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Gay & Bisex

MASTRO GIOVANNI - La mia prima volta


di Membro VIP di Annunci69.it agenore999
28.10.2026    |    344    |    4 9.6
"Lo prendevo tutto adesso, fino in fondo, senza conati, il naso nei suoi peli, e lui diceva la stessa parola..."
Premessa. Questa è una storia vera, la storia della prima volta che sono stato con un uomo. Avevo 19 anni, lui sessantatré, ed era il nostro vicino di campagna. Ho cambiato i nomi, il resto è andato esattamente così.

La casa di campagna ce l’abbiamo da quando sono nato. Mio nonno l’aveva comprata per due soldi, una casa di pietra con un pezzo di terra, un pollaio che non usava più nessuno e una recinzione di rete che separava il nostro terreno da quello dei vicini. D’estate ci passavamo i mesi interi, d’inverno restava vuota. Solo che noi avevamo gli animali. Un cane, Brando, un meticcio nero e marrone che sembrava un lupo ma aveva il carattere di un bambino, e cinque conigli in una gabbia grande dietro la casa. Qualcuno doveva andare a dargli da mangiare tutti i giorni, anche d’inverno, e ci alternavamo io, mio fratello e mio padre. Ma loro lavoravano in città, e io quell’anno ero rimasto in paese, a dieci minuti dalla campagna. Avevo finito il liceo, lavoricchiavo nel bar di mio zio e aspettavo di partire per l’università. Così, alla fine, ci andavo quasi sempre io.

Avevo diciannove anni, la patente da poco e una Panda vecchia che mi aveva lasciato mia zia. Andavo ogni pomeriggio. Davo da mangiare ai conigli, cambiavo l’acqua a Brando, giocavo un po’ con lui e tornavo in paese. Ero fidanzato con Giulia da un anno e mezzo, e con lei scopavo come un pazzo, ovunque, in macchina, a casa dei suoi quando non c’erano, una volta anche dietro la chiesa dopo una festa. Avevo la figa in testa tutto il giorno. Con Giulia, tra l’altro, ci vediamo ancora oggi, da ex, e ogni tanto scopiamo ancora di brutto. Ma questo è un altro discorso.

Questo per dire che non ero uno che si faceva domande. Eppure c’era una cosa che non avevo mai detto a nessuno.

In quel periodo, quando mi masturbavo, mi veniva voglia di mettermi qualcosa dentro. Non sapevo nemmeno io perché. Cominciava quasi per caso, con un dito che scivolava giù mentre mi segavo, e poi mi accorgevo che venivo più forte. Per un po’ è andata avanti così. Poi è diventata un’abitudine. La sera a letto, al buio, mi leccavo due dita, me le bagnavo bene, e me le infilavo. A ripetizione. Dentro e fuori, sempre più a fondo, con l’altra mano sul cazzo, e venivo in un modo che con Giulia non mi succedeva. Poi un giorno, sotto la doccia, ho preso la spazzola di mia madre, quella con l’impugnatura liscia e arrotondata. Ci ho messo il bagnoschiuma e me la sono infilata piano. Poi altre cose, sempre in bagno, sempre lisce e sicure. Il manico di un deodorante, un pennarello grosso avvolto in un preservativo. Mi vergognavo da morire, ogni volta. E ogni volta lo rifacevo.

Non c’era nessun uomo in quei pensieri. O almeno così mi dicevo.

La casa accanto alla nostra era di mastro Giovanni. Tutti lo chiamavano così, anche mio padre, perché aveva fatto il muratore per quarant’anni e mezzo paese l’aveva tirato su lui. Era amico di famiglia da sempre. D’estate veniva a mangiare da noi la domenica con la moglie, Anna, una donna allegra, con la risata forte, che a tavola raccontava le barzellette più sporche di tutti e faceva arrossire mia madre. Quell’inverno Anna stava quasi sempre in città dalla figlia, che aveva appena avuto un bambino, e Giovanni restava in campagna da solo per giorni, a sistemare la casa e l’orto, e tornava da lei nel fine settimana.

Aveva sessantatré anni, era più basso di me di una spanna, robusto, con la pancia dura di chi ha lavorato con il corpo tutta la vita, due baffoni grigi e due mani enormi. Mani da muratore, grandi come pale, con le dita grosse e le nocche segnate. Quando ti dava una pacca sulla spalla te la sentivi per mezz’ora.

E poi aveva il pacco.

In famiglia era una specie di leggenda, una di quelle cose di cui si parla solo a bassa voce. Le mie zie, quando avevano bevuto un bicchiere di troppo a cena, ridevano coprendosi la bocca e dicevano che Anna era una donna fortunata, e che si capiva da come rideva. Mia madre le zittiva. Mio padre faceva finta di non sentire. Ma tutti avevano visto quello che si vedeva d’estate, quando Giovanni stava in canottiera e pantaloncini da lavoro a sistemare l’orto. Quel rigonfiamento pesante tra le gambe, basso, che i pantaloni non riuscivano a contenere.

A me incuriosiva. Non sapevo nemmeno io perché. Ero uno a cui piaceva la figa e basta, eppure ogni tanto, quando lo vedevo, l’occhio mi cadeva lì. E qualche volta, la sera, a letto, con le dita dentro, mi sorprendevo a pensarci. A chiedermi come fosse. Mi eccitavo, e mi dava fastidio eccitarmi, e allora pensavo a Giulia e mi passava. Più o meno.

Brando aveva un vizio. Scavalcava la recinzione. Non sempre, ma quando gli girava trovava il punto dove la rete era più bassa, prendeva la rincorsa e saltava dall’altra parte, e correva da Giovanni. Lo adorava. Giovanni gli dava gli avanzi, lo faceva entrare in casa, se lo teneva sui piedi davanti al camino. Quando arrivavo e Brando non c’era, sapevo già dove andarlo a prendere.

Quel pomeriggio di gennaio faceva un freddo cane. Il cielo era bianco, l’erba dei campi croccante di brina, e quando sono sceso dalla macchina il fiato mi faceva le nuvole. Ho dato da mangiare ai conigli con le dita che non sentivo più, ho cercato Brando e non c’era. Ho guardato verso la casa di Giovanni e ho visto il fumo che usciva dal comignolo.

Ho scavalcato il cancelletto di legno che c’era tra le due proprietà e sono andato a bussare.

