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Gay & Bisex

La prima volta


di fantabisex
12.03.2026    |    2.661    |    3 8.6
"Mi svegliai di soprassalto, con la bocca impastata e la verga dura come il marmo… A fianco, mia moglie dormiva serena..."
Il cuore batteva forte, ancora prima di suonare il campanello di casa sua: sarà l’adrenalina…, pensai superando il cancello per entrare, ma avevo anche le mani sudate e una frenesia mai provata, un misto di timore ed eccitazione.
Avevo accettato l’invito di ritornare a casa sua… ed entrambi sapevamo il perché! Il primo incontro, dopo un certo imbarazzo, era stato piuttosto formale, almeno da parte mia. Avevamo parlato un po’ di noi, delle fantasie che avevo assieme a mia moglie e delle sue esperienze più recenti poi, vinto dalla timidezza, dai troppi dubbi sul da farsi, dalle possibili conseguenze, me n’ero andato sbrigativamente. Stavolta, però, non potevano esserci incertezze: se mi trovavo lì, era solo per quello!
Roberto mi accolse con la stessa cortesia ed allo stesso modo: “Bentornato” disse dopo un ampio sorriso, “vuoi qualcosa da bere?” Indossava un diverso kimono di seta ed ero sicuro che, come notai al primo incontro, non portasse nient’altro. “Solo un po’ d’acqua”, risposi, usando anch’io le stesse parole di quella sera, come se riavvolgessimo il nastro per ripartire. Riempì un bicchiere e me lo portò in sala, mentre sfilavo la giacca, poi ci sedemmo sul divano. Per rompere il ghiaccio e scaldare l’atmosfera provocando un po’ di eccitazione, Roberto aveva predisposto sul video le riprese girate con un’amica, a bordo della sua barca: “Hai visto? … Sono riuscito a trovare il filmino dell’incontro di cui ti avevo raccontato. Questa è la ragazza che ho conosciuto su internet, e come potrai notare, abbiamo passato dei momenti deliziosi!”. Lasciò scorrere senza commentare le immagini, che in breve divennero molto esplicite, mentre mi osservava cercando di interpretare le mie reazioni. Quando i primi piani diventarono infuocati, rimasi incantato a fissare il suo cazzo poderoso, quasi sproporzionato rispetto al resto del corpo, e lui se ne accorse: con noncuranza scostò di lato la vestaglia scoprendo l’inguine, dal quale svettò il suo arnese già inturgidito, anche se non ancora in piena erezione. Attese che lo guardassi per sottolineare: “Dal vero rende meglio, non trovi?” accentuando il mio stupore, “puoi accarezzarlo, se vuoi… non morde mica!” “Scusa, Roberto” risposi con voce rotta dall’emozione, “non l’ho mai fatto prima e… no, non ci riesco” ma, appena mi alzai con l’intento di spostarmi nel divano a fianco, appoggiò le mani sui miei fianchi per trattenermi. “Capisco benissimo il tuo imbarazzo…” riprese con molta pacatezza, “la prima volta non è mai facile, per nessuno! Perché non provi a rilassarti… sei troppo teso”. Vedendomi perplesso, chiese: “Qualcosa ti preoccupa?”. Rimasi spiazzato, non avendo nulla da replicare, restai lì, impalato. “Perché non ti metti in libertà? Se ti va, prendo una vestaglia anche per te. È morbida e fresca, vedrai che ti sentirai subito meglio… Dai, spogliati…”, abbassando lentamente i pantaloni della tuta da allenamento, dandomi il tempo di fermarlo, se avessi voluto. Ma non lo feci… Scoprì che anch’io non avevo addosso nient’altro e, mentre mi accarezzava le chiappe, sottolineò: “Ah, però! … Hai davvero un bel culo!”, poi dopo avermi fatto girare verso di lui, scoprendo il mio pisello durissimo, continuò: ”Ci avrei scommesso che eri già eccitato. Ecco spiegata la tensione”. Lasciò passare qualche istante con