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incesto

Una Coppia Perfetta Pt.2


di Pulcia
25.09.2025    |    260    |    3 9.4
"Poi, lo spinsi sul divano e mi misi a cavalcioni, guidando il suo cazzo dentro di me con un gemito profondo..."
Sono passati ormai quasi 20 anni da quel matrimonio improvvisato e dalla nostra luna di miele tra la neve e i piaceri infiniti, e ogni volta che ripenso a quei momenti, mi sento ancora travolgere da un’onda di calore che mi fa fremere. Io e mio padre – o meglio, mio marito, come lo chiamo da allora – abbiamo costruito una vita che per molti sarebbe impensabile, ma per noi è diventata la normalità più dolce e appagante. Abbiamo tre figli meravigliosi, e sì, sono tutti suoi. Il primo, il nostro piccolo miracolo concepito quella prima notte di passione, è un ragazzo alto e forte come suo padre, con i miei occhi verdi e un sorriso che illumina la stanza. Lo chiamammo Alex, in onore del nonno paterno che non ha mai conosciuto la verità, e oggi ha 19 anni, studia ingegneria al college qui in Texas e non sospetta nulla del nostro segreto. Per lui, sono solo la mamma giovane e vivace che lo ha cresciuto con amore infinito e Max il padre più maturo.

Ma torniamo indietro, a quei mesi magici dopo la luna di miele, quando ero incinta di quasi sei mesi e mezzo, e il nostro nido d’amore nella fattoria del Texas era diventato il nostro regno privato. Eravamo tornati dalla montagna carichi di energia, con la neve ancora nei ricordi e il fuoco della passione che bruciava più forte che mai. Mio marito aveva ripreso il lavoro, ma con orari flessibili grazie alla promozione: partiva la mattina presto, ma rientrava sempre per pranzo o nel primo pomeriggio, lasciando spazio a infinite ore di intimità. Io mi sentivo una donna completa, una moglie devota e una futura madre eccitata da ogni cambiamento del mio corpo.

La gravidanza mi aveva trasformata in una dea fertile: il pancione rotondo e sodo sporgeva orgoglioso, la pelle tesa e luminosa, ma il resto del mio fisico era rimasto snello e atletico, grazie alla danza che continuavo a praticare dolcemente in casa. Le gambe magre ma muscolose, il sedere alto e sodo, e soprattutto il seno… oh, il mio seno era esploso! Da una terza soda ero passata a una quinta abbondante, gonfio di latte che stillava al minimo tocco. I capezzoli erano diventati sensibili come mai prima, scuri e turgidi, pronti a reagire a ogni sguardo di mio marito. E lui, a 38 anni, con quella differenza d’età che ci rendeva perfetti – lui il protettore maturo, io la sua giovane principessa – non riusciva a staccarmi gli occhi di dosso. La nostra connessione era unica: non era solo sesso, era un legame profondo, paterno e appassionato allo stesso tempo, dove ogni carezza mi ricordava l’amore che mi aveva cresciuta e ora mi consumava.

Le nostre giornate casalinghe erano un rituale di tenerezza e lussuria. Al mattino, mi svegliavo presto con lui: facevamo colazione nudi sul letto, con me che lo nutrivo con pezzetti di frutta dalle mie mani, mentre il suo sguardo scendeva sul mio pancione. “Sei la mia principessina incinta,” mi sussurrava, accarezzandomi la pancia con riverenza, sentendo il nostro bambino scalciare. Poi, prima di andare al lavoro, mi baciava ovunque: sulle labbra, sul collo, sul seno che già gocciolava latte. Una mattina, ricordo, ero in cucina con un outfit che avevo scelto apposta per stuzzicarlo – un babydoll trasparente rosa pastello, corto fino a metà coscia, con mutandine di pizzo coordinate e calze autoreggenti bianche che accentuavano le mie gambe. Mi muovevo con grazia, piegandomi per prendere ingredienti dal frigo, sapendo che il tessuto si alzava quel tanto da mostrare il mio sedere. Lui entrò, già in giacca e cravatta, e mi bloccò contro il bancone.
“Amore mio, non puoi vestirti così e pretendere che esca di casa,” mormorò, le mani che scivolavano sotto il babydoll, trovandomi bagnata come sempre. Mi girò verso di lui, e io mi inginocchiai lentamente, giocando con il mio corpo: mi accarezzai il pancione, poi salii al seno, strizzandolo piano fino a far colare latte dai capezzoli. “Assaggia, papino,” dissi con voce innocente, offrendogli il seno. Lui si chinò, succhiando avidamente, il latte dolce che gli riempiva la bocca mentre io gemivo piano.

