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Gay & Bisex

Treno per Torino: La Nostalgia e l’Acciaio


di Membro VIP di Annunci69.it maturoamodena
05.10.2025    |    167    |    0 9.0
"Lui si scostò appena, accese una sigaretta, tirò una boccata, soffiò verso l'alto facendo un anello di fumo e senza guardarmi disse piano: "Doucement, mon amour… la vie, c’est ça..."
Il treno sferraglia. Il metallo corre e trema, lo sento nelle ossa, un cuore meccanico che batte al posto del mio. Guardo fuori dal finestrino, ma non c'è paesaggio. Solo riflessi sporchi: la mia faccia stanca, gli occhi vuoti, le luci lontane e confuse.
Sto andando verso Torino, ma è come andare nel nulla. Forse, dentro di me, spero solo di scappare da un ricordo, un veleno dolce che mi consuma il cuore.

Uno strattone violento mi strappa ai pensieri. La porta scorrevole si apre.
Un giovane entra e si siede davanti a me. Jeans strappati, elastico delle mutande di una nota griffe in vista, canottiera aderente, collana che brilla. Ha l'insolenza di chi non ha dubbi sul proprio corpo. Le gambe larghe, il sorriso sfacciato. Occhi neri che si fermano su di me.
Registro i dettagli, ma la mia mente è già altrove, trascinata indietro nel tempi.

Tutto era cominciato a Parco Sempione.

Entrambi avevamo portato lì a giocare i nostri figli che, improvvisamente, avevano cominciato ad azzuffarsi sull’erba. Alain, seduto su una panchina, la camicia chiara arrotolata sugli avambracci, i capelli biondi in disordine perfetto, gli occhi azzurri che sembravano vedere più a fondo di quanto avrei voluto. Quando sorrideva a suo figlio, tutto il mondo sembrava farsi cornice a quel gesto.

Eppure, quando i nostri figli si riappacificarono e iniziarono, finalmente, a divertirsi insieme, fummo costretti a parlarci. E in pochi scambi di parole capii che con lui tutto scorreva diverso: aveva quella calma straniera, un accento che rendeva ogni frase più leggera e affilata allo stesso tempo. Lui mi parlava, e il suo accento francese rendeva intimo anche un banale commento sul tempo. E rideva. Rideva in un modo che ti faceva sentire l’unico uomo al mondo.

Uno schianto. Un convoglio ci incrocia, e il rumore metallico mi fa sussultare.
Il ragazzo di fronte allarga le gambe ancora di più, il ginocchio quasi a sfiorare il mio. Giocherella con la collana, lo sguardo puntato fisso nei miei occhi.

Mi giro di nuovo a guardare fuori. I vetri sporchi del finestrino sono un varco, attraverso il quale ritorna il ricordo di Alain.

Col tempo diventammo amici. Birre dopo cena, partite dei bambini, confidenze sul lavoro e sulle mogli. Ma ogni volta che rideva, io mi sentivo attraversato da una corrente. Quello che mi stava succedendo non riuscivo a spiegarmelo. Bastava un contatto fugace: le sue dita che sfioravano il mio avambraccio, una mano sulla mia spalla durante una risata. Ogni gesto era innocente eppure mi dava un brivido.

Un giorno, portammo i figli in piscina. Mentre i bambini si schizzavano, Alain si tolse la camicia. Rimasi senza fiato. Il suo corpo asciutto, definito ma non ostentato, la pelle chiara che brillava di gocce d’acqua, le spalle larghe e la linea netta dei fianchi che scendeva verso il costume. Era naturalezza pura, ma per me era desiderio allo stato grezzo.
Mi sorpresi a fissare le vene che gli correvano lungo gli avambracci, la curva della clavicola che emergeva dall’acqua. E quando mi sorrise, con una ciocca di capelli biondi che gli si era incollata sulla fronte bagnata, il cuore mi saltò in gola.

Notò la mia agitazione. Sorrise, e non disse nulla. Io abbassai gli occhi, arrossendo. Ma da quel momento seppi che sarei tornato al parco, ogni giorno, solo per rivederlo.

Un fischio lungo. Il treno rallenta, una voce gracchia il nome di una stazione.
Il ragazzo è ancora lì, di fronte a me. Adesso, senza pudore, si sistema i pantaloni, la mano indugia sull'inguine con un gesto lento, quasi teatrale. Mi fissa. Poi si alza per stiracchiarsi, e nel movimento spinge il bacino in avanti, esibendosi con una naturalezza sfrontata.
Mi coglie un brivido, lo stesso che provavo quando Alain mi guardava e non diceva nulla, lasciando che fosse il silenzio a consumarmi.