il sottofondo dei gemiti della ragazza, poi: “Coraggio, togli anche la maglia e fatti guardare…”, quindi si appoggiò allo schienale e in quella posizione il suo pisellone, sporgeva naturalmente verso di me attirando di nuovo il mio sguardo. Per distrarmi seguii il suo suggerimento e sfilai la maglia assieme alla t-shirt. “Hai anche un bel fisico, magro e ben disegnato. Si vede che fai sport e sei allenato, tonico…” mi gratificò. “Grazie”, risposi sorridendo “anche tu fai attività sportive… si vede dai pettorali pronunciati che spuntano dalla vestaglia” ma gli occhi caddero ancora sulla mazza che mi sembrava ingrossata. Scostò l’indumento scoprendosi le spalle e vedendo il mio sguardo fra le sue gambe, chiese: “Non hai voglia di provare a dargli qualche leccatina, così come ti viene?” poi, dopo un’altra pausa, sottolineò “… in fondo è per questo che sei venuto, non è vero?” Arrossii, sapendo bene che aveva ragione. Non era facile abbattere la barriera di vergogna, timidezza, paura delle conseguenze… l’aveva appena detto, la prima volta non è mai facile ed ero arrivato al dunque: ora o mai più!!
Prima di rispondere, rimasi qualche momento ad osservare quel grosso arnese: era lungo e grosso, scuro come quello di un mulatto e la cappella violacea puntava proprio verso di me invitandomi esplicitamente a rompere gli indugi. Nell’adolescenza, quando per gioco ci si masturbava in gruppo, con l’unico giornale porno dalle pagine consunte per le migliaia di volte in cui era stato sfogliato, avevo già visto i cazzi eretti degli amici, alcuni molto più grandi del mio, ma nei ricordi nessuno raggiungeva la metà di questo che superava anche quelli dei pornodivi. In quel momento capii che non volevo altro se non provare a succhiarla, assaggiarne il sapore, sentire che effetto mi avrebbe fatto tenerla tutta in bocca. “Hai ragione” ammisi, prima di piegare le gambe ed inginocchiarmi fra le sue quindi, avanzando con il busto, mi appoggiai al bordo del divano. Afferrai l’asta con entrambe le mani e imboccai la cappella lasciandola scivolare dentro fino ad appoggiarsi alla lingua. Da sola, occupava già quasi tutto lo spazio all’interno e dopo averne saggiato la consistenza, morbida e turgida allo stesso tempo, roteando di lato la lingua, provai a farla avanzare mentre le labbra scorrevano lungo la verga. Roberto mi accarezzò i capelli e, quando la punta si appoggiò in fondo, praticamente in gola, mi trattenne qualche secondo, prima di lasciarmi tornare lentamente al punto di partenza, dove serrai le labbra proprio sul bordo del glande e le guance lo avvolsero. In quel momento riuscii a percepire le pulsazioni della cappella mentre si gonfiava proporzionalmente all’indurirsi dell’asta. Pian piano, cominciai a muovere il capo avanti e indietro e, una volta presa confidenza, aumentai il ritmo. Lo sentii crescere ancora, diventare sempre più duro e pulsante quindi, muovendo in sincronia le mani, lo portai vicino all’orgasmo. “Ok! Fermati adesso…” esclamò “così mi fai venire subito…”. Sorprendendo sia lui che me, feci orecchie da mercante perché volevo arrivare fino in fondo e accelerai, stringendo più forte le labbra finché, dopo un paio di minuti, un’interminabile sequenza di fiotti caldi e densi riempì ogni spazio libero all’interno della bocca, costringendomi a deglutire velocemente per non soffocare. Quando le contrazioni diminuirono, consentendomi di liberare il palato da tutto quel liquido, ripresi a muovermi su e giù lentamente mentre gli ultimi piccoli schizzi divennero gocce di un liquido meno denso e più dolciastro.
