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Gay & Bisex

Il Regalo di Sara


di Membro VIP di Annunci69.it Noxen
28.05.2026    |    4.586    |    22 9.8
"La sua eccitazione era reale e dichiarata, il suo desiderio non aveva bisogno di parole..."
Certe persone le noti prima di conoscerle. Le osservi da lontano, senza intenzione, quasi per abitudine. E poi un giorno ti siedono accanto, e capisci che non sai niente di loro.
La prima volta che avevo visto Sara era un martedì di marzo.

La palestra di arrampicata era quasi vuota a quell'ora. Lei stava su un traverso di sesto grado con una concentrazione che trovai quasi offensiva, il tipo di concentrazione che non ha bisogno di pubblico e per questo lo cattura tutto. Capelli biondi e riccioli che sembravano aver deciso autonomamente la propria direzione, legati male in cima alla testa. Li avrebbe rifatti tre volte nel corso della serata senza mai risolvere niente.

Era minuta. Il tipo di persona che in piedi probabilmente arrivava alla mia spalla, ma che occupava lo spazio con una precisione quasi deliberata. Su quella parete era qualcosa di diverso, quel corpo proporzionato aveva una forza silenziosa che si capiva solo guardando le spalle, le braccia, il modo in cui caricava il peso sulle gambe prima di muoversi. Non c'era niente di artificiale in lei. Il tipo di fisico che si costruisce cadendo e rialzandosi, non guardandosi allo specchio. Curve che una maglietta tecnica riusciva stranamente a raccontare senza dichiarare nulla.

Aveva occhi grigi quasi bianchi. Lo scoprii più tardi, da vicino. Da lontano erano solo chiari, e bastavano già.
L'avevo rivista altri due martedì. Stesso settore, stesso traverso, progressi misurabili. Non le avevo mai parlato. Non avevo avuto un motivo valido, e inventarne uno mi sembrava meno elegante del silenzio.

Poi arrivò il martedì in cui cadde.
Niente di grave, un piede fuori posizione, un distacco di un secondo. Atterrò sui materassini con la grazia di chi ha già imparato come si cade. Si rialzò, si spolverò le mani, guardò la parete come se stesse discutendo con qualcuno.
Mi avvicinai senza pensarci troppo. «Il problema è la sequenza tra il quinto e il sesto appiglio. Stai caricando troppo presto.»

Si girò. Da vicino quegli occhi erano ancora più chiari, quasi disturbanti. «Lo so», disse. «È un metodo.» «Un metodo per fare cosa?» «Per capire dove sbaglio senza che me lo dica nessuno.»
Una piccola piega agli angoli della bocca. Appena accennata. «E adesso che te l'ho detto?» «Adesso», disse, «sei inutile.»

Quella volta rise, piano, come a sé stessa, e fu lì che capii che avevo un problema.

Passammo quasi un'ora sullo stesso traverso. Lei saliva, cadeva, ragionava ad alta voce. Ogni tanto si mordeva leggermente il labbro inferiore mentre cercava la soluzione. Ogni volta mi costava qualche secondo di concentrazione.
Quando la palestra cominciò a svuotarsi, ci sedemmo sul bordo dei materassini a riprendere fiato. «Stesso giorno martedì prossimo?» disse lei, come se stesse confermando un appuntamento dal dentista. «Probabilmente sì.» «Allora la prossima volta sali tu per primo. Voglio vedere se sei bravo come parli.»
Si alzò, raccolse la borsa, uscì.
Rimasi lì un momento con le scarpe da arrampicata in mano a fissare la parete.

Lo scambio di numeri era avvenuto il martedì successivo, con la stessa naturalezza con cui si cambia presa.
Stavamo discutendo di un problema aperto da settimane sulla parete da novanta gradi. Si fermò un secondo. Poi tirò fuori il telefono.

I messaggi cominciarono quella sera stessa, brevi, brillanti, con quella leggerezza che nascondeva densità. Sara scriveva come parlava: precisa, ironica, con una cura per le parole che tradiva quanto ci tenesse, anche quando fingeva il contrario. Ogni tanto un messaggio arrivava tardi la sera, quando tutto intorno a lei era silenzioso. Quelli erano diversi. Più lenti. Come se avesse più spazio per dire quello che pensava davvero.

La telefonata arrivò un venerdì mattina, mentre ero in macchina.
Risposi senza guardare il numero, mi aspettavo Sara, riconobbi invece una voce maschile, tranquilla, quasi cordiale. «Ciao, sono Luca, il marito di Sara.»
Accusai il colpo senza darlo a vedere, anche se non c'era nessuno a vedermi. «Ciao Luca.» «Stiamo andando al mare con tutta la famiglia, Sara, i bambini, mia madre. Volevamo sapere se ti andava di passare a stare con noi qualche giorno.»

Quella semplicità disarmante. Quella voce senza crepe.
Risposi di sì quasi prima di pensarci.