Mi inumidisco le labbra. E torno ai miei ricordi soprattutto a quella indimenticabile sera.

Era tardi. Alain era passato da casa per lasciarmi un attrezzo da giardino che gli avevo chiesto. Mia moglie e i bambini dormivano già. Eravamo in cucina, una bottiglia di vino aperta e finita, tante parole bisbigliate, la sua risata soffocata che mi colpiva al petto più di qualsiasi carezza.
Quando si alzò per andare via lo accompagnai alla porta. Il cuore mi martellava, non riuscivo a controllarmi. Non volevo. Non potevo. Pensavo a mia moglie, al bambino, alla mia vita normale, al ruolo che dovevo recitare. Mi odiavo.
Il corridoio era buio, solo la luce fioca della strada entrava dall’ingresso.
Sentii il sangue martellarmi nelle tempie. Dovevo fermarmi. Dirgli buonanotte, chiudere la porta, tornare alla mia vita. Lottavo con me stesso: ero un uomo rispettabile.
«Alain…»
La mia voce si spezzò. Non riuscivo a respirare. Non so cosa lessero i suoi occhi nei miei,

Alain non mi lasciò scelta.
Si avvicinò piano, mi prese il volto tra le mani, e poggiò le sue labbra sulle mie. Ne avevo bisogno come un naufrago dell’aria.
Il bacio esplose: non dolce, non esitante. Selvaggio, inevitabile. Il gusto del vino, l’odore della sua pelle calda, la forza con cui mi spinse contro il muro. La sua lingua prese la mia senza chiedere, come se fosse sempre stato così. Non ci fu parola. Solo fiato corto, denti che si sfioravano, un muro che reggeva il peso dei nostri corpi. Io tremavo. Sentivo la barba che mi graffiava, il suo fiato saturo di fumo, la ruvidezza della sua lingua. E ogni resistenza crollò.
Quando ci staccammo, ansimando, lui sussurrò con un filo di ironia amara:
«Merde… C’est la vie, Matteo.»
E se ne andò, lasciandomi con il cuore che bruciava e la porta ancora aperta.

Un colpo metallico. Un altro treno ci passa accanto, strappandomi al ricordo.
Il ragazzo di fronte infila la mano nella cintura dei jeans usurati e l'affonda. Lentamente, senza vergogna. Il suo sorriso è un invito diretto.

Io distolgo gli occhi, ma il mio corpo tradisce il mio silenzio.

Voglio ricordare ancora, devo ricordare ancora.
Dopo quel bacio, ci furono giorni di silenzi, messaggi brevi, incontri al parco carichi di sottintesi. Una mano che si fermava troppo a lungo, un ginocchio che sfiorava l'altro sulla panchina. Era un corteggiamento taciuto, una tortura dolce.
Io ardevo di desiderio, lui gestiva la distanza. Non si concedeva mai del tutto, ma teneva il filo ben stretto.
Cercavo di incontrarlo ovunque, inventavo scuse per esserci.
Mi iscrissi in palestra, mi misi a dieta, tagliai i capelli in un salone elegante. Compravo vestiti che prima non avrei mai indossato, facevo di tutto per piacergli. Vivevo in funzione dei suoi sguardi, dei suoi messaggi brevi, dei silenzi che mi logoravano.

Alain, invece, restava se stesso. Nessun profumo, nessun artificio. Era... Alain. Ed era questo a stregarmi.

Il treno scuote lo scompartimento. Le luci al neon delle periferie mi riportano a un’altra luce artificiale: quella di un motel anonimo sulla statale per Novara.

Era la nostra prima volta "da soli".

Fu lui a scegliere quel posto, più che altro per la sua invisibilità. Io passai la giornata nell’ansia.
Feci più docce, strofinandomi fino al rossore. Mi rasai con cura ossessiva, scelsi i vestiti migliori, l'intimo più adatto. Volevo essere impeccabile.
Alain arrivò in jeans e camicia stropicciata, spettinato, sicuro.