Meravigliato, mi fissò ansimante senza riuscire a dire nulla, mentre mi rimettevo in piedi davanti a lui. “Ora tocca a te” lo incitai, interrompendo l’estasi del momento, e lui avanzò con il busto avvicinandosi al mio cazzo, forse con l’intenzione di ricambiare il mio pompino, ma non era quello che volevo. Mi girai dandogli le spalle: “Il mio culetto freme!” gli dissi facendo vibrare le chiappe con brevi contrazioni dei muscoli, “e, anche se ho già provato con dei falli di gomma, temo che il tuo bestione non entrerà facilmente…” Poi chinandomi in avanti per mettere in evidenza il buchino, continuai, sbirciando le sue reazioni fra le gambe leggermente divaricate, “Anzi, mentre aspettiamo che riprenda vigore, potresti prendere della crema o qualcosa di adatto a lubrificare e preparare al meglio il mio buchino… Sai, è ancora piuttosto stretto!”. I suoi occhi s’illuminarono e scattò in piedi, approfittando della mia posizione per strofinare il membro, un po’ ammosciato, giusto in mezzo alle natiche: “Mettiti comodo” rispose, “vado a prendere l’occorrente e vedrai… sono sicuro ti piacerà!”
Mi distesi sul divano a ridosso dello schienale lasciando il posto perché potesse sedersi a fianco e in un attimo era già di ritorno. Girai la testa e guardai verso lo schermo così da gustare le sensazioni delle sue mani su di me. Le immagini che vidi scorrere mi provocarono un brivido lungo la schiena: il primo piano del suo cazzo, piantato nel culetto spalancato della ragazza, riempiva tutto il video ed era impressionante: si poteva osservare fin nei minimi particolare, venature comprese… rispetto al sederino che l’accoglieva, era enorme, sembrava quello di un elefante! Cercai di rilassarmi e mi consolai considerando che, se c’era riuscita lei, molto più piccola di me, avrei potuto farcela anch’io. Immerso in questi pensieri, il suo massaggio di avvicinamento, prima sulle spalle, poi sulla schiena ed infine sui glutei, mi aiutò a lasciarmi andare. Il movimento circolare delle natiche, che si aprivano e chiudevano come un anemone, e la carezza delle sue dita, che spalmavano di abbondante crema il buchino trepidante, mi fecero perdere ogni remora: eccitatissimo, sollevai il sedere e appoggiandomi sulle ginocchia gli porsi il culetto, con le chiappe che in quella posizione erano sfacciatamente divaricate. Senza esitare, Roberto accese un grosso vibratore e lo infilò con decisione fra le increspature lucide del buchetto: risucchiai la saliva, inarcando la schiena cercando di resistere al dolore intenso. Per fortuna, grazie alle vibrazioni e al massaggio delle mani, in breve il fastidio sparì e l’orifizio, che aveva reagito stringendosi attorno all’intruso, poté rilassarsi permettendogli di far scorrere su e giù il fallo, con delicatezza. Dopo qualche minuto di andirivieni, sferzò due o tre colpi con maggior forza e il vibratore entrò completamente, raggiungendo il punto di maggior diametro. Il culetto si adattò quasi subito, senza difficoltà o resistenze: lo sentivo davvero bene e ne percepivo la forma affusolata e la consistenza. Morbido e rigido al tempo stesso, ora che scorreva agevolmente, mi resi conto che era poco più spesso del mio pisello cioè nulla, in confronto al suo che era più del doppio! Il panico mi fece tremare le gambe e quando sfilò il vibratore, facendomi ruotare verso l’esterno, posizionandosi per penetrarmi con il suo rinvigorito cannone, riuscii soltanto a sussurrare: “Fai piano, per favore”, poi rimasi senza fiato per l’emozione, sentendo la sua punta calda occupare interamente lo spazio attorno al buchetto, fino a sfiorare di lato il profilo delle chiappe tremanti.