Ci incontrammo in un autogrill sull'autostrada un'ora dopo. Luca era alto, asciutto, capelli neri, uno sguardo che valutava senza sembrare farlo. La stretta di mano era ferma. I bambini correvano già verso il bar. La suocera li seguiva con passo rassegnato.

Sara stava un passo indietro, con i riccioli che il vento dell'autostrada aveva già convinto a fare di testa propria, e mi guardò con quegli occhi chiari e quel mezzo sorriso come a dire: eccoci qui.
Scambiammo poche parole in piedi sul piazzale. Poi Sara disse, con la stessa naturalezza con cui aveva tirato fuori il telefono quella mattina in palestra: «Vengo con te.»
Luca non batté ciglio. «Vi vediamo là.»

Salì in macchina e portò con sé il profumo che avevo imparato a riconoscere sui materassini, qualcosa di caldo, poco artificiale, più lei che qualsiasi cosa comprata in un negozio.
Partimmo. Per qualche minuto parlammo del niente necessario, il traffico, i bambini che urlavano nell'altra macchina, un problema sulla parete che non avevamo ancora risolto. Poi il silenzio si assestò, e in quel silenzio c'era qualcosa di diverso da tutti i silenzi precedenti. Più stretto. Più consapevole.

Fu Sara a muoversi prima.
Appoggiò la mano sulla mia coscia con una delicatezza che non era timidezza, era scelta. La sentii attraverso il tessuto dei pantaloni come se non ci fosse niente in mezzo.
Non dissi niente. Nemmeno lei.

La sua mano si mosse lentamente verso l'interno, con una pazienza che non mi aspettavo e che mi costò più di qualsiasi fretta. Tenevo gli occhi sulla strada. Il respiro era diventato un fatto consapevole, dovevo ricordarmi di farlo.
«Stai bene?» chiese lei, con quella voce leggermente bassa che aveva quando non stava fingendo ironia. «Benissimo», dissi. «Pericolosamente bene.»
Rise piano. La mano continuò.

Quando si abbassò verso di me con i riccioli che le cadevano sul viso e le sue labbra calde che presero possesso del mio cazzo con una determinazione quieta e assoluta, dovetti stringere il volante con entrambe le mani e ricordarmi che stavo guidando, che c'era un'autostrada, che esisteva un mondo fuori dal finestrino.
Esisteva. Ma era molto lontano.

Nello specchietto retrovisore, le luci dell'altra macchina erano diventate piccole. Come se stesse deliberatamente allargando la distanza tra noi.

Il telefono squillò sul cruscotto. Era Luca.

Sara si risistemò con una calma che trovai quasi irritante nella sua perfezione. Risposi in viva voce. «Ehi, ci fermiamo al prossimo autogrill, la piccola aveva sete. Voi andate pure avanti, Sara ha le chiavi. Arriveremo con un po' di ritardo.»
Nella sua voce non c'era niente. Nessuna incrinatura, nessun doppio senso dichiarato. Solo quella cordialità piatta e solida di chi sa esattamente quello che sta facendo. «Nessun problema», dissi. «Ci vediamo là.»
Riattaccai. Guardai Sara.
Lei mi restituì lo sguardo con quegli occhi chiari che non rivelavano niente e rivelavano tutto. «Accelera», disse semplicemente.
Accelerai.

La casa era a duecento metri dal mare, lo sentivi ancora prima di vederlo, nell'aria che cambiava, nel silenzio diverso.
Sara aprì la porta e non aspettò che i nostri occhi si abituassero alla penombra.

Ci lanciammo l'uno verso l'altra con una furia che aveva aspettato troppo a lungo per essere gentile. Sulle scale, quelle scale strette che salivano al piano di sopra, i vestiti cominciarono a cedere. La sua giacca rimase sul terzo gradino. La mia camicia sul sesto.

Le sue mani erano ovunque con quella stessa precisione silenziosa che metteva in ogni cosa.
Arrivammo al letto come si arriva in fondo a una corsa, senza fiato, con tutto il corpo che bruciava.

Sara era ancora più presente fisicamente di quanto avessi immaginato. Quel corpo minuto e proporzionato aveva la stessa forza che avevo visto sulla parete, una forza che non dichiarava niente ma non lasciava dubbi. Le tettine sode, i capezzoli già dritti, un culetto armonico che tenevo tra le mani come qualcosa di prezioso e non fragile. Si muoveva con me e contro di me con una naturalezza selvaggia, senza retorica, senza distanza.

Facemmo l'amore con quella furia di chi sa di avere poco tempo e non vuole sprecarne nemmeno un secondo. Ogni respiro contava. Ogni gesto era necessario.
Quando finalmente ci fermammo, il silenzio della casa aveva una consistenza diversa, più piena, più calda.
Sara rimase un momento immobile, i riccioli sparsi sul cuscino, gli occhi al soffitto. Poi rise piano. «Le scale», disse. «I vestiti», dissi io.

Ci guardammo. Saltammo giù dal letto.