Mi ha aperto con Brando tra le gambe che scodinzolava come un pazzo.

«Eccolo qua, il padrone,» ha detto. «Te l’ho rubato di nuovo. Entra, entra, che fuori si muore.»

Dentro c’era un caldo incredibile. Aveva la stufa accesa in cucina e il termocamino nel soggiorno, e la casa sarà stata a ventiquattro gradi, forse di più. Dopo il freddo di fuori mi è sembrato di entrare in un forno. Mi sono tolto il giubbotto, poi la felpa, e sono rimasto in maglietta.

«Ti faccio un caffè?»

«Grazie.»

È andato in cucina e io sono rimasto in soggiorno a giocare con Brando sul tappeto davanti al camino. Quando è tornato con le due tazzine, l’ho guardato. E l’ho visto.

Indossava una tuta grigia. Una di quelle tute vecchie, di cotone sottile, che con gli anni si erano ristrette e ammorbidite, e che gli fasciavano le gambe quasi come dei leggings. La maglia di sopra era larga, ma i pantaloni no. E sotto non portava niente. Si vedeva benissimo. Il cazzo gli stava appoggiato di lato, molle, grosso, la forma della cappella chiara sotto il cotone grigio. E sotto, le palle. Due palle enormi, pesanti, che gli tiravano giù la stoffa tra le gambe come due frutti maturi in un sacchetto.

Ho abbassato subito gli occhi su Brando.

Lui si è chinato a darmi la tazzina, e il pacco mi è arrivato all’altezza della faccia, a mezzo metro. Ho preso il caffè senza alzare lo sguardo.

Abbiamo giocato un po’ con il cane. Lui gli tirava una pallina di gomma per tutto il soggiorno, e Brando la riportava e la lasciava cadere sui suoi piedi, e lui rideva. Io stavo seduto sul tappeto e cercavo di non guardare. Ma ogni volta che lui si chinava, ogni volta che si alzava dalla sedia, la tuta si tirava e io vedevo tutto. Le palle che oscillavano. La cappella che si disegnava sotto il cotone. E lo sguardo ci tornava da solo. Una volta, due, dieci.

Non so quando se n’è accorto. Forse subito. Forse già da mesi.

A un certo punto Brando si è stufato e si è sdraiato davanti al camino, e nel soggiorno è sceso il silenzio. Solo il fuoco che scoppiettava e il respiro del cane. Giovanni era in piedi vicino al camino e io ero ancora per terra. L’ho guardato, di nuovo, lì. E ho visto che non era più come prima.

Il pacco si stava gonfiando.

Piano. Il cotone grigio si tendeva, la forma si alzava, si ingrossava. Prima era un rigonfiamento, adesso era chiaramente un cazzo. Si vedeva la linea dell’asta, larga, la cappella che spingeva contro il tessuto, sempre più su. E sotto le palle, enormi, che riempivano la tuta.

Ho alzato gli occhi e lui mi stava guardando. Non era imbarazzato. Non si è coperto. Mi guardava e basta, con una faccia che non gli avevo mai visto.

L’aria nella stanza è diventata densa. Non so come spiegarlo meglio. Il caldo, il fuoco, il silenzio. È come se tutto si fosse fermato, e tutti e due sapessimo che stava succedendo qualcosa, anche se nessuno dei due lo diceva. Col senno di poi lo capisco benissimo. Allora sentivo solo il cuore che mi batteva in gola.

«Mettiamoci sul divano,» ha detto. «Che per terra ti si gela il culo, anche con il camino.»

Era una cosa normale. Ci eravamo seduti su quel divano cento volte, a guardare la partita, a parlare, con mio padre, da soli. Ma quella volta non era normale, e lo sapevamo tutti e due.

Si è seduto per primo, nell’angolo, con la schiena dritta contro lo spigolo tra lo schienale e il bracciolo. Ha piegato una gamba sul divano e ha lasciato l’altra per terra, girato verso di me. Così aveva le gambe aperte, larghe, e la tuta gli fasciava tutto ancora di più. Adesso vedevo bene le palle, la forma di tutte e due, grosse, gonfie, divise dalla cucitura, che gli pendevano basse sul cuscino. E sopra il cazzo, mezzo duro, che gli saliva verso la pancia.

Mi sono seduto all’altro capo del divano. Lui ha sorriso sotto i baffi.

«Così lontano? Non mordo mica.»

Mi sono avvicinato un po’.

Abbiamo cominciato a parlare. Di cose normali all’inizio, il lavoro al bar, l’università a Roma, la macchina, mio padre che non lo chiamava da un mese, Anna e il nipotino. Ma non erano mai discorsi vaghi. C’era sempre qualcosa sotto, una battuta, uno scherzo, un doppio senso. Lui rideva e mi dava una pacca sulla coscia. Lasciava la mano lì un secondo più del necessario. Io ridevo e mi avvicinavo un po’ di più. Dopo dieci minuti avevo il ginocchio contro il suo piede. Dopo venti, la sua mano sulla mia gamba ogni volta che rideva.

«E la fidanzata? Come si chiama, Giulia?»

«Sì.»

«Bella ragazza. L’ho vista quest’estate.» Si è grattato i baffi. «E come va?»

«Bene.»

«Bene a letto, dico.»

Sono diventato rosso. Lui si è messo a ridere.

«Ma guardalo. Sei un uomo, non ti vergognare. Allora? Ci sa fare?»

«Sì. Ci sa fare.»

«Ti fa i pompini?»

Ho deglutito. Il cuore mi batteva così forte che pensavo lo sentisse.

«Sì.»

«Ti piacciono?»

«Sì.»

«E tu a lei? La lecchi?»

«Qualche volta.»

«Qualche volta.» Ha scosso la testa. «E nel culo? L’hai mai presa nel culo, Giulia?»

«Una volta. Non le è piaciuto molto.»

«Eh. Perché non la sai fare.» Lo ha detto tranquillo, come se parlasse di come si impasta il cemento. «Nessuno vi insegna niente, a voi ragazzi. Credete che basta infilarlo. E invece una donna è come una casa, Marco. Se non sai dove mettere le mani, crolla tutto.»

Mi stava guardando fisso. Io guardavo lui, e poi guardavo giù, la tuta, il cazzo che adesso era quasi del tutto duro e premeva contro l’elastico.

