmeno accorgermene è suonata la campanella. Salutando Mauro gli ho detto: «Allora ci vediamo dopo pranzo, verso le tre». Lui: «Ok, a dopo. Riposati, perché c’è tanto da fare e dobbiamo studiare per la verifica di matematica». Cavolo, mi ero completamente dimenticato della verifica del giorno dopo. Non avevo studiato praticamente niente e avevo saltato un sacco di lezioni.
Ho mangiato in fretta e mi sono andato a sdraiare, la mano è scesa quasi da sola sotto i pantaloni. Mi toccavo piano, immaginando che da lì a poco sarebbe arrivato Mauro. Immaginavo le sue mani, il peso del suo corpo sopra di me, l’odore della sua pelle dopo l’allenamento. Speravo di poter combinare qualcosa. Nel frattempo è suonato il campanello: era proprio lui. Appena arrivato ha lanciato zaino e giubbotto sulla poltrona e si è seduto sul solito divano in pelle rossa. «Dai, forza, giochiamo un po’ a FIFA prima di studiare». Come al solito abbiamo iniziato le nostre quattro-cinque partite, innervosendoci e litigando per un gol di troppo o per un errore che puntualmente si incolpava al joystick rotto. Dopo una sconfitta particolarmente bruciante mi sono innervosito e l’ho spintonato. Lui ha quasi cascato dal divano e, inviperito, mi ha preso per il collo da dietro, facendomi piegare in avanti. Io mi sono ribellato e gli ho tirato un pugno. Lui, con una mossa tipica sua, mi ha preso il collo con le gambe e ha iniziato a stringere, simulando un soffocamento. Il calore delle sue cosce contro le mie guance, la pressione leggera ma insistente, il suo peso che mi dominava… quella sottomissione mi eccitava da matti. Sentivo il profumo dei suoi piedi nelle calze, un odore caldo, leggermente acidulo, misto a sudore e detersivo. Mi elettrizzava. Il cazzo mi si è indurito all’istante, premeva contro i pantaloni, e più lui stringeva, più io mi lasciavo andare, accentuando i gemiti, facendo il drammatico, godendo di ogni secondo di quella presa. Mi sono liberato dalla morsa dandogli un colpo nelle palle. Lui è scattato in piedi urlando, mi ha ripreso la testa bloccandomela e avvicinandola sempre di più al suo cavallo. «Non lo devi colpire», ha detto con voce bassa e roca, «lo devi baciare e adorare». Io facevo un po’ di resistenza, ma era finta. «No, che schifo, figurati. Non ti sei nemmeno lavato». Lui insisteva, strusciandomi la faccia contro il tessuto. Sentivo nitidamente la forma del suo cazzo duro e turgido, il calore che filtrava attraverso i pantaloni, il leggero umido del precum già presente. L’odore era più forte adesso: muschio, sudore di adolescente con ormoni a palla. Mi girava la testa. Mi sono staccato con fatica: «Dai, basta. Ora studiamo, sennò domani prendiamo due e i nostri genitori ci mettono in punizione e saltiamo Capodanno sulla neve». Lui però ha insistito, sedendosi e allargando le gambe. «No. Ora devi lavorare di bocca. È da giorni che non vengo. Forza, lavora. Io, stupidamente, ho detto: «No, no, basta, non voglio». Lui ha abbassato la voce, quasi supplicando: «Dai, per favore… almeno dammi una leccata alle palle. Solo un po’, e poi studiamo». Quella frase, quella supplica, per me è stata una vittoria pura. Lui voleva che gli dessi piacere. Il cuore mi batteva forte. Ho sorriso e gli ho risposto: «Ok… ma solo una leccata, eh». Si è tirato giù pantaloni e mutande in un solo gesto. Il suo cazzo è saltato fuori, già duro, venato, la cappella lucida di un filo di liquido. Si è tenuto l’asta in mano e me l’ha presentata. «Dai, lecca». Io mi sono piegato come un automa. L’odore mi ha investito pieno in faccia: caldo, muschiato, intensamente maschile. Gli ho leccato le palle tre, quattro, cinque volte, lentamente, come se fossero un cono gelato che si scioglie. La pelle era vellutata, leggermente salata, e sotto sentivo il peso pesante dei testicoli. Poi gliele ho