L’allattamento era diventato parte dei nostri giochi: mi eccitava da morire nutrirlo, come se fossi la sua fonte di vita. Mentre succhiava, gli slacciai i pantaloni, liberando il suo cazzo duro e venoso – sempre pronto per me, nonostante gli anni. Lo presi in mano, accarezzandolo piano, sentendolo pulsare contro il mio palmo. Poi, non resistendo, mi inginocchiai lo presi in bocca, leccando la cappella con la lingua mentre il mio latte continuava a gocciolare. Lui gemette, spingendo piano nella mia gola, e io lo succhiai con voracità, mescolando il sapore del suo presborra con il dolce del mio latte..
Ma quella mattina, volevo di più. Mi alzai, mi appoggiai al bancone e divaricai le gambe, il babydoll alzato sul pancione. “Prendimi qui, maritino mio,” sussurrai. Lui non se lo fece ripetere: mi penetrò da dietro, piano per non far male al bambino, ma con quella forza matura che mi faceva impazzire. La differenza d’età si sentiva in ogni spinta: lui controllato e esperto, io giovane e vorace, mugolando come una gattina. Le sue mani mi stringevano i fianchi, e io mi toccavo il clitoride, accelerando l’orgasmo che ci travolse insieme – il suo seme caldo che mi riempiva, il mio latte che schizzava sul bancone. “Ti amo, piccola mia,” mi disse, baciandomi la nuca. E io, ansimante: “Ti amo, papino. Sei l’unico che mi capisce.”

Nel pomeriggio, quando rientrava, la routine si scaldava ulteriormente. Mi occupavo della casa – pulivo, cucinavo, curavo il giardino – ma sempre vestita per sedurlo. Un giorno, optai per un costume da infermiera sexy: un abitino bianco attillato con croce rossa, calze a rete e tacchi alti, il pancione che sporgeva come un trofeo. Lo attesi in soggiorno, sdraiata sul divano con le gambe accavallate. “Benvenuto a casa, paziente,” dissi maliziosa, giocando con un stetoscopio finto sul mio seno. Lui rise, ma i suoi occhi si accesero di desiderio. Mi raggiunse, e iniziammo con baci lenti, le sue mani che esploravano ogni curva della mia gravidanza. “Il tuo corpo è un miracolo,” mormorò, mentre mi toglieva il costume piano, leccando il latte che colava dai capezzoli. Succhiò a lungo, nutrendosene come un rituale intimo, e io mi sentii connessa a lui in un modo primordiale – figlia, moglie, madre, tutto in uno. Poi, lo spinsi sul divano e mi misi a cavalcioni, guidando il suo cazzo dentro di me con un gemito profondo. Cavalcai piano, il pancione che sfregava contro il suo addome, i miei seni che ballonzolavano e stillavano latte sul suo petto. Lui mi afferrò i fianchi, spingendo dal basso, e io accelerai, urlando di piacere mentre venivo, stringendolo dentro di me fino a fargli esplodere un orgasmo che mi inondò completamente.

