Gay & Bisex
Una Diagnosi Inaspettata
07.05.2026 |
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"Esplosi in un grido disperato, macchiando il mio petto e il suo camice immacolato, mentre lui completava la sua "diagnosi" con un’ultima, devastante scarica di seme dentro di me..."
A diciotto anni, la mia vita era fatta di silenzi e piccole scoperte. Non avevo ancora dato un nome definitivo a quello che provavo, ma stavo iniziando a capire che l’attrazione per i miei compagni non era solo passeggera. Le mie esperienze erano state pochissime: un paio di incontri veloci e impacciati, fatti di sesso orale scambiato nell'ombra, che mi avevano lasciato addosso più domande che certezze.Quella mattina, però, avevo deciso di osare. Avevo appuntamento con Marco nel pomeriggio per quello che sarebbe stato il mio primo pompino "pianificato" e l’idea mi faceva tremare le gambe. Quasi per gioco, o forse per cercare un brivido che mi facesse sentire più sicuro della mia parte femminile, avevo comprato un perizoma di pizzo nero. Indossarlo sotto i jeans al posto dei soliti slip era un segreto elettrizzante: nessuno poteva vederlo, ma io sentivo quel pizzo sottile contro la pelle a ogni passo. Mi faceva sentire diverso, più esposto, più pronto per quello che avrei dovuto fare dopo. Con questo strano miscuglio di ansia e curiosità, entrai nello studio del dottor Valenti per un banale controllo di routine.
Lo studio del dottor Valenti sapeva di pulito e di autorità. Il dottore, un uomo sulla cinquantina dai modi composti e lo sguardo clinico, mi fece cenno di stendermi sul lettino per palpare l'addome. Fu un attimo di distrazione: per facilitargli il lavoro, abbassai il bordo dei jeans un po' troppo. Il pizzo nero emerse contro la mia pelle chiara, un dettaglio fuori posto in quell'ambiente asettico.
Il dottor Valenti non disse nulla. Con la punta delle dita guantate, scostò appena l’elastico nero per un istante, sfiorandolo con la stessa indifferenza con cui si controlla una cicatrice. Non ci fu un commento, né un sussulto. Continuò l'esame con una precisione chirurgica che mi fece mancare il fiato per l'imbarazzo. Quel silenzio mi pesava sul petto: mi sentivo nudo molto prima di esserlo davvero.
«Dato che hai appena compiuto diciotto anni, Luca, dobbiamo procedere a un controllo completo dello sviluppo,» disse infine, con la solita voce piatta. «Spogliati completamente dietro il paravento e torna qui.»
Non capivo il perché di questo controllo più approfondito, avevo forse qualcosa che non andava? Lui capì dal mio sguardo che ero imbarazzato e preoccupato, ma mi rassicurò: «Tranquillo, non hai nulla che non va, ma diamo comunque una controllata.»
Uscii dal paravento nudo, ma non prima di aver nascosto il perizoma sotto gli altri vestiti. Come se nasconderlo adesso servisse a cancellare il fatto che mi aveva già visto. Il dottore mi indicò di restare in piedi. Con estrema naturalezza, iniziò la palpazione dello scroto, sollevandolo e saggiandone il peso per controllare che tutto fosse in ordine.
Al tocco metodico delle sue dita, il mio corpo mi tradì. Nonostante la vergogna, sentii il sangue affluire e il mio sesso iniziò a inturgidirsi visibilmente. Chiusi gli occhi, sentendo le guance bruciare.
«D-Dottore... scusi... non volevo...» mormorai, quasi in lacrime per l'umiliazione.
Il dottor Valenti non alzò nemmeno lo sguardo. Continuò a tastare con calma professionale.
«Rilassati, Luca. È una reazione fisiologica normale dovuta allo stimolo dei nervi periferici. Succede spesso durante le visite, non c'è nulla di cui vergognarsi.»
Quella rassicurazione così fredda, mentre mi maneggiava con tale confidenza, mi fece sentire ancora più piccolo e vulnerabile. Il fatto che non desse peso alla mia erezione rendeva la mia sottomissione ancora più reale.
«Lo sviluppo esterno è a posto, ora verifichiamo internamente,» disse cambiando guanto. «Sdraiati sul fianco sinistro, Luca. Raccogli le ginocchia verso il petto. Devo controllare la prostata.»
Accennai una timida protesta: «Ma...»
Lui non mi fece neanche finire la frase e si giustificò: «Tranquillo, non ti farò male, basta che stai rilassato.»
Ero già in piena agitazione. Non che non avessi mai provato a stimolarmi da solo, anzi, e con ben altro che un dito, ma il fatto che a farlo fosse il medico di famiglia mi metteva a disagio. Nonostante questo, non ebbi la forza di protestare oltre e salii sul lettino.
