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Gay & Bisex

Dark room Francese


di Membro VIP di Annunci69.it Noxen
13.07.2026    |    2.426    |    14 8.9
"Il buio, l'anonimato, la pelle di uno sconosciuto che parla francese in un orecchio — togliere la continuità lascia tutto intatto, come in sospensione..."
La prima volta mi fermai sulla soglia.

Guardai il buio oltre la porta e pensai che non ero pronto. Non per pudore — ero nudo da prima ancora di entrare, come tutti. Ma c'è una differenza tra essere nudo in un posto dove ci si vede e essere nudo nel buio totale, in mezzo a sconosciuti che non puoi vedere e che non puoi sentire arrivare.

Tornai a casa senza essere entrato.

______________

Il primo tentativo vero fu un disastro.

Mi muovevo a mezzi passi, le mani tese in avanti come chi cammina nel buio di casa sua in piena notte e non vuole sbattere contro i mobili. Solo che al posto dei mobili c'erano corpi. Le dita trovavano pareti, poi pelle — pettorali lisci e muscolosi, schiene nude, natiche sode che non mi aspettavo di trovare lì e che mi fermavano la mano per una frazione di secondo prima che il cervello elaborasse quello che stava succedendo.

Anche dall'altra parte arrivavano mani.

Sul sedere, sul cazzo — con quell'indugio in più che tradiva un'intenzione. Non mi dispiaceva. Mi sorprendeva scoprire quanto non mi dispiacesse, anzi, quanto indugiassi anch'io su quei corpi che al tatto si rivelavano precisi e piacevoli.

Ma ogni volta che un gemito troppo vicino o il suono inconfondibile di una penetrazione in corso mi ricordava dove ero e cosa stava succedendo intorno, qualcosa si stringeva e tornavo verso la porta.

Uscii ogni volta più sconvolto di prima, nel senso buono del termine. Eccitato in un modo che non avevo previsto. Con voglia di tornare e timore di farlo, in proporzioni che non sapevo bilanciare.

______________

Il secondo tentativo fu più rilassato.

Avevo già capito la geometria del posto — un labirinto di vicoli ciechi e angoli, pareti che non erano dove le immaginavi. Mi posizionai in un punto che mi permetteva di controllare meno fronti, di sentire cosa si avvicinava con più anticipo.

I suoni erano il vero paesaggio di quel posto. Gemiti bassi, respiri affannosi, il ritmo ritmico di chi stava facendo sesso in piedi contro una parete. Le palle che sbattevano sulle chiappe nell'oscurità aveva qualcosa di surreale — come sentire una colonna sonora senza vedere il film.

Evitai i contatti con chi era già impegnato. Per prevenzione, per rispetto, per un senso di confine che mi sembrava necessario mantenere anche lì.

Ma ogni volta che tornavo a casa portavo con me qualcosa — un'eccitazione residua, una curiosità che non si spegneva, la sensazione di essere entrato in un territorio sconosciuto di me stesso e di non averne ancora visto i confini.

______________

Il terzo giorno arrivai presto.

Era una scelta deliberata — entrare prima che il posto si riempisse, prima che il sesso diventasse il protagonista dell'aria. Volevo vedere — o meglio, sentire — senza dover navigare in mezzo a qualcosa già in corso.

Entrai.

C'era ancora quella penombra iniziale che precede il buio totale, quella luce quasi inesistente che permette ancora di distinguere sagome.

Ed è lì che lo vidi.

Un corpo minuto ma armonioso, scolpito senza essere esagerato — il tipo di fisico che si costruisce con una disciplina quotidiana e si vede nei dettagli, nella proporzione tra le spalle e i fianchi, nella consistenza dei glutei, nella linea del dorso. La silhouette del viso sembrava davvero bella.

Intuì la mia presenza. Si voltò.

La flebile luce che filtrava ancora ci permise di vederci — appena, abbastanza. Rimase a guardarmi. Io a guardarlo.

Non dicemmo una parola.

______________

Fu la pelle a parlare prima.

I corpi che si avvicinavano lentamente, il contatto che arrivava per gradi — le spalle che si sfioravano, poi le mani sui fianchi, poi le labbra sul mio collo che scendevano con una precisione che non aveva niente di casuale.

I nostri cazzi si strusciavano tra i ventri avvicinati, diventando duri in quel contatto — la cosa più concreta e diretta del mondo, senza possibilità di equivoci.