L’evoluzione della nostra sessualità era costante: nessuna barriera, solo esplorazione. Una sera, dopo cena, ci ritirammo in bagno per un bagno caldo insieme. Ero al settimo mese, il pancione enorme ma eccitante. Ci immergemmo nella vasca, io tra le sue gambe, la schiena contro il suo petto. Le sue mani mi accarezzavano la pancia, scendendo piano tra le cosce. “Rilassati, amore,” sussurrò, mentre le sue dita giocavano con la mia fighetta, facendomi gemere. Ma quella sera, sentii un bisogno nuovo: la vescica piena, amplificata dalla gravidanza. Invece di alzarmi, lo guardai negli occhi, la nostra connessione unica che mi dava coraggio. “Papino, devo… ma voglio condividere tutto con te,” dissi piano.
Lui capì al volo, il suo cazzo che si induriva contro la mia schiena. “Fallo, piccola. Siamo uno solo.” Con delicatezza, mi guidò: mi alzai leggermente, le gambe divaricate sopra di lui, e lasciai andare un rivolo caldo, dorato, che scivolò sull’acqua e sul suo corpo. Era intimo, taboo, ma per noi era amore puro – come un atto di fiducia assoluta. Lui gemette di piacere, accarezzandomi mentre urinavo, e io mi sentii libera, amata. Poi, eccitato, mi penetrò lì nella vasca, l’acqua che schizzava mentre pompava piano, il mio latte che colava mescolandosi a tutto. Le sue spinte divennero più intense, e io gli avvolsi le gambe attorno, stringendolo mentre un altro orgasmo mi travolgeva, il mio flusso che si mescolava al suo seme in un’esplosione di fluidi condivisi. Venimmo urlando, l’acqua della vasca tinta di noi.

Le settimane passavano così: mattine di allattamento e carezze, pomeriggi di giochi con outfit – da coniglietta Playboy con orecchie e coda, a studentessa birichina con gonna plissettata – e sere di esplorazioni profonde. Una volta, vestita da geisha con un kimono di seta che lasciava intravedere il pancione, lo massaggiai con oli profumati, finendo con i miei piedi che lo segavano piano, fino a farlo esplodere. Ma non mi fermai: dopo che venne sui miei piedi, li portai alla bocca, leccando il suo seme misto al mio sudore, mentre lui mi guardava rapito. Poi, lo cavalcai di nuovo, il kimono aperto, il pancione che rimbalzava mentre lo portavo a un secondo orgasmo dentro di me.
Un’altra sera, in lingerie rossa con reggicalze, lo legai al letto (giocando, ovvio) e lo cavalcai, il mio seno che ballonzolava e schizzava latte su di lui. Lui gemette, implorandomi di più, e io accelerai, stringendo i muscoli attorno al suo cazzo fino a farlo esplodere di nuovo, il mio orgasmo che si univa al suo in un coro di gemiti. Poi, slegandolo, lo baciai ovunque, succhiandogli il cazzo per pulirlo, assaporando il mix di noi.

Man mano che il parto si avvicinava, al nono mese, il nostro legame si intensificava. Ero pesante, ma lui mi trattava come una regina: mi portava in braccio, mi massaggiava i piedi gonfi, e facevamo l’amore con dolcezza, lui che entrava da dietro per non premere sul pancione. L’allattamento era costante – mi mungeva con la bocca ogni sera, bevendo il mio latte come nettare – l’esplorazione dei nostri corpi diventò un rituale privato, sempre intimo, mai volgare: in doccia, lui che mi teneva mentre lasciavo andare, o io che bevevo dal suo flusso, sentendomi sua completamente. Una notte, sotto la doccia, lo feci chinare e gli leccai il buchino mentre urinava, le mie mani che lo segavano fino a un’esplosione che mi bagnò il viso, mescolandosi al mio latte e ai miei umori.

Quei mesi prima del parto furono il culmine della nostra favola: una vita casalinga di passione, dove la differenza d’età era il nostro segreto afrodisiaco, e ogni tocco ribadiva che ero sua figlia, sua moglie, sua amante. E quando Alex nacque, sano e perfetto, capimmo che il nostro amore avrebbe generato solo bellezza. Ma questa è un’altra parte della storia… magari ve la racconto un’altra volta.
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