Mentre mi raggomitolavo in quella posizione vulnerabile, sentii il gel lubrificante freddo che mi veniva spalmato proprio sull'entrata. Quando il suo indice forzò lo sfintere per entrare, il dolore iniziale mi fece sussultare; il suo dito era decisamente più grosso del mio e, anche se sapevo cosa aspettarmi, non ero pronto. Dopo le prime esplorazioni mi rilassai e anche il mio ano cedette; il dito era dentro di me, ma non era più fastidioso. Chiusi gli occhi con forza, incredulo: sentivo il mio sesso, già sveglio, pulsare ora con una forza inaudita contro le cosce a ogni pressione del suo dito sulla ghiandola. Il dottore rimase in silenzio per qualche istante, continuando quel massaggio profondo.
«Mi sbaglio o adesso non fa più male?» sussurrò infine a bassa voce. Non so nemmeno se risposi; ero talmente preso dalle sensazioni che stavo provando che non diedi troppo peso a quel commento. Era una cosa nuova per me: nessuno, a parte me stesso, aveva mai violato il mio ano. Tornai drasticamente alla realtà non appena sfilò il dito.
«Ancora un attimo di pazienza e abbiamo finito... giusto un’ultima cosa...»
Sentii di nuovo lubrificare l'apertura, ma stavolta entrò con il medio. Non feci più resistenza, anzi, adesso scivolava dentro alla perfezione. Ma qualcosa era cambiato. Se prima aveva dato l’impressione di essere professionale cercando la prostata, adesso si limitava a fare avanti e indietro. Mi stava scopando con il dito e mi piaceva così tanto che mi sfuggì un mugolio sommesso. Aveva sentito? Non sapevo più distinguere quello che facevo da quello che immaginavo. Fu di nuovo lui a riportarmi alla realtà. Sfilò il dito con una rapidità tale che ci rimasi quasi male. Stavo già pensando a come scusarmi per averlo messo in imbarazzo quando sentii di nuovo una pressione. Lo stava infilando di nuovo. No, mi ero sbagliato... le stava infilando. Le dita erano due!
Di nuovo sentii un dolore acuto e continuo, ma non dissi nulla. Cercai di rilassare i muscoli, ma non era facile con lui che continuava a premere. Quando furono entrambe dentro, riuscii di nuovo a respirare e a riprendere il controllo. Spingeva, frugava dentro di me, mi scopava con le dita, ma io restai in silenzio. Fu lui a rompere il silenzio fatto dei miei respiri profondi: «Appena ho visto quelle mutandine ho capito cosa sei... Il tuo corpo sta parlando molto chiaramente della sua natura.»
Il dottore ritirò le dita con un suono umido, ma l'aria nello studio era ormai cambiata. Mi sentivo svuotato, aperto, con il corpo che ancora vibrava per quella violazione professionale che mi aveva rivoltato l'anima con due dita.
«Scendi dal lettino, Luca. Mettiti in ginocchio,» ordinò con una fermezza che non ammetteva repliche.
Eseguii il comando quasi in trance. Sentii il pavimento freddo dello studio contro le mie ginocchia nude, un contrasto violento con il calore che ancora sentivo divampare nel mio ano. Mi ritrovai esattamente all'altezza del suo bacino. Lui si spostò davanti a me e, vedendo la mia confusione e il mio stato di eccitazione, liberò il suo sesso dai pantaloni. Non c'erano parole di insulto, solo il peso della sua autorità che mi schiacciava mentre mi sovrastava.
«Dato che il tuo corpo è così ricettivo, Luca, vediamo come reagisce ad altri stimoli.»
Rimasi un istante a fissarlo: era marmoreo, venato, con la punta già lucida che premeva verso l'alto. Il disagio c’era ancora, ma fu sommerso da un istinto che avevo coltivato in segreto. Mi inginocchiai lentamente tra le sue gambe. Cominciai con cautela, quasi volessi assaggiarlo: la punta della mia lingua tracciò un cerchio umido attorno alla corona, indugiando sulla fessura uretrale.
Il suo odore mi investì subito: un mix mascolino di pelle calda e il sentore aspro e metallico del lubrificante ancora fresco sulle sue mani. Cominciai a leccarlo piano, sentendo il sapore forte dell'eccitazione che iniziava a trasudare. Lo sentii sussultare appena, un fremito che mi diede un potere inaspettato.
«Brava... così,» sussurrò lui dall'alto, la voce che aveva perso ogni traccia di distacco clinico. «Prendilo tutto in bocca, fammi vedere cosa sai fare.»