Mi sussurrò qualcosa in francese nell'orecchio. La musica attutita dalle pareti ma ancora presente coprì le parole. Non capii. Non importava.

I suoi baci scesero — il collo, il petto, si fermarono sui capezzoli con la lingua e le labbra in modo che mi tolse il respiro. Prima uno, poi l'altro, con quella stessa attenzione precisa. Poi giù, lungo l'addome, le cosce che leccava e baciava stringendomi le natiche tra le mani.

Quando trovò il cazzo era già durissimo.

Lo prese in gola senza esitazione — tutto, fino in fondo, e lo tenne lì un tempo che non saprei misurare, la cappella che sentiva la gola muoversi intorno mentre la lingua lavorava sull'asta da sotto. Poi risalì lentamente, prese fiato, e ci lanciammo in un bacio che aveva dentro tutto quello che non ci eravamo detti.

Mi sussurrò ancora qualcosa in francese. Capii il tono, non le parole.

Mi prese per mano.

______________

La stanza era piccola, un letto, una porta che chiuse alle nostre spalle.

La luce era appena sufficiente per vedersi — abbastanza per quello che stavamo per fare.

Riprese a succhiarmi con una intensità diversa da quella del buio — più libero adesso, più presente, gli occhi che ogni tanto alzava verso di me con un'espressione che non aveva bisogno di traduzione.

Gli feci capire che volevo scoparlo.

Non ci fu nessuna trattativa. Si girò, appoggiò un ginocchio sul letto, si posizionò.

Gli diedi uno schiaffo erotico su un gluteo — quel culo rotondo e liscio e sodo che avevo immaginato al tatto nel buio e che adesso era lì, reale, davanti a me. Indossai il preservativo lubrificato ed appoggiai la cappella al buchetto che si aprì con una velocità sorprendente, quasi volesse accogliermi.

Entrai lentamente, tenendolo per i fianchi, godendomi ogni centimetro di quella penetrazione.

Iniziò a masturbarsi. Gli tolsi la mano dal cazzo e la appoggiai alla parete insieme all'altra.

Volli che restasse così — le mani ferme, senza potersi toccare, costretto a concentrarsi sul piacere che gli stavo dando senza poterne aggiungere di suo. Una tortura dolce e precisa.

Il suo cazzo rimase flaccido ma iniziò a emanare gocce dense e continue — il suo corpo che godeva in un modo che prescindeva dall'erezione, orgasmo che montava senza la via consueta. I gemiti si fecero più intensi a ogni affondo, le spinte che cercava di darmi con il bacino mi dicevano che voleva di più, più profondo, più forte.

Quando sentii che il suo orgasmo stava arrivando, gli liberai una mano.

Si masturbò velocemente mentre io continuavo dentro di lui. Gli presi i capelli con una mano, gli tirai la testa indietro. Quel gesto prolungò il suo orgasmo di qualche secondo — lo sentii nel modo in cui il corpo si contraeva, nel suono che fece, nel modo in cui le ginocchia quasi cedettero.

In quello stesso momento lo inondai dentro con il mio sperma, profondo, tenendolo fermo per i fianchi.

Restammo immobili qualche secondo — io ancora dentro di lui, lui con la testa ancora inclinata all'indietro, entrambi a fare i conti con quello che era appena successo.

______________

Uscii con delicatezza e sfilai il preservativo.

Ci ricomponemmo in silenzio — qualche parola in francese da parte sua, un sorriso da parte mia, un gesto verso il bagno.

Andai a lavarmi.

Quando tornai, era già sparito.

Nessuna traccia, nessun numero, nessun nome. Solo quella stanza piccola con il letto disfatto e l'aria che ancora sapeva di quello che era successo.

Rimasi un momento fermo sulla soglia a ragionare su quella sparizione.

Non mi dispiacque — o meglio, mi dispiacque nel modo in cui dispiace la fine di qualcosa di bello, non nel modo in cui dispiace perdere qualcosa che si voleva tenere. Certe dinamiche funzionano proprio perché si svolgono così. Il buio, l'anonimato, la pelle di uno sconosciuto che parla francese in un orecchio — togliere la continuità lascia tutto intatto, come in sospensione.

Come fare sesso con un fantasma.

E i fantasmi, si sa, non lasciano numeri di telefono.
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