«E come si impara?» gli ho chiesto. Mi è uscita una voce strana.

Lui ha sorriso di nuovo.

«Te lo dico io come si impara. Se vuoi far godere davvero una donna, devi prima provare quello che prova lei.»

«Che vuol dire?»

«Vuol dire quello che ho detto. Tu vuoi che Giulia goda mentre ti fa un pompino? Che lo faccia con la voglia, non per farti un favore? Allora devi sapere com’è stare dall’altra parte. In ginocchio. Con un cazzo in bocca. Devi sapere cosa si sente. Cosa piace e cosa no. Solo così poi sai come trattarla.»

Sono rimasto zitto. Ero sconvolto. Ma ero anche eccitato da morire, avevo il cazzo duro nei jeans e lui lo vedeva benissimo.

«Ma dai,» ho detto. «Mi stai prendendo in giro.»

«Ti sembro uno che ti prende in giro?»

No. Non sembrava.

Lui ha allungato la mano e me l’ha messa sulla coscia. Non sul ginocchio, più su. La sua mano enorme mi copriva tutta la gamba. Pesava. Era calda.

«Io con te sono sincero,» ha detto, piano. «Ti ho visto, sai. Oggi e anche le altre volte. Ti ho visto come mi guardi.»

Mi sono sentito morire. Volevo dire qualcosa, negare, ridere. Non mi è uscito niente.

«Non ti preoccupare,» ha detto. «Non c’è niente di male. È curiosità. È normale. Tutti i ragazzi ce l’hanno, solo che quasi nessuno ha il coraggio.»

La sua mano è salita un po’. Adesso era a pochi centimetri dal mio cazzo.

«Tu ce l’hai il coraggio, Marco?»

Ho guardato la sua mano. Ho guardato la tuta grigia. Ho pensato alle zie che ridevano, a quelle sere a letto con le dita dentro, a tutte le volte che l’occhio mi era caduto lì.

«Non lo so,» ho detto.

«Allora guardalo e decidi.»

Si è preso l’elastico della tuta con due dita e l’ha abbassato sotto le palle.

Il cazzo è uscito fuori e gli è ricaduto sulla pancia. Non era lunghissimo, non era il mostro delle storie delle zie. Ma era largo, spesso, pieno, con le vene in rilievo, e non era circonciso. La pelle gli copriva ancora mezza cappella, e da sotto la pelle spuntava la punta, grossa, rosa scuro, lucida. Era un bel cazzo. Lo pensai proprio così, un bel cazzo, e quel pensiero mi spaventò più di tutto il resto.

E poi le palle.

Erano la vera leggenda. Enormi. Due palle grosse come mandarini, gonfie, piene, pesanti, che gli pendevano basse dentro uno scroto morbido coperto di peli grigi. Si appoggiavano sul cuscino del divano. Non ne avevo mai viste così. Nemmeno immaginate.

«Allora?» ha detto. «Era quello che immaginavi?»

«Le palle,» ho detto, senza pensarci. «Sono enormi.»

Lui ha riso, una risata bassa, contenta.

«Lo dicono tutti. Anna dice che sono la sua rovina.» Ha riso ancora. «Toccalo. Non ti fa niente.»

Ho allungato la mano. Mi tremava. L’ho appoggiata sull’asta e l’ho sentito caldissimo, duro, vivo. Era largo, le dita ci arrivavano appena intorno. L’ho stretto e l’ho sentito pulsare.

«Così,» ha detto. «Senti com’è. Su e giù, piano.»

L’ho mosso su e giù, piano. La pelle scorreva sopra l’asta e la cappella usciva tutta, scoperta, lucida, con una goccia trasparente sulla punta. Poi la pelle tornava su e la copriva. Era una cosa che non avevo mai visto fare così da vicino, e non riuscivo a smettere di guardarla. Lui si è appoggiato meglio nell’angolo del divano e ha chiuso gli occhi un momento.

«Bravo.»

Poi ha riaperto gli occhi e mi ha messo la mano sulla nuca. Non spingeva. La teneva lì, enorme, calda, il pollice dietro l’orecchio.

«Adesso scendi.»

Mi sono chinato. Mi sono ritrovato con la faccia a dieci centimetri da quel cazzo e ho sentito l’odore. Forte, di uomo, di sudore, di pelle che è stata tutto il giorno sotto una tuta vicino al fuoco. Sotto la pelle della cappella c’era un odore più forte ancora, più intimo. Mi ha dato quasi un capogiro.

«Non lo devi prendere in bocca subito,» ha detto. «Prima si conosce. Prima si lecca. Una donna che sa fare, per prima cosa lecca. Fammi vedere.»

Ho tirato fuori la lingua e l’ho appoggiata alla base dell’asta. Sapeva di sale. Sono risalito piano, come avevo visto fare a Giulia, fino alla cappella, e lì ho trovato la goccia e l’ho leccata. Era salata, appiccicosa. Mi è piaciuta.

«Tira giù la pelle. Con le labbra, non con le mani.»

Ho appoggiato le labbra sulla punta e ho spinto giù piano, e la pelle è scivolata indietro, e la cappella mi è entrata in bocca tutta scoperta. Calda, liscia, saporita. Lui ha sospirato.

«Così. Adesso lecca sotto il bordo. Gira la lingua tutta intorno. Lì sotto c’è tutto.»

Ho girato la lingua sotto il bordo della cappella, dove la pelle si attacca, e il sapore era fortissimo. Lui ha stretto la mano sulla mia nuca.

«Ancora. Piano. Tutto quanto.»

Ho ricominciato dalla base. E poi di nuovo. E poi ai lati, sopra, sotto, dove c’era la vena più grossa. Lui mi guidava con la mano sulla nuca, mi spostava la testa dove voleva lui, e ogni tanto mi diceva una cosa.

«Lì. Senti come si muove? Quella è la parte che piace di più. Ricordatelo.»

«Non avere fretta. Una donna che ha fretta non ti fa godere.»

Mi faceva sentire una donna. Me lo diceva lui, ogni volta. Una donna fa così, una donna sente questo. E io leccavo, ubbidivo, e avevo il cazzo così duro nei jeans che mi faceva male.

Poi mi ha preso la testa con tutte e due le mani e me l’ha spostata più giù.