prese in bocca una alla volta, succhiandole delicatamente, facendole rotolare sulla lingua. Lui ha chiuso gli occhi e ha iniziato a mugolare basso, una mano che mi teneva i capelli senza spingere, solo per sentirmi lì. Ormai ero convinto di andare fino in fondo. Ho provato a scendere un po’ più sotto, verso il perineo, dove l’odore era ancora più forte e caldo. Ma lui mi ha spostato con decisione, si è alzato pantaloni e mutande e ha detto: «Dai, forza, a studiare!». Dire che ci sono rimasto male è poco. Sono morto dentro. Il cazzo mi pulsava dolorosamente. Ma facendo il duro ho risposto: «Sì, meglio. Tra l’altro puzzi pure tanto, che schifo». Ci siamo messi a studiare uno accanto all’altro. Mi ha fatto vedere tutto quello che avevo saltato di matematica e abbiamo iniziato a fare degli esercizi. Fortunatamente io non ho avuto problemi e li ho risolti praticamente subito. Lui invece, nonostante avesse preso appunti e seguito le lezioni, non ci riusciva. Io, con pazienza infinita, gli spiegavo come fare, facendogli mille esempi e trovando scorciatoie. Niente. A un certo punto ha detto: «Dai, devo rilassarmi, così non riesco». Ha preso la mia mano e se l’è messa direttamente sul cavallo. «Dai, massaggiami un po’ mentre spieghi». Un po’ perplesso, ma già eccitato di nuovo, ho iniziato a massaggiargli le palle da sopra i pantaloni, continuando a spiegare con voce un po’ rotta. Sentivo il calore che emanava, il cazzo che vibrava e dava piccoli colpi contro il tessuto. Dopo qualche minuto mi sono fatto coraggio e ho infilato la mano dentro. La carne calda e morbida sembrava velluto, ma allo stesso tempo era dura, spessa, viva. Le dita mi sono scivolate sulla lunghezza, sentendo le vene, la pelle setosa, il leggero umido in cima. Che sensazione bellissima. Continuavo a massaggiarlo piano mentre gli spiegavo le derivate, e lui annuiva, ma gli occhi erano socchiusi dal piacere. Finalmente ha capito il concetto. «Oh… finalmente ho capito. Sono stato bravo. Ora mi merito un premio per l’impegno». Mi ha messo la mano dietro la testa e l’ha spinta giù con decisione. Mi sono ritrovato di nuovo con la faccia a pochi centimetri dalla patta. Si è aperta da sola sotto la pressione del cazzo gonfio. Non gli ho dato il tempo di togliersela: ho iniziato a ciucciare l’asta dalle mutande, succhiando il tessuto umido, sentendolo indurirsi ancora di più sotto la lingua. Lui ha gemuto. Poi si è alzato, se le è abbassate di scatto e si è risistemato sulla sedia. Io sono scivolato sotto il tavolo. «Ok», ho detto con la voce già roca, «però tu fai quegli esercizi. Li finisci tutti e solo allora ti faccio liberare». Lui ha annuito, già ansimante: «Ok… va bene… ma ora lavora». Inginocchiato sotto il tavolo, ho annusato a lungo il suo cazzo. Era un rituale per me. Volevo farlo con calma. L’odore era denso, caldo, di sudore leggero, di pelle, di desiderio accumulato. Prima di “pulirlo” con la saliva volevo impregnarmene. Poi ho iniziato. Mi sono concentrato sulla cappella, bella larga e spessa. Era morbida e salata, e sotto la lingua sentivo il sapore del precum che già colava. L’ho succhiata piano all’inizio, poi con più insistenza, facendola scivolare dentro e fuori, leccando il frenulo, spingendo la lingua nel buchetto. Lui stringeva i fogli di matematica tra le dita. Ho accelerato, ingoiando sempre di più, leccando l’asta dal basso fino in cima, segandolo con la mano mentre succhiavo solo la testa, poi di nuovo giù sulle palle, prendendole in bocca, tirandole delicatamente. Continuavo a passare dalla cappella alle palle e di nuovo su, sentendo il suo corpo che si tendeva. A un certo punto, dal piacere, ha allungato involontariamente la gamba e mi ha dato un calcio leggero. «Ehi… stai attento», ho mormorato con la bocca piena. Lui ha gemuto una scusa. Ho continuato. Non