Mentre le mie labbra si schiudevano per accoglierlo, le mie mani iniziarono a esplorarlo con una sicurezza che non sapevo di avere. Una mano scivolò lungo le sue cosce sode, risalendo fino a stringere la base del pene, mentre l'altra si infilò sotto, a cullare il peso caldo e pesante dei suoi testicoli. Lo presi in bocca un po’ alla volta, centimetro dopo centimetro, abituando la gola a quella pienezza prepotente.
Il sapore si fece più intenso, un gusto sapido che mi riempiva il palato mentre la punta sfiorava il fondo della gola. Chiusi gli occhi e iniziai a succhiare con ritmo, muovendo la testa avanti e indietro; la mia mano accompagnava il movimento, massaggiando l'asta e premendo il pollice contro le vene turgide. Sapevo esattamente cosa stavo facendo; i pompini frettolosi del passato erano stati solo l'allenamento per questo momento.
Sentivo il suo respiro farsi pesante sopra di me, le sue dita che ora mi afferravano i capelli con una forza che non aveva più nulla di clinico, spingendomi ad andare sempre più a fondo.
«Sì, proprio così, piccola troia...» ansimò lui, guidando il mio ritmo con decisione. Ero la sua creatura, e glielo stavo dimostrando con ogni fibra del mio essere.
«Adesso basta giocare,» disse il dottore con un tono che non ammetteva repliche. «Mettiti a pecora, appoggia i gomiti sul lettino e inarca la schiena. Voglio che tu sia completamente esposto.»
Eseguii l'ordine tremando. Sentivo l'aria fredda dello studio sulla pelle nuda e il contatto viscido del lettino sotto le braccia. Il dottore si posizionò dietro di me, una presenza massiccia e calda che mi faceva sentire minuscolo. Sentii il suo sesso, duro e pulsante, che iniziava a strusciare lentamente tra le mie natiche, risalendo lungo la fessura e poi scendendo di nuovo.
Si chinò sul mio orecchio, il suo respiro caldo mi fece venire la pelle d'oca. «Sei ancora vergine dietro, vero puttanella?» sussurrò, con una voce che mi fece mancare il fiato.
«S-sì, dottore...» risposi con un filo di voce, chiudendo gli occhi per la vergogna e l'eccitazione.
«Lo immaginavo. Troppo stretto, troppo intatto per essere già stato usato. Ma rimediamo subito.» Cominciò a colpire ritmicamente la mia entrata con la cappella, dei colpi decisi che mi facevano sussultare a ogni impatto. «Te lo apro per bene io questo buchetto da frocia. Sarai larga e pronta quando avrò finito con te.»
Sentii la pressione aumentare. Non usò altro lubrificante se non quello che era già rimasto dal massaggio alla prostata. La punta iniziò a forzare lo sfintere, stirando i tessuti in modo quasi insopportabile.
«Rilassati, piccola... o ti spaccherò in due,» sibilò, mentre con le mani mi afferrava i fianchi, piantando le dita nella carne per tenermi fermo.
Poi, con una spinta secca e feroce, entrò del tutto.
Lanciai un grido strozzato contro il cuscino del lettino, le dita che si conficcavano nella similpelle. Ma non appena fu dentro fino alla base, il dottore si immobilizzò. Rimase fermo, piantato dentro di me per diversi secondi, senza muovere un muscolo.
In quel silenzio irreale, potevo sentire solo i nostri respiri affannati. Lui si godeva la sensazione di calore e la stretta incredibile delle mie pareti vergini che lo avvolgevano come una morsa, mentre io, con la faccia affondata nel braccio, cercavo di metabolizzare quella pienezza devastante. Sentivo il mio ano pulsare attorno alla sua asta, un dolore acuto che lentamente si trasformava in una scarica elettrica di piacere che mi percorreva la spina dorsale. Eravamo uniti, in un istante di pura e cruda verità: io ero la preda e lui il padrone.
Solo dopo aver assaporato fino in fondo quella conquista, il dottore riprese fiato.
«Ecco... guarda come lo accogli bene,» ansimò, iniziando a muoversi con affondi pesanti e metodici. Ogni spinta mi faceva scivolare in avanti sul lettino, costringendomi a lottare per restare in posizione. La sua professionalità era sparita, sostituita da un dominio totale e animalesco. Non ero più un paziente, ero solo carne a sua disposizione.
All'improvviso si staccò con un suono umido che rimbombò nello studio. Sentii il vuoto improvviso e un bruciore pulsante dove prima c’era lui.
«Girati e siediti sul bordo,» ordinò, con la voce resa roca dal desiderio. «Voglio vederti in faccia mentre ti scopo come una vacca.»
Eseguii con movimenti goffi, sentendo ancora il mio ano dilatato e bagnato. Mi sedetti sul bordo del lettino, le gambe che mi tremavano in modo incontrollabile. Lui non mi diede il tempo di respirare: mi afferrò le caviglie e mi tirò bruscamente verso di sé, sollevandomi le gambe fino a poggiarle sulle sue spalle. In quella posizione ero totalmente esposta ai suoi occhi, con il bacino sollevato e la mia intimità spalancata sotto la luce cruda del neon.