«Le palle. Non ve lo dice nessuno, ma le palle sono la cosa più importante. Le mie soprattutto.»

Ho affondato la faccia nelle sue palle. Erano così grosse che mi coprivano tutto il viso, il naso, la bocca, il mento. Pesanti, calde, morbide, con quei peli grigi ruvidi che mi solleticavano. L’odore lì era ancora più forte. Ho tirato fuori la lingua e ho cominciato a leccarle. Una alla volta, con la lingua piatta, dal basso verso l’alto, sentendole muoversi dentro lo scroto. Ho provato a prenderne una in bocca. Ci stava a malapena. Mi riempiva tutta la bocca e dovevo tenere la mascella spalancata. L’ho succhiata piano, e lui ha gemuto per la prima volta, un verso basso dalla gola.

«Sì. Così. Brava.»

Brava. Me l’ha detto al femminile, e mi ha fatto un effetto che non so spiegare.

«Adesso l’altra. E poi provale insieme.»

Ho provato a prenderle insieme. Impossibile. Lui ha riso, e io ho riso con la bocca piena di palle, e poi ho ricominciato a leccarle, a lungo, mentre lui si menava piano il cazzo sopra la mia testa.

Poi si è sfilato la maglia della tuta da sopra la testa e l’ha buttata per terra. Aveva il petto largo, pieno di peli grigi, la pancia dura e tonda, due capezzoli scuri. Sulla spalla aveva una cicatrice vecchia, lunga, di un ferro che gli era caduto addosso in un cantiere.

«Adesso non solo il cazzo,» ha detto. «Tutto. Un uomo va adorato tutto.»

E mi ha fatto leccare tutto.

Il petto. I capezzoli, che diventavano duri sotto la mia lingua. La pancia, il pelo che scendeva dall’ombelico. Le braccia, grosse, segnate, con le vene in rilievo. Le ascelle, piene di pelo e di odore, e lui mi teneva la testa lì dentro e mi diceva di respirare. Le mani, quelle mani enormi, un dito per volta, me li infilava in bocca e io li succhiavo come se fossero cazzi. La cicatrice sulla spalla. Il collo, la mascella, i baffi che mi pizzicavano le labbra. Le gambe, quando si è sfilato del tutto la tuta e l’ha buttata accanto alla maglia. Le cosce, l’interno delle ginocchia, i polpacci duri. I piedi. Mi ha fatto mettere in ginocchio sul tappeto e gli ho leccato i piedi, le dita una per una, la pianta, il collo del piede.

E ogni tanto mi riportava al cazzo e alle palle. Me lo spingeva in bocca e me lo faceva succhiare un po’. Poi me lo toglieva e mi rimandava a leccare da un’altra parte. Il fianco. La schiena, girandosi sul divano a pancia in giù, i peli sulla parte bassa. Il culo, le natiche grosse e dure.

«Anche lì,» ha detto. «Senza paura.»

Gli ho leccato anche lì, per un po’. Mi teneva aperto con le sue mani e io leccavo, e non riuscivo a credere che lo stavo facendo, e non riuscivo a smettere.

Il fuoco nel camino era calato, Brando dormiva sul tappeto, fuori si era fatto buio. Non mi ero accorto di niente. Quando ho guardato l’orologio sopra la credenza erano passate quasi due ore. Due ore che leccavo il corpo di un uomo di sessantatré anni, centimetro per centimetro, e lui non mi aveva toccato il cazzo nemmeno una volta.

Alla fine si è rigirato sulla schiena, nell’angolo del divano, come all’inizio. Le gambe aperte, le palle appoggiate sul cuscino, il cazzo dritto contro la pancia, duro come non l’avevo ancora visto, rosso, la cappella tutta scoperta e lucida della mia saliva.

«Adesso in bocca,» ha detto. «Tutto quello che riesci.»

Mi sono inginocchiato tra le sue gambe sul tappeto e l’ho preso in bocca. La cappella mi riempiva, larga, e l’asta mi apriva le labbra. Ho spinto, ho aperto la mascella, sono sceso. Non era lunghissimo, ma era largo, e a un certo punto la cappella mi ha toccato la gola e mi è venuto un conato. Mi sono tirato su tossendo, con gli occhi pieni di lacrime e la bava che mi colava dal mento.

Lui mi ha accarezzato la faccia con il pollice.

«È normale. La prima volta è così per tutti. Anche per le donne. Respira con il naso. Rilassa la gola, come se dovessi sbadigliare. Riprova.»

Ho riprovato. Ancora. Ancora. Ogni volta un po’ più giù. Lui non spingeva mai. Teneva la mano sulla nuca e mi accompagnava, aspettava, mi lasciava respirare. Dopo non so quanti tentativi l’ho sentito scivolare oltre, la cappella che entrava in gola, e il naso che mi arrivava nei suoi peli grigi. Tutto. L’avevo preso tutto. Le sue palle enormi mi premevano contro il mento.

Lui ha gemuto così forte che Brando ha alzato la testa.

«Così. Così. Resta lì.»

Sono rimasto lì. Lui ha cominciato a muoversi appena, con il bacino, piccole spinte dentro la mia bocca. La mano sulla nuca stringeva. Non era più dolce. Era un uomo che si stava prendendo quello che voleva.

«Adesso ti insegno l’ultima cosa,» ha detto, con il fiato corto. «Una donna vera non si tira indietro. Non lo sputa. Se lo prende tutto. Hai capito?»

Ho fatto sì con la testa, con il cazzo in bocca.

Mi ha preso la testa con tutte e due le mani. Mi ha tenuto fermo. Ha dato tre, quattro spinte più forti, fino in gola, e io ho sentito il cazzo gonfiarsi ancora contro il palato, e le palle che gli si stringevano contro il mio mento.

Poi è venuto.

E ho capito a cosa servivano quelle palle.

Il primo getto mi ha colpito in fondo alla gola così forte che mi ha fatto sgranare gli occhi. Caldo, denso, tantissimo. Ho ingoiato per istinto. Poi un altro. E un altro. E un altro ancora. Non finiva più. Mi riempiva la bocca più veloce di quanto riuscissi a mandare giù, e mi è uscito dagli angoli delle labbra, e mi è colato sul mento, e lui me lo ha rispinto dentro con il pollice.

«Tutto. Tutto. Ingoia.»