Usando i miei fianchi come appiglio, cominciò a spingere e, un po’ alla volta, la cappella si fece largo, accompagnata da un bruciore intenso. Tuttavia non riusciva a oltrepassare l’apertura come fosse bloccata, allora Roberto si fermò per qualche attimo, mantenendo costante la pressione per continuare la dilatazione spontanea. Poi, senza avvisarmi, con un violento colpo di reni, riuscì a farla entrare tutta, provocandomi una fitta lancinante, da togliere il respiro. Non riuscii a trattenere un gemito prima di ansimare affannosamente mentre il buchetto s’irrigidì oltremodo stringendo come una morsa la base del glande. Da vero esperto, restò fermo in quella posizione, attendendo che il culetto si adattasse (o meglio si rassegnasse) all’eccessiva dilatazione: mi sentivo spalancato da una cosa simile ad una grossa melanzana bollente e non riuscivo a controllare le contrazioni del buchetto che sembrava volersene liberare. Proprio come una melanzana bella turgida ed elastica, quel palo di carne innescò uno strano meccanismo: quando le contrazioni lo stringevano, dava la sensazione di cedere leggermente concedendo un po’ di spazio da una parte, ma allargandosi dall’altra. Paradossalmente, proprio per questa dinamica, le contrazioni anziché impedirne l’avanzamento favorivano la penetrazione, nonostante l’assenza di spinta e l’aumento di spessore. Così continuò ad affondare arrivando fino a due terzi della lunghezza. Poi le contrazioni involontarie cessarono improvvisamente e, come trafitto da una lama, mi pietrificai per il dolore lancinante e la netta sensazione che la pelle dell’orifizio stesse per rompersi. “Ti prego … fermati!” scongiurai con un filo di voce, “sei arrivato al limite! Mi fa troppo male!”. ‘Forse è colpa dell’attrito’ pensai, oppure perché nel frattempo la melanzana si era trasformata in ebano: era diventato duro come il legno e avevo l’impressione che il buco si stesse lacerando.
“Veramente hai fatto tutto da solo!” rispose con tono tranquillizzante, “Io non mi sono mosso di un millimetro... È da quando ti sei irrigidito che ho smesso di spingere, ma il tuo culetto è talmente affamato di cazzo che se n’è già risucchiato più della metà!”. Poi, accarezzandomi delicatamente le natiche e la schiena, aggiunse: “Comunque non ti scoraggiare… cerca di resistere ancora un po’ e lascia che si abitui. Non c’è nessuna fretta”. Dopo aver osservato la mazza piantata fra le chiappe e sfiorato il contorno raccogliendo solo crema in eccesso, aggiunse: “Nessun segno di cedimento, è tutto a posto”. Mi sculacciò gentilmente le chiappe, per distrarmi, prima di continuare a calmarmi: “Manca poco ormai al punto di massimo spessore, poi ce l’hai fatta! Vedrai che il seguito sarà solo una goduria!”