Recuperammo i vestiti dai gradini con la velocità di due ladri smascherati, aprendo le finestre, sistemando i cuscini, riportando la casa a una versione presentabile di sé stessa. Sara era già in cucina quando sentimmo la macchina nel vialetto.

La suocera entrò per prima, seguita dai bambini rumorosi e da Luca che portava le borse. Mi strinse di nuovo la mano con quella presa ferma. Mi guardò un secondo di troppo, o forse me lo immaginai.

La cena fu normale. Quasi ostentatamente normale. I bambini litigarono per il telecomando, la suocera lodò la pasta, Luca aprì una bottiglia e ne versò un bicchiere anche a me con un gesto tranquillo da padrone di casa. Sara sedeva di fronte a me e ogni tanto incrociava il mio sguardo con quella piega agli angoli della bocca che ormai conoscevo bene.

Quando la casa si fece silenziosa e tutti andarono a letto, Luca mi accompagnò alla stanza degli ospiti, quella stessa stanza, quel cuscino ancora caldo, e disse semplicemente: «Buonanotte.» «Buonanotte, Luca.»
Rimasi al buio, sveglio, con il mare che si sentiva appena oltre la finestra.

Non so quanto tempo fosse passato quando sentii i passi nel corridoio.
Leggeri, quasi impercettibili. Poi lo scricchiolio della porta, lento, come chi vuole essere sentito solo da chi sta aspettando.

Sara scivolò dentro con addosso solo una piccola camicia che abbandonò prima ancora di arrivare al letto. Si infilò sotto le lenzuola con quella stessa naturalezza silenziosa di sempre, trovò il mio corpo nel buio con una precisione che non aveva bisogno di luce, e questa volta fu tutto più lento, senza fretta, senza vestiti sulle scale, senza finestre da aprire.
Solo il buio e il suono del mare e il suo respiro che diventava il mio.

Salì su di me e inumidì il mio cazzo sulla sua fica già bagnatissima, ebbe cura di bagnarlo fino alle palle per essere sicura di renderlo scivoloso ed entrò tutto in un colpo fino alla base. Sentivo la cappella battere in fondo dentro di lei, pensavo di farle male e invece le procuravo un piacere che la induceva a venire continuamente tenendo gli occhi chiusi e facendomi dondolare le tettine davanti agli occhi.

Stavamo ancora trovando il ritmo quando la porta scricchiolò di nuovo.

Entrambi ci bloccammo.

Nella penombra, la sagoma di Luca era immobile sulla soglia.
Completamente nudo.
Completamente presente.
Si avvicinò senza dire una parola, con quella stessa calma che aveva in tutto, nella stretta di mano, nella telefonata sull'autostrada, nel bicchiere versato con precisione.

Sara non si mosse. Io non mi mossi.

Luca si avvicinò al mio lato del letto.
La sua eccitazione era reale e dichiarata, il suo desiderio non aveva bisogno di parole. La sua mano trovò le mie palle con una fermezza che non lasciava dubbi su cosa volesse, e cosa offrisse.
Mi masturbava lentamente mentre scopavo Sara, ogni tanto estraeva il mio cazzo per succhiarne il sapore di lei dalla cappella, poi rimetteva tutto dentro con una calma estenuante.

Poi ci fece capire che voleva che lo estraessi da lei.
Sara scese e venne con la fica sulla mia bocca. Restai disteso a leccarla avidamente, a torturarle la clitoride, a bere ogni sua stilla di piacere.

Poco dopo sentii la mia cappella indossare un preservativo, puntare contro qualcosa di stretto che si apriva lentamente, scivoloso.
Il mio cazzo dentro Luca non senza un po' di dolore iniziale. Il dolore durò poco e lasciò spazio al piacere, si capiva da come cominciava a muoversi, sempre più in profondità, impalato completamente sopra di me, le mani alle anche di Sara davanti a lui che continuava a godere sulla mia bocca.
Mi sentivo al centro di qualcosa di preciso e inevitabile. Non avrei interrotto quel triangolo per niente al mondo.

Continuammo così, io e Sara, Luca e io, in quel groviglio silenzioso dove i confini tra i corpi diventavano meno importanti dei punti di contatto. Nessuno parlò. Il mare fuori era l'unico suono.

Quando tutto finì, Luca venne su di me e sparì com'era entrato. La porta scricchiolò di nuovo, poi silenzio.
Sara rimase fino a pochi minuti dalla sveglia con la testa sul mio petto, i riccioli disfatti, il respiro che tornava lento. Poi si alzò, raccolse la camicia, e scomparve nel corridoio senza guardare indietro.

Rimasi a fissare il soffitto mentre fuori albeggiava, con il mare nelle orecchie. Nessuno mi aspettava a casa.

Il messaggio arrivò tre settimane dopo, di sera.
Era Luca.
Scrisse poco. Il compleanno di Sara era il mese prossimo.
Avevano pensato di festeggiarlo al mare, nella stessa casa.
Volevano sapere se ero libero.

In fondo al messaggio, due righe sole:
Lei non sa che ti stiamo invitando. Sei tu il regalo.
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