Ho ingoiato tutto. Il sapore era forte, amaro, salato, diverso da tutto quello che avevo mai sentito. Mi è rimasto in gola, sulla lingua, nel naso.

Quando ha finito mi ha lasciato la testa piano. Il cazzo mi è scivolato fuori dalla bocca, ancora mezzo duro, lucido. Lui mi ha guardato. Io ero in ginocchio sul tappeto con la faccia bagnata, gli occhi rossi, la bocca aperta.

«Puliscilo,» ha detto. «Una donna che sa fare lo pulisce sempre. E tira su la pelle, alla fine.»

L’ho pulito con la lingua, tutto, sotto il bordo della cappella, l’asta, le palle dove era colato. Poi, con le labbra, gli ho riportato su la pelle sulla cappella, come mi aveva detto, finché non è tornato morbido.

Poi lui si è tirato su la tuta, mi ha passato un fazzoletto e mi ha versato un bicchiere d’acqua dalla bottiglia sul tavolino.

«Allora?» ha detto. «Adesso sai com’è.»

«Sì.»

«Ti è piaciuto?»

Non ho risposto. Non ce n’era bisogno. Avevo ancora il cazzo duro nei jeans, e una macchia di bagnato sul davanti.

Lui l’ha guardata e ha sorriso sotto i baffi.

«Stasera vedi Giulia?»

«Sì.»

«Allora vedi di usare quello che hai imparato. E domani vieni a dare da mangiare ai conigli?»

«Sì.»

«Allora passa anche da me. Ti lascio la porta aperta.»

Sono tornato in paese guidando come un automa. Non ho acceso la radio. Avevo il suo sapore in bocca e non volevo che se ne andasse.

Quella sera Giulia è venuta da me. I miei erano fuori a cena. Appena ha chiuso la porta le sono saltato addosso come non avevo mai fatto. Avevo una voglia che mi bruciava dentro, una voglia che non era nemmeno tutta per lei, e che lei si è presa tutta. L’ho spogliata nel corridoio, l’ho portata in camera, l’ho stesa sul letto e mi sono messo in ginocchio tra le sue gambe.

E l’ho leccata come mai prima.

Piano. Senza fretta. Come aveva detto Giovanni. Partendo dall’interno delle cosce, avvicinandomi piano, girandole intorno, facendola aspettare. Prima di toccarla davvero con la lingua l’ho fatta tremare. Poi l’ho leccata tutta, con la lingua piatta, dal basso verso l’alto, a lungo. Ho trovato il punto che la faceva sussultare e l’ho tenuto, piano, sempre uguale, senza cambiare, senza avere fretta, come una donna che sa fare. Lei mi ha preso la testa con le mani, come Giovanni aveva preso la mia, e io ho sentito una cosa strana dentro, come se fossi tutti e due insieme.

È venuta la prima volta con la mia faccia tra le gambe, gridando. Non ho smesso. È venuta la seconda volta con due dita dentro e la mia lingua sopra. Poi l’ho scopata, forte, a lungo, girandola su ogni lato del letto, e quando è venuta la terza volta mi ha morso la spalla per non urlare.

Dopo, mentre eravamo stesi, sudati, con il fiato corto, mi ha guardato strano.

«Ma che ti è successo oggi?»

«Niente.»

«Non mi hai mai leccata così.»

«Ho avuto un buon maestro,» ho detto, e ho riso, e lei ha pensato a uno scherzo.

Quella notte, dopo che se n’è andata, mi sono infilato le dita dentro pensando alle palle di Giovanni, e sono venuto come un pazzo. Poi non ho dormito.

Il pomeriggio dopo faceva ancora più freddo. Ho dato da mangiare ai conigli in fretta. Brando era nel recinto, non era scappato. Non avevo più la scusa. L’ho preso per il collare e me lo sono portato dietro lo stesso, scavalcando il cancelletto. Faceva troppo freddo per lasciarlo fuori, mi sono detto. E poi a Giovanni piaceva. Era una bugia a metà, e lo sapevo.

La porta era aperta, come aveva detto. Sono entrato e il caldo mi ha preso in faccia come il giorno prima. Brando è corso subito davanti al camino e si è buttato sul tappeto. C’era odore di legna e di caffè.

«Sono qui,» ha detto dalla cucina.

È uscito asciugandosi le mani su uno strofinaccio. Non aveva la tuta. Aveva un paio di pantaloncini corti di cotone leggero, grigi, cortissimi, di quelli da casa che d’estate si mettono per dormire. Gli arrivavano a metà coscia. E non portava le mutande. Si vedeva tutto. Le palle enormi che riempivano il cotone e scendevano quasi oltre l’orlo, il cazzo mezzo duro di lato, la forma della cappella sotto la stoffa sottile. Per fuori al freddo ci sarebbe morto. Lì dentro, a ventiquattro gradi, era un invito.

Mi ha guardato dalla testa ai piedi, come si guarda una cosa che si conosce già. Ha visto Brando sul tappeto e ha sorriso.

«Anche lui? Brava. Così sta al caldo. Chiudi la porta.»

L’ho chiusa. Lui si è avvicinato, mi ha preso per la nuca con una mano e mi ha baciato.

Non mi aveva mai baciato, il giorno prima. Non avevo mai baciato un uomo. Sentivo i baffi che mi pungevano, ruvidi, la lingua che mi entrava in bocca grossa e decisa, il suo sapore di caffè e di tabacco. Mi teneva la nuca con la mano enorme e con l’altra mi ha preso il culo attraverso i jeans e me l’ha stretto. Io ero più alto di lui e dovevo piegarmi un po’, e lui mi tirava giù verso di sé come se fossi leggero.

Ho sentito il suo cazzo contro la gamba. Duro, adesso, del tutto. E le palle che premevano contro la mia coscia attraverso quel cotone sottile.

Ci siamo baciati lì nell’ingresso per non so quanto. Le sue mani dappertutto. Sotto la maglietta, sulla schiena, sul petto. Dentro i jeans, dietro, sulla pelle nuda del culo. Mi stringeva come si stringe un pezzo di carne al mercato, con forza, sicuro. Io gli ho infilato la mano nei pantaloncini, da sotto, dalla gamba, e gli ho preso le palle. Mi riempivano il palmo e straripavano. Lui mi ha morso il labbro.

Poi si è staccato.