Passò ancora qualche interminabile secondo prima che la sofferenza diminuisse fino a cessare, assieme allo spasmo dell’apertura, che ritrovò un suo assestamento di quiete. Solo allora Roberto percepì che il pilastro era più libero e arretrò, tirandolo fuori con incredibile lentezza, fermandosi solo quando arrivò a toccare l’imboccatura interna con il bordo del glande. Durante quell’operazione, riuscii a cogliere in pieno la differenza tra un cazzo vero e quelli di gomma che avevo sperimentato finora: oltre al naturale calore, era come vellutato e accarezzava la mia parete interna, senza mai tenderla troppo, grazie ai lievi cedimenti del suo rivestimento esterno. Ne percepivo le venature in rilievo, dure e cedevoli al tempo stesso, completamente diverse dall’omogeneità di quelle artificiali, e il loro passaggio simile ad un massaggio stimolante-rilassante favorì la completa dilatazione. Mentre la verga usciva, ci versò dell’altra crema che spalmò anche tutt’intorno all’apertura, sulla parte esterna comunque tesa allo spasimo, accarezzandola delicatamente: mi provocò una stuzzicante sensazione che si propagò fino alla punta della mia cappella, attirando su di essa la mia attenzione. Quando Roberto riprese a spingerlo dentro, sentii il mio pisello gonfiarsi progressivamente nella stessa misura in cui mi spalancava di nuovo il culetto, come se la pressione interna si scaricasse fino alla cappella: non era mai stata così grossa! Con incredibile sorpresa, anziché sentire ancora il dolore, provai un crescente piacere e cominciai a spingere anch’io verso di lui perché entrasse sempre più dentro, sembrava lunghissimo, senza fine… e ad un tratto, toccò il fondo. Lui si fermò, mantenendo costante la spinta aggrappandosi ai fianchi, dato che non era ancora entrato del tutto. Provai a spostarmi di lato, in su e in giù, roteando il sedere ma senza riuscire a farlo avanzare. Non saprei dire cosa mi stesse passando per la testa, ma la voglia di prenderlo tutto fino alle palle prese il sopravvento, facendomi scatenare. Mi presi le chiappe con le mani e, tenendole aperte al massimo, gli dissi: “Cosa stai aspettando? Spingi!!! Sfondami, spaccami, fai quello che vuoi ma ficcamelo tutto dentro fino all’ultimo millimetro!!!”. Lui non se lo fece ripetere e diede una serie di spinte con forza crescente; poco per volta, anche gli ultimi centimetri riuscirono a trovare spazio. Il bacino si stampò sonoramente sulle chiappe e, negli attimi successivi d’immobilità, percepii il lieve strusciare dei suoi peli sulla fossetta sotto il coccige. Mi tornarono agli occhi le immagini del culetto della ragazza: ora mi sentivo proprio come lei, completamente riempito di cazzo, caldo e pulsante! Lo possedevo, potevo tenerlo tutto dentro anche se enorme, ne coglievo la forma, ogni volta che arrivava a fondo, dilatando le pareti, mi provocava brividi di piacere e già mi chiedevo: chissà come sarebbe stato sentirlo esplodere…
Nonostante la recente eiaculazione, non dovetti attendere molto: prese a scoparmi con colpi sempre più intensi, intervallati da momenti di pausa, quando restava fermo, tenendolo piantato tutto dentro con le palle appoggiate sulle mie, mi trasmetteva vibrazioni che mi portarono al limite dell’orgasmo… Il mio cazzo pulsava forte e istintivamente avvicinai la mano: non feci nemmeno in tempo a toccarmi, che lui riprese a scoparmi forte, cominciai a venire, senza nemmeno sfiorare la cappella… la mano servì a raccogliere nel palmo la copiosa sborrata evitando di sporcare il divano. Le contrazioni si propagarono al buco, aumentando l’attrito sul cazzone di Roberto che poco dopo esplose, venendo dentro di me. Sentii il calore dello sperma nel basso ventre diffondersi maggiormente ad ogni affondo. Così ben lubrificato, il pistone incandescente scorreva liscio fino sfiorare il fondo dove depositava il suo spruzzo di piacere. In compenso la mia gola era così secca che non riuscivo nemmeno a parlare. Così, per fargli capire quanto stessi godendo, feci una cosa che non avrei mai nemmeno immaginato, se solo avessi avuto un briciolo di lucidità. Sollevai il busto girandomi verso di lui e, alzando il viso, portai la mano colma del mio sperma sopra la bocca, quindi lo lasciai colare dentro in modo che vedesse bene mentre lo ingoiavo tutto.

Mi svegliai di soprassalto, con la bocca impastata e la verga dura come il marmo… A fianco, mia moglie dormiva serena.
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