Riprese l’atto con una foga ancora maggiore. Senza la barriera della posizione a pecora, riusciva a spingersi ancora più a fondo, colpendo con precisione chirurgica la mia prostata a ogni affondo. Vedevo tutto: il suo camice bianco sbottonato, il suo volto contratto dalla lussuria, e le mie stesse gambe che stringevano le sue spalle.
Poi, il ritmo cambiò. Il dottore strinse le mani attorno alle mie caviglie con una forza spietata, quasi a volerle spezzare. Sfilò lentamente tutto il pene dal mio ano, lasciandomi per un istante a boccheggiare per il vuoto, solo per poi caricarlo e spingerlo di nuovo dentro con una violenza inaudita, arrivando a colpire il fondo con un impatto che mi fece sobbalzare il bacino.
«Ti spacco il culo, troia!» ruggì, ripetendo il movimento.
Usciva completamente e rientrava come un maglio, un affondo dopo l'altro, con una ferocia che non lasciava spazio al respiro. Ogni colpo era una lacerazione di piacere e dolore che mi faceva girare la testa. Alla sesta o settima volta che uscì, però, si fermò improvvisamente.
Rimase immobile con il sesso lucido e pulsante a pochi centimetri da me. Mi teneva ancora le gambe spalancate sulle spalle, costringendomi a subire il suo sguardo. Abbassò gli occhi e rimase a fissare il mio buco che, dopo quegli affondi brutali, rimaneva oscenamente aperto, incapace di richiudersi. Potevo sentire l'anello dell'ano, arrossato e teso, che pulsava ritmicamente per lo shock, mostrando senza pudore la profondità violata della mia carne. Era una visione degradante, clinica e pornografica allo stesso tempo.
«Guarda come sei ridotta... guarda come ti sei fatta aprire bene,» commentò con una freddezza che mi fece tremare il cuore.
Soddisfatto da quella visione, riprese a scoparmi con una foga ancora più cieca. Mi sentivo smantellare dall'interno, ridotto a un puro oggetto per il suo sfogo. Solo allora la sua mano mi afferrò il sesso con una presa d’acciaio, masturbandomi con un ritmo frenetico che assecondava la furia dei suoi affondi.
«Guarda come ti piace farti usare dal tuo dottore, piccola puttana...» sibilò lui, accelerando per il gran finale. Esplosi in un grido disperato, macchiando il mio petto e il suo camice immacolato, mentre lui completava la sua "diagnosi" con un’ultima, devastante scarica di seme dentro di me.
Quando ebbe finito, il dottore si sfilò lentamente da me. Potevo sentire il calore del suo seme che iniziava a colare fuori, scivolando lungo le natiche in un rivolo denso e umiliante. Mi afferrò il mento con dita d'acciaio, costringendomi a guardarlo mentre portava il suo sesso ancora turgido e sporco davanti alle mie labbra.
«Puliscilo bene, piccola. Non vorrai mica lasciare tracce sul mio camice?» disse con un sorriso crudele.
Aprii la bocca senza esitare, con una devozione che mi spaventava. Iniziai a leccarlo con cura, raccogliendo con la lingua le gocce residue del suo sperma rimaste sull'asta e sulla corona. Il sapore aspro e forte mi invase il palato; era il gusto della mia resa, eppure, contro ogni logica, mi piaceva da morire. Mandai giù tutto, assaporando ogni traccia del suo seme mentre sentivo quello che avevo dentro continuare a colare pigramente sul lettino. Lui mi fissava in silenzio, godendosi la mia sottomissione totale, suggellando per sempre la mia nuova identità.
Il dottor Valenti si raddrizzò, si ripulì con un fazzoletto di carta e tornò istantaneamente il professionista di prima, sistemandosi il camice come se nulla fosse accaduto.
«Il controllo è terminato, Luca. La tua salute richiede un monitoraggio costante. Torna la settimana prossima.»
Uscii dallo studio con le gambe tremanti e la sensazione di essere un guscio vuoto, pronto per essere riempito di nuovo. Il pizzo nero tra le natiche era ora un peso umido, inzuppato del suo seme che continuava a bagnarmi la pelle a ogni passo. Mandai un messaggio a Marco: "Oggi non posso venire. La visita medica è stata più complicata del previsto." Sapevo che Marco non avrebbe mai potuto darmi quello che avevo appena scoperto in quello studio. Il dottore aveva fatto la sua diagnosi: ero la sua piccola troia, e non vedevo l'ora che arrivasse la settimana prossima per la mia prossima dose di "cura".
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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