«Di là. Sul divano.»

Non era una proposta. Era un ordine. Detto piano, con la voce tranquilla, ma era un ordine. Il giorno prima mi aveva convinto. Oggi no. Oggi aveva capito benissimo cos’ero, e me lo faceva sentire in ogni cosa che diceva. Non c’erano più le scuse della fidanzata e delle lezioni. C’era lui che sapeva, e io che sapevo che lui sapeva.

Si è seduto nell’angolo del divano come il giorno prima, gamba piegata, l’altra per terra. Si è sfilato i pantaloncini e li ha buttati sul tappeto accanto a Brando. Poi la maglia. Nudo, il cazzo dritto contro la pancia, le palle appoggiate sul cuscino.

«Sai cosa devi fare. Comincia. Tutto, come ieri. Ma oggi con più calma.»

Ho cominciato. Dai piedi, perché il giorno prima avevo capito che gli piaceva. Poi le gambe, le cosce, l’interno delle cosce. Le palle, a lungo, con tutta la faccia dentro. Lui ogni tanto mi correggeva.

«Più piano lì.»

«Usa tutta la lingua, non solo la punta.»

«Succhiale. Una alla volta. Tirale un po’ con la bocca. Piano.»

Mi ha fatto risalire sul petto, sulle ascelle, sul collo. Mi ha baciato di nuovo con la mia bocca che sapeva di lui. Mi ha fatto succhiare il cazzo, poco, solo per fargli sentire che mi ricordavo come si faceva. Lo prendevo tutto adesso, fino in fondo, senza conati, il naso nei suoi peli, e lui diceva la stessa parola.

«Brava.»

Poi mi ha tirato su per i capelli.

«E adesso la cosa che ieri hai fatto poco.»

Si è girato. Si è messo in ginocchio sul divano, con le mani sullo schienale, e ha inarcato la schiena. Il culo grosso, peloso, in fuori verso di me. Le palle enormi che gli pendevano in mezzo alle gambe, viste da dietro, gonfie e pesanti.

«Leccami il culo. Bene. Come si deve.»

Mi sono inginocchiato dietro di lui sul divano. Gli ho messo le mani sulle natiche, dure, pelose, e le ho aperte. Il buco era scuro, circondato di peli grigi. Ho avvicinato la faccia. L’odore era forte, di uomo, di sudore, intimo.

Ho cominciato a leccare.

Prima intorno. Poi sopra. Poi con la lingua piatta, dal basso, dalle palle fino in cima, passando sul buco, a lungo, piano. Lui ha sospirato e ha abbassato la testa sullo schienale.

«Così. Non smettere.»

Non ho smesso. L’ho leccato per un tempo infinito. Ho imparato a sentire come si apriva e si chiudeva sotto la mia lingua, come si rilassava quando ci giravo intorno piano, come si stringeva quando ci premevo sopra. Mi diceva cosa fare. Più forte. Più dentro. Infilaci la lingua. E io ci infilavo la lingua, la punta, sempre più a fondo, e lui spingeva il culo verso la mia faccia e gemeva. Mi prendeva la testa da dietro con una mano e me la teneva schiacciata lì, con il naso tra le natiche, e io leccavo e leccavo. Avevo la faccia bagnata di saliva fino alle orecchie. Ogni tanto mi faceva scendere sulle palle, e poi risalire sul buco. Ogni tanto si menava il cazzo mentre io lo leccavo.

«Vedi?» ha detto a un certo punto, con la voce roca. «Questa è la cosa che piace di più a un uomo. E nessuna donna te la fa mai come si deve. Tu sì.»

Non so quanto è durato. Il fuoco è calato e lui non si è nemmeno alzato a mettere la legna. Quando finalmente si è girato, si è seduto e mi ha guardato, avevo la mascella che mi faceva male e la lingua stanca, e il cazzo duro come un sasso nei jeans.

«Spogliati.»

Mi sono alzato. Mi sono tolto la maglietta, i jeans, le mutande, le calze. Sono rimasto in piedi davanti a lui, nudo, nel soggiorno caldo, con il cazzo duro che mi puntava verso la pancia. Lui mi ha guardato a lungo, seduto, come si guarda un muro da intonacare. Valutando.

«Girati.»

Mi sono girato.

«Mettiti a pecora. Lì, sul tappeto.»

Mi sono messo a quattro zampe sul tappeto davanti al camino, accanto a Brando che mi guardava con la testa sulle zampe. Il fuoco mi scaldava il fianco. Sentivo il pavimento sotto le ginocchia, il pelo del tappeto sotto le mani. Sentivo lui che si alzava dal divano e si inginocchiava dietro di me.

Le sue mani mi hanno preso il culo. Tutte e due, enormi, una per natica. Me l’hanno stretto, aperto, tirato. Con forza. Ho sentito l’aria calda della stanza toccarmi il buco.

«Adesso ti spiego una cosa,» ha detto. «Come un uomo deve accogliere un altro uomo.»

Ha cominciato a parlare. Piano, tranquillo, come se mi stesse spiegando come si fa una malta. Che il culo non è una figa, che non si bagna da solo, che bisogna prepararlo. Che il buco è un muscolo e il muscolo va convinto, non forzato. Che bisogna essere puliti, dentro e fuori. Che un uomo che vuole essere preso deve prima imparare a rilassarsi, a respirare, a spingere quando entra e non a stringere.

Mentre parlava mi toccava. Le dita grosse mi passavano sul buco, premevano, giravano. Poi un dito ha premuto un po’ di più, e il buco si è aperto quasi da solo, e la punta è entrata.

Lui si è fermato. L’ha mosso appena. Poi ha riso piano.

«Ah. Ma tu qui ci hai già giocato.»

Mi sono sentito avvampare fino alle orecchie.

«Dimmi la verità.»

Non sono riuscito a mentire. Gli ho detto tutto. Delle dita, la sera, a letto. Delle due dita leccate che mi infilavo a ripetizione. Della spazzola di mia madre. Delle altre cose in bagno. Lui ascoltava e intanto muoveva il dito dentro di me, piano, avanti e indietro.

«E a cosa pensavi, quando lo facevi?»

«A niente.»

«A niente.» Il dito è entrato tutto. «Lo sai che le bugie non mi piacciono.»

«A te,» ho detto. «Qualche volta. Alle tue palle.»