volevo farlo venire subito. Mi divertivo a farlo impazzire mentre cercava di risolvere un esercizio, la voce che gli tremava ogni volta che approfondivo. Finché non ha detto, quasi disperato: «Questo… proprio non lo capisco». Mi sono staccato, lasciando il cazzo duro rimbalzare contro le palle, lucido di saliva. Sono salito. «Fammi vedere cosa non capisci». Gli ho spiegato l’esercizio con calma, anche se il mio cazzo premeva dolorosamente contro i pantaloni. Sono passati alcuni minuti. Continuavo a spiegare e, con la coda dell’occhio, ho visto il suo pisello tornare piano piano mollo. Ho resistito. Ho continuato finché non è riuscito a risolvere l’esercizio da solo. Poi gli ho fatto notare, con un sorriso: «Eh… ma lì sotto…». Lui, un po’ imbarazzato, ha cercato di tirarsi su i pantaloni. «No, no, basta, mi vesto». Lo ho fermato mettendogli una mano sulla coscia. «Tranquillo». Mi sono ringinocchiato, lui ha capito, ha spostato la sedia in avanti e si è seduto proprio sul bordo, le gambe allargate, le palle che penzolavano pesanti. Lì ho ricominciato. Stavolta non c’era più gioco. Se lo meritava, e me lo meritavo anch’io. Ho preso il cazzo in mano e l’ho portato alla bocca, ingoiandolo piano fino in fondo, sentendo la cappella premere contro la gola. Ho iniziato a fare su e giù con ritmo costante, usando sia la bocca che la mano, leccando, succhiando, stringendo. Lui ha chiuso gli occhi e ha gettato la testa all’indietro, un gemito lungo che gli usciva dal petto. «Cazzo… così…».Ho accelerato. La saliva colava, i suoni erano umidi e osceni. Sentivo le vene pulsare contro la lingua, il sapore sempre più intenso, il suo odore che riempiva tutto. Lui iniziava a muovere i fianchi, spingendo leggermente in avanti. «Sto… sto venendo…». Mi ha preso la testa con entrambe le mani e me l’ha schiacciata contro di sé, tenendomi lì mentre il suo cazzo si irrigidiva all’estremo. Io non mi sono tirato indietro. Ho continuato a leccare e a succhiare la cappella proprio mentre esplodeva. Il primo schizzo è stato potente, caldo, denso, mi ha colpito direttamente in gola. Poi il secondo, il terzo, il quarto, il quinto… ondate forti che mi riempivano la bocca, scivolavano sulla lingua, alcune colavano agli angoli delle labbra. Lui ansimava a scatti, il corpo che tremava, le cosce che si contraevano intorno alla mia testa. Continuava a venire, a spingere, a gemere il mio nome a mezza voce. Alla fine è rimasto fermo, ansimante, il cazzo ancora a scatti nella mia bocca, mentre gli ultimi fili di sperma gli uscivano.«Wow… che sensazione… magnifica», ha sussurrato, la voce rotta. Io mi sono alzato lentamente, la bocca ancora piena del suo sapore caldo e amaro-dolce. Sono andato in bagno senza dire una parola, ho chiuso la porta e mi sono messo davanti allo specchio. Ho aperto la bocca e ho guardato la borra densa di Mauro sulla lingua. Poi mi sono calato i pantaloni, mi sono preso il cazzo duro e dolorante e ho iniziato a segarmi guardando il mio riflesso, con il sapore di lui ancora in bocca. In pochi colpi sono esploso anch’io, venendo forte, le gambe che tremavano, mentre ingoiavo tutto lo sperma di Mauro, sentendolo scendere caldo e denso nello stomaco. Il gusto era inconfondibile. Mi sono rimasto qualche secondo appoggiato al lavandino, ansimante, prima di ripulirmi. Quando sono tornato in sala, lui era già vestito e pronto, come tutte le volte. Mi ha guardato con un mezzo sorriso. «Allora… ci vediamo domani. Dai, credo che con il tuo super lavoro domani andrà bene. Grazie». Io, ancora un po’ confuso e con le gambe molli, non sapevo bene se intendesse il pompino o la spiegazione di matematica. Gli ho solo risposto: «Sì… dai. Vedrai che bel voto. A domani».
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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