Il motel puzzava di umidità e disinfettante scadente. Le pareti ingiallite, la moquette lisa, il ronzio di un televisore acceso in una stanza vicina. Dal corridoio arrivavano voci sguaiate, colpi di letto, un gemito strozzato seguito da una risata.
Ma quando Alain chiuse la porta dietro di noi, tutto si ridusse a un istinto: lui e io.

Non mi lasciò il tempo di respirare. Mi spinse contro il muro, la sua bocca subito sulla mia, lingua calda, invadente, padrona. Mi baciava come se volesse divorarmi, succhiandomi le labbra, mordendo finché non mi lasciavo andare. Le sue mani mi attiravano con forza contro il suo corpo duro. Sentivo la sua erezione già gonfia premere contro di me, senza vergogna.

«Ti voglio adesso» sussurrò contro la mia bocca, il vino che aveva bevuto mi ubriacava.

Mi spogliava a strappi, bottoni saltati, cintura slacciata in un colpo secco. Io tremavo, impacciato, cercavo di seguirlo, ma ero sempre in ritardo, sempre goffo. Lui no. Lui era un predatore che non perdeva tempo. Mi mise a torso nudo in un attimo, la sua mano mi scivolò sul petto, mi graffiò i capezzoli, poi più giù, stringendo il mio desiderio con decisione.
«Oui… tu es à moi.» Sì, solo tuo avrei voluto rispondergli.

Il letto cigolò quando mi ci buttò sopra. Le molle protestavano, ma il loro ritmo non fece che eccitarmi di più. Mi aprì le gambe senza chiedere, le ginocchia pesanti contro le mie cosce. Si slacciò i jeans con calma feroce, senza smettere di guardarmi. E quando si liberò, io sgranai gli occhi: era duro, imponente, pulsante, con una sicurezza che mi fece ansimare.

Si chinò su di me, la pelle del suo petto liscia e calda contro la mia. Mi morse il collo, forte, lasciando un segno. La sua voce bassa, roca, mi ordinava di lasciarmi andare di aprirmi: «Laisse-toi aller...Plus fort...ovre-toi»
Io gemetti, sentendo ogni sua spinta, ogni pressione.

Scivolava contro di me, mi avvolgeva completamente, e io mi contorcevo sotto di lui. Mi prese la testa e me lo spinse contro la bocca. Io esitavo, ma lui non accettava esitazioni: «Allez… prends-le…»
E io lo accolsi, sentendo il calore, il sapore salato, l’odore forte di pelle e sudore. Alain gemeva sopra di me, affondava, mi teneva fermo. «Oui… comme ça…» E io lo seguivo con tutta la mia devozione.

Non smise finché non decise lui. Mi girò, mi tirò contro di sé, e allora capii che non c’era più ritorno. Il preservativo scivolò rapido, quasi invisibile nel gesto, e subito mi prese. Una spinta secca, violenta. Urlai, il letto cigolò come se dovesse cedere. Ma non c’era spazio per fermarsi: Alain mi teneva i fianchi, mi possedeva con forza, con un ritmo animalesco, che copriva ogni pensiero.

Il rumore del motel attorno a noi — televisori, gemiti, passi nel corridoio — sparì. C’erano solo le sue spinte, il suo respiro pesante sul mio collo, i suoi gemiti in francese che si facevano più bassi e più sporchi: «Oh putain… serre-moi…»

Io piangevo di piacere, sudato, scosso da ogni affondo. Il materasso puzzava di polvere e sperma vecchio, ma il suo odore di animale crudo copriva tutto.
Alain mi afferrava i capelli, tirava la testa indietro, mi mordeva la spalla, e continuava a prendermi come se fossi l’unico scopo della sua vita.

Quando venne, il suo grido - contemporaneamente allo sbattere di una porta nel corridoio - esplose nel mio orecchio, caldo, feroce. Io lo seguii subito dopo, tremando, sporco, esausto, quasi colpevole, aggrappato al lenzuolo lurido che ricordava anni di corpi passati.

Rimanemmo così, sudati, esausti. Io immobile, fissando il soffitto macchiato di nicotina godendomi il suo peso ancora sopra di me. Mi sentivo come se avessi toccato l’assoluto, ma respiravo a fatica, con il cuore che batteva come questo treno che mi porta ora verso Torino. Lui si scostò appena, accese una sigaretta, tirò una boccata, soffiò verso l'alto facendo un anello di fumo e senza guardarmi disse piano:
"Doucement, mon amour… la vie, c’est ça... prendiamo quello che ci da"

Chiusi gli occhi. Sentivo ancora l'umido dei suoi umori addosso che mi impregnava, la vergogna di essere stato divorato e la beatitudine di averlo avuto.