Lui ha tirato fuori il dito e mi ha dato una pacca sul culo, forte, che ha fatto alzare la testa a Brando.

«Lo sapevo. Lo sapevo da quest’estate.»

Poi un dito mi ha tirato i peli intorno al buco.

«Però sei peloso come un orso. Così non va bene. Per la prima volta ti voglio pulito.»

Si è alzato.

«In bagno. Vieni.»

L’ho seguito nudo per il corridoio. Brando è venuto dietro, poi ha capito che non era una cosa per lui ed è tornato davanti al camino. Il bagno era vecchio, piastrelle verdi anni settanta, una vasca grande con la doccia sopra. Ha aperto l’armadietto sotto il lavandino e ha tirato fuori una schiuma da barba, un rasoio, un asciugamano.

«Entra nella vasca. Piegati.»

Sono entrato nella vasca e mi sono piegato in avanti, le mani appoggiate al bordo dall’altra parte. Lui si è inginocchiato fuori dalla vasca dietro di me, mi ha bagnato con il getto della doccia, acqua tiepida, e mi ha spalmato la schiuma sul culo. Fredda, morbida. Me l’ha spalmata con le dita tra le natiche, sul buco, sulle palle da dietro.

«Non ti muovere. Ho la mano ferma, ma tu non ti muovere.»

Mi ha rasato. Piano, con cura, con le sue mani da muratore che sapevano fare tutto. Il rasoio mi passava tra le natiche, intorno al buco, tirava appena. Con l’altra mano mi teneva aperto, tirava la pelle per tenderla. Ogni tanto sciacquava il rasoio sotto l’acqua e ricominciava. Mi ha rasato le natiche, il solco, il buco, le palle. Poi mi ha fatto girare e mi ha rasato anche il pube, intorno al cazzo, che non si era abbassato nemmeno un secondo.

Quando ha finito mi ha sciacquato con la doccia e mi ha passato la mano sopra. Liscio. Non ero mai stato liscio lì in vita mia.

«Adesso sì,» ha detto. «Adesso sembra un culo da donna.»

Poi ha preso dall’armadietto una peretta di gomma.

«Sai cos’è?»

«Più o meno.»

«Per la prima volta si fa. Per essere pulito dentro. Così non pensi a niente e ti rilassi.»

Mi ha spiegato come si fa. Mi ha fatto rimettere piegato nella vasca. L’ha riempita di acqua tiepida, me l’ha appoggiata sul buco bagnato di sapone e me l’ha infilata piano. Era più piccola della spazzola, ed è entrata senza fatica.

«Respira. Spingi un po’. Così.»

Poi l’acqua, tiepida, che mi riempiva. Una sensazione strana, piena, che mi faceva venire voglia di stringere.

«Tienila. Un paio di minuti.»

Poi è uscito dal bagno e mi ha lasciato solo, che era la cosa più gentile che potesse fare. Ci ho messo un po’. L’ho fatto due volte, come mi aveva detto. Mi sono lavato con la doccia, da solo, e sono uscito dal bagno con l’asciugamano intorno alla vita, rosso in faccia, le gambe che tremavano. Mi sentivo vuoto, pulito, leggero, e stranamente pronto.

Lui era sul divano, nudo, con il cazzo duro in mano. Sul tavolino davanti a lui c’era un barattolo di vasellina. Nuovo. Con ancora lo scontrino della farmacia attaccato sotto.

L’ho guardato. Lui ha seguito il mio sguardo e ha sorriso sotto i baffi.

«L’ho presa stamattina in paese. Apposta per te. Togli l’asciugamano.»

L’ho tolto.

«Vieni qui.»

Mi ha fatto stendere sul divano a pancia in giù, con un cuscino sotto la pancia che mi alzava il culo. Si è inginocchiato dietro di me. Ho sentito le sue mani che mi aprivano di nuovo. Poi la sua bocca.

Mi ha leccato il culo. Lui, a me. Con la lingua larga, i baffi che mi pungevano la pelle appena rasata, liscia, sensibilissima. Non avevo mai sentito niente del genere. Mi è uscito un gemito che sembrava di un altro. Lui ha continuato, ha girato la lingua sul buco, ci ha premuto sopra, ci ha sputato, ha leccato di nuovo.

«Senti?» ha detto, staccandosi un attimo. «È questo che sente una donna.»

Ha aperto il barattolo. Ho sentito il dito freddo di vasellina appoggiarsi sul buco, spalmarla tutto intorno, piano, poi dentro. Il suo dito era grosso, molto più delle mie dita, ma con la vasellina è scivolato dentro come niente. L’ha mosso, girato, tirato fuori. Ha preso altra vasellina e ne ha messi due.

Due dita sue erano come tre mie. Il buco si è teso, mi ha bruciato un po’, poi ha ceduto. Ho respirato come mi aveva insegnato. Lui le ha mosse piano dentro di me, aprendole a forbice, e io sentivo il buco che si allargava, che si abituava. Poi ha girato le dita e le ha piegate, e ha toccato un punto dentro di me che mi ha fatto sobbalzare.

«Eccolo,» ha detto. «Questo è il tuo punto. Anche le spazzole lo trovano, ma non come le dita di un uomo.»

Ci ha premuto sopra, piano, a ritmo, e io ho cominciato a gemere sul cuscino. Il cazzo mi gocciolava sotto la pancia. Mi sembrava di poter venire così, senza toccarmi. Lui se ne è accorto e si è fermato.

«No. Non ancora.»

Ha tolto le dita.

L’ho sentito sistemarsi dietro di me. L’ho sentito prendere altra vasellina e spalmarsela sul cazzo, il rumore della mano che scorreva. Ho sentito la cappella appoggiarsi sul buco, calda, larga, unta.

«Adesso piano. Tu respira e spingi. Io non forzo. Ma oggi entra.»

Ha spinto. Io ho spinto. Ho sentito il buco che si apriva, che si tendeva, che si allargava intorno a quella cappella. Un bruciore che cresceva. Mi sono stretto senza volerlo.

Lui si è fermato.

«Respira. Non stringere. Spingi verso di me.»

Ho respirato. Ho spinto. E di colpo il buco ha ceduto, e la cappella è entrata.

Mi è uscito un verso dalla gola, lungo. Non sapevo se era dolore o altro. Era tutti e due. Lui è rimasto fermo, solo la cappella dentro, e mi ha accarezzato la schiena con la sua mano enorme.

«Ecco. Il peggio è passato. Adesso respira.»

Ho respirato. Dopo un po’ il bruciore si è calmato e ha lasciato il posto a un’altra cosa. Pieno. Mi sentivo pieno. E lui ancora non era entrato.

«Adesso vengo dentro piano. Tu dimmi.»

È entrato piano. Centimetro dopo centimetro. Non era lunghissimo, ed è stata la mia fortuna. Ma era largo, e me lo sentivo allargare tutto, aprire, riempire. Quando è arrivato in fondo ho sentito le sue palle enormi appoggiarsi sulle mie, pesanti, calde. E i peli del suo pube contro la pelle rasata delle natiche.

Siamo rimasti fermi così. Io con la faccia sul cuscino, il fiato corto, e lui tutto dentro di me, con le mani sui miei fianchi.

«Adesso sei una donna,» ha detto piano.

Poi ha cominciato a muoversi.

Lento. Usciva poco, rientrava piano. Ogni volta che rientrava sentivo quella cappella larga passare sul punto che mi aveva fatto sobbalzare prima, e mi scappava un gemito. Poi un po’ di più. Usciva quasi tutto e rientrava fino in fondo, e le palle mi sbattevano contro con un rumore morbido. Poi più veloce.

Il bruciore era sparito. Era rimasto solo lui.

Mi scopava tenendomi i fianchi con quelle mani da muratore, e io sentivo ogni colpo arrivarmi fino in pancia. Il divano cigolava. Il fuoco scoppiettava. Brando ci guardava dal tappeto con la testa inclinata. Io gemevo sul cuscino come una ragazza, e non me ne importava niente.

«Ti piace?»

«Sì.»

«Dillo.»

«Mi piace. Mi piace il tuo cazzo.»

Mi ha tirato su per i fianchi e mi ha messo a pecora sul divano, e mi ha scopato più forte. Mi ha preso per i capelli con una mano e mi ha tirato indietro la testa, e con l’altra mi ha preso il cazzo e ha cominciato a menarmelo a tempo con i colpi. Non sono durato niente. Con lui dentro che mi batteva su quel punto e la sua mano enorme che mi stringeva, sono venuto sul cuscino, sul divano, con un urlo che non mi è mai più uscito uguale, e il culo che si stringeva da solo intorno al suo cazzo, a scatti.

Quando mi sono stretto lui ha gemuto forte.

«Ah. Così mi fai venire.»

Non si è fermato. Mi ha preso i fianchi con tutte e due le mani e mi ha sbattuto più forte, più veloce, i colpi corti, profondi, le palle che mi colpivano. Il respiro gli si è fatto pesante, roco.

«Ti riempio,» ha detto. «Ti faccio il pieno.»

Si è spinto in fondo e si è fermato. E l’ho sentito.

Dentro di me il cazzo ha pulsato, e ho sentito il caldo. Un getto, poi un altro, poi un altro. Tantissimo. Come il giorno prima in bocca, solo che adesso era dentro, nel culo, e lo sentivo riempirmi, scaldarmi, allargarsi. Le sue palle enormi si stringevano contro le mie a ogni getto. Non finiva più. Mi sembrava di sentirmi gonfiare.

Ha finito con un gemito lungo e si è lasciato cadere su di me, il petto peloso sulla mia schiena sudata, i baffi sulla nuca, il respiro caldo nell’orecchio. Siamo rimasti così. Lui ancora dentro, che si ammorbidiva piano. Io schiacciato sul divano, svuotato e pieno insieme.

Quando è uscito, piano, ho sentito la sua sborra scendermi fuori dal buco aperto, colare sulle palle, sulle cosce. Tanta. Lui si è tirato su e ha guardato.

«Guarda quanta. Ti ho fatto proprio il pieno.»

Mi ha passato due dita sul buco, ha raccolto la sborra che colava, e me le ha portate alla bocca.

«Anche questa è tua.»

Le ho leccate. Sapevano di lui, di vasellina, di me.

Poi si è alzato in piedi accanto al divano, con il cazzo morbido, lucido.

«E adesso sai cosa fa una donna che sa fare.»

Mi sono tirato su e gliel’ho preso in bocca. L’ho pulito tutto, la cappella, sotto il bordo, l’asta, le palle, finché non c’era più niente. Poi gli ho riportato su la pelle con le labbra, come il giorno prima.

Lui mi ha messo la mano sulla testa e ha sorriso sotto i baffi.

«Visto? Impari in fretta.»

Ci siamo rivestiti. Lui mi ha fatto un altro caffè. L’abbiamo bevuto in cucina, in piedi, vicino alla stufa, come due vicini qualsiasi, con Brando tra i piedi che chiedeva un biscotto. Io mi sentivo il culo aperto, bagnato, e camminavo strano. Lui lo vedeva e rideva sotto i baffi.

Sulla porta mi ha preso per la nuca un’ultima volta e mi ha baciato.

«Domani lo stesso?» ha detto.

«Sì.»

«Brava.»

Ci siamo visti tante altre volte, quell’inverno. Quasi ogni pomeriggio che toccava a me andare in campagna, e qualche volta anche quando toccava a mio fratello, che si stupiva di quanto mi fossi affezionato ai conigli. Brando scavalcava sempre meno la recinzione, perché tanto lo portavo io. Giovanni mi ha insegnato tutto quello che c’era da imparare, piano, una cosa alla volta, come si tira su una casa. E il venerdì tornava in città da Anna, e la domenica a pranzo lei rideva più forte di tutti.

Poi, a marzo, sono partito per Roma. L’università, una stanza in affitto, una città dove nessuno mi conosceva. L’ultimo pomeriggio sono andato a salutarlo. Non abbiamo fatto niente. Abbiamo bevuto un caffè in cucina, e lui mi ha dato una pacca sulla spalla che mi sono sentito per mezz’ora.

«A Roma,» mi ha detto sulla porta, «trovati uno che sa il fatto suo. Uno più grande. Non perdere tempo con i ragazzini.»

L’ho fatto. A Roma, qualche anno dopo, ho conosciuto un uomo che mi ha fatto capire che con mastro Giovanni avevo solo cominciato.

Ma questa è un’altra storia.

Fine.
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