Ma mi convinsi che da quel momento sarei stato suo, sempre.

Divenne la mia droga. Alain era il direttore d'orchestra della mia dipendenza. Ci vedevamo in frammenti rubati, negli abitacoli delle auto parcheggiate in zone d'ombra, o più rischiosamente, in quelle rare occasioni in cui una delle nostre case era stranamente vuota per un pomeriggio. Il sesso era sempre intriso di un'urgenza febbrile, il tempo che ci mancava era il nostro afrodisiaco.

Alain si concedeva fisicamente, ma mai completamente nell'anima. Ogni incontro, ogni corpo a corpo, era un incendio. Ma finiva sempre nello stesso modo: con lui che si ricomponeva, con calma irritante, e mi liquidava con la stessa frase, come se fosse una regola non scritta. "Sans se presser, amour. Il faut se contenter de ça, n'est-ce pas? Senza fretta, amore. Bisogna accontentarsi di questo, non è vero?"
Parole che mi uccidevano. Io di lui volevo tutto: le sue giornate, i suoi silenzi, la sua pelle ogni mattina. Lui voleva solo briciole, intense ma fugaci.

E poi, un giorno, la sentenza.
Con la sua calma insopportabile, me la lasciò cadere addosso come se stesse parlando del tempo o di una partita di calcio: «C’est trop, Matteo. Tu veux une vie que je ne peux pas te donner. Je t’aime, oui. Mais pas comme tu veux.»
Maledetta lingua francese! Ti fa passare come una frase dolce la più dura delle condanne. Io avevo dato tutto, lui solo frammenti. Mi sentii il cuore squarciato, ma riuscii a trovare una stilla di orgoglio abbastanza forte da non crollare. Lo guardai, accettando la sconfitta, ma non il suo alibi. "La vita che cerco? O la verità è che non mi ami abbastanza da volermela dare, Alain?"
Non rispose. In quel silenzio, la mia resistenza cedette. Sentii una fitta che mi mozzò il respiro, un dolore affilato che mi bloccò in gola ogni parola. Ero crollato.

Il treno rallenta con un fischio lungo, come un lamento. Torino Porta Nuova ci sta inghiottendo, la stazione illuminata a giorno, un caos di voci e passi pronti ad avvolgermi.
L'ombra del giovane è sospesa davanti a me, concreta e provocante. Sollevo il capo per guardarlo.
La sua collana brilla sotto la luce viola dello scompartimento, i suoi occhi scuri sono puntati su di me.
«Siamo quasi a Torino» dico, la voce roca. «Ho una camera prenotata e non ho voglia di dormire da solo stanotte. Ti va di venire con me? Offro io.»
Il sorriso sfrontato gli sparisce dal volto. Si piega verso di me, con precisione clinica, gli occhi mutati in uno sguardo di fredda professionalità.
“Certo. Sono solo cinquecento euro. Più la cena. Vedrai, ti divertirai, bello» e si aggiusta lentamente la cintura dei jeans, un gesto che mette in risalto la merce inclusa nel prezzo.
Un pugno nello stomaco. Non è seduzione. Non è destino. È un tariffario. Ma il prezzo è irrilevante.
Il treno si ferma. Le porte si aprono.
L’odore di ferro e fumo della stazione mi investe in pieno insieme al suo gelo e al suo rumore. In quel momento, capisco che sarei rimasto da solo con i miei fantasmi. Non era lui che cercavo. Era Alain. Sempre e solo Alain.
Ma a volte i fantasmi non bastano.
Mi alzo, il corpo pesante, e mi dirigo verso l'uscita dello scompartimento. Mi sollevo il bavero della giacca, cercando una difesa inutile. Non mi volto, ma sento la sua ombra seguirmi a pochi passi di distanza.
Siamo due figure anonime, avviate nel sottopassaggio della stazione. L'aria è pesante, un misto di umidità, fumo diesel e un persistente odore di urina. Tra il ronzio dei cartelloni e l'eco dei nostri passi, io non guardo indietro, e lui non ha fretta. Sapeva che ero suo, già prima di comunicarmi il prezzo.
Ma è proprio in questo momento che mi sento